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ARTE E CULTURA

Panzarella, Vallone e la magia del mare di Tropea

Un ricordo leggero e intenso dello scenografo già docente dell'Accademia delle belle arti, recentemente scomparso

LO SCORSO 11 DICEMBRE LA MORTE DI ANTONIO PANZARELLA

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Mercoledì 03 Gennaio 2018 - 16:31

C’è sempre un ricordo dolce e intenso che ci restituisce l’immagine di chi non c’è più e che ne sintetizza l’essenza.

Di Antonio Panzarella, il “Maestro”, come mi piaceva chiamarlo con un pizzico di ironia, ne serbo tanti. Sulle colline di Filadelfia con Paola Pitagora e Andrea Giordana  o nel cantiere del Politeama con l’architetto Portoghesi. O al castello di Santa Severina – che lui amava tanto -  con Ugo Pagliai e Paola Gassman o a Sersale in compagnia di Tommaso Le Pera, il più grande fotografo di scena del teatro italiano.

Ma il ricordo più dolce e intenso è quello di una calda giornata di inizio estate di tanti anni fa, sulla terrazza di Tropea, affacciati sul blu cobalto del più bel mare della Calabria e con lo sguardo rivolto verso le isole Eolie. Assieme a noi Saverio Vallone, valente attore e figlio del mitico Raf, l’uomo “dalle tre vite”, come io lo definivo. Raf era stato calciatore nel Torino nella sua prima vita, giornalista di sinistra nella sua seconda vita, immenso attore nella sua terza vita. Antonio Panzarella, nonostante il caldo, non abbandonava l’inseparabile completo scuro e ciò faceva apparire buffa la scena poiché Saverio Vallone – appena tornato dalla spiaggia – era invece in pantaloncini e camicetta. Era bello parlare di Raf, delle sue tre straordinarie vite, della bella casa di Tropea dove spesso tornava e del legame orgoglioso che conservava con la sua terra.

Il mare di Tropea, l’ombra di Raf Vallone, il mito della costa incantata. Antonio Panzarella amava la Calabria in maniera viscerale, “vedeva” la Calabria dovunque, ne ricercava le radici negli archivi più impensati o tra i rigattieri di Roma e di Firenze. Antiche stampe, fotografie ingiallite dal tempo, libri introvabili. Non c’era settimana in cui Antonio non mi annunciava per telefono l’ennesima sua “scoperta” o il suo nuovo progetto culturale.

La sua personalità era tracimante, anche fisicamente emergeva sugli altri, l’ironia pungente non gli faceva difetto. Era un vulcano multiforme: scenografo, docente, esperto di cinema e di teatro, amante soprattutto della fotografia che egli considerava una vera e propria arte.

Il suo bel volume “Cara Catanzaro”, curato assieme a Beppe Mazzocca, resta un esempio insuperato e insuperabile di come si possa raccontare la storia di una città attraverso le fotografie d’epoca.

Antonio ha avuto una bellissima vita, conclusasi troppo presto. Gli era rimasto un grande cruccio, non avere mai potuto lavorare al Politeama, proprio lui che aveva seguito con amore Paolo Portoghesi nelle fasi della costruzione del grande teatro.

A me piace ricordarlo proprio così, nel suo impeccabile completo scuro e la sua barba da filosofo, sulla terrazza di Tropea, affacciato sul mare del mito ad inseguire con lo sguardo le sirene.

Sergio Dragone



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