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ARTE E CULTURA

Arte, Paolo Migliazza: nelle sue sculture il disincanto di una generazione

Anche un portale specializzato ha dato ampio spazio al giovane scultore girifalcese

Arte-Paolo-Migliazza-nelle-sue-sculture-il-disincanto-di-una-generazione
Giovedì 20 Aprile 2017 - 22:30

L’artista girifalcese Paolo Migliazza giovane scultore emergente laureato all’accademia delle Belle Arti di Bologna quattro anni fa ha rilasciato una intervista a Collezione da Tiffany blog dedicato all’arte contemporanea http://www.collezionedatiffany.com/

Migliazza si legge tra l’altro nell’articolo nelle sue sculture immortala tutto il disincanto di una generazione iper-tecnologica, ma che non riesce a delineare il proprio futuro, vivendo in una situazione di costante incertezza, come mi spiega quando gli chiedo da dove venga tutta quella malinconia che riverberano le sue opere: «Appartenendo a una generazione a cui, in buona misura, hanno dato dei “super poteri” – dichiara- basti pensare al processo tecnologico degli ultimi vent’anni – “We are not super Heroes” il suo grido di battaglia suona come una negazione, ovvero una presa di posizione che rappresenta il tentativo di esprimere qualcosa che va oltre il dato apparente e le sovrastrutture che la società ci impone nel processo di crescita». Quale migliore immagine, allora, se non quella di bambini o pre-adolescenti che affermano di non essere super eroi? La disillusione di una generazione, la sua, cresciuta con Super Mario e gli X-Men; una generazione che riconosce il fallimento di una promessa che non vedrà mai realizzata. «Senza la pretesa velleitaria di una analisi sociologica o politica –spiega –  questo titolo racchiude una necessità di autodeterminazione e di coscienza di sé che oggi considero come l’unica strada percorribile per generare visioni autentiche in accordo con ciò che ci circonda». «Inevitabilmente – aggiunge – questo impone una dimensione riflessiva tale da generare uno spazio che definirei metafisico, in cui la malinconia è intesa come uno stato emotivo circolare che in alcuni momenti costringe all’immobilità. La reazione che ne deriva è la necessità di porsi delle domande sul mondo e sul nostro stare nel mondo. Un’immobilità dunque che si fa cono prospettico, innesco che nel lavoro si traduce nell’espressività che restituisco alle sculture. Un corpo nebuloso, in cui lo stato di certezza non è contemplato e la metamorfosi costante appare come una vertigine che è essa stessa il senso del lavoro».



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