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da La materia grigia di Laura Iozzo

CatanzaroInforma.it: Uomo-animale: violenza ed empatiaUomo-animale: violenza ed empatia

In questi caldi giorni di estate il mio pensiero si è rivolto nel tentativo di comprendere il fenomeno psicopatologico di base, con molte domande e profondo dispiacere, alle tante vittime di abbandono e violenza: gli animali.

Da molti anni la ricerca psicologica ha dimostrato che la violenza perpetrata dai bambini e dagli adolescenti nei confronti degli animali è spesso associata a disturbi psicologici ed in particolare ad atteggiamenti e comportamenti aggressivi nei confronti delle persone.
Inoltre, la crudeltà verso gli animali nei bambini e negli adolescenti può preludere ad atteggiamenti e comportamenti antisociali di questi soggetti da adulti.
Nella revisione del DSM-III (1987) (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) dell'American Psychiatric Association e nella International Classification of Mental and Behavioural Disorders (ICD-10, 1996) della World Health Organization è stata inserita la crudeltà fisica nei riguardi degli animali tra i sintomi del disturbo della condotta.

Caratteristica fondamentale del Disturbo della Condotta, secondo il DSM IV, è una modalità di comportamento ripetitiva e persistente in cui i diritti fondamentali degli altri oppure le norme o le regole della società appropriate per l'età adulta vengono violate (Criterio A).
Tali comportamenti si possono così raggruppare:
- condotta aggressiva che causa o minaccia danni fisici ad altre persone o ad animali (Criteri A1-A7);
- condotta non aggressiva che causa perdita o danneggiamento della proprietà (Criteri A8-A9), frode o furto (Criteri A10-A12), e gravi violazioni di regole (Criteri A13-A15).
Tre (o più) comportamenti caratteristici devono essere stati presenti durante i 12 mesi precedenti, con almeno 1 comportamento presente nei 6 mesi precedenti. L'anomalia del comportamento causa compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale, scolastico, o lavorativo (Criterio B). I bambini o gli adolescenti con questo disturbo possono mostrare un comportamento prepotente, minaccioso, o intimidatorio (Criterio A1); dare inizio frequentemente a colluttazioni fisiche (Criterio A2); usare un'arma che può causare seri danni fisici (per es., un bastone, una barra, una bottiglia rotta, un coltello, o una pistola) (Criterio A3); essere fisicamente crudeli con le persone (Criterio A4) o con gli animali (Criterio A5); rubare affrontando la vittima (per es., aggressione a scopo di furto, scippo, estorsione, o rapina a mano armata) (Criterio A6); oppure forzare un'altra persona all'attività sessuale (Criterio A7). L'aggressione può assumere la forma di stupro, violenza, o, in rari casi, omicidio.
La distruzione deliberata dell'altrui proprietà è una tipica caratteristica di questo disturbo, e può includere l'incendio deliberato con intenzione di causare seri danni (Criterio A8) o distruzione deliberata della proprietà altrui in altri modi (per es., spaccare i vetri delle macchine, vandalismo a scuola) (Criterio A9).
La frode o il furto sono comuni e possono includere la penetrazione in proprietà altrui (Criterio A10); menzogne per ottenere vantaggi o evitare debiti od obblighi (per es., raggirare altre persone) (Criterio A11); o rubare articoli di valore senza affrontare la vittima (per es., furti nei negozi, falsificazioni) (Criterio A12).
Tipicamente, i soggetti affetti da questo disturbo commettono anche gravi violazioni di regole (per es., scolastiche, familiari). I ragazzi, un particolare, spesso hanno l'abitudine, che esordisce prima dei 13 anni, di stare fuori fino a tarda notte nonostante le proibizioni dei genitori o di non tornare affatto (Criteri A13 e A14)

Ritornando, però, sugli atti violenti prevalentemente esercitati verso gli animali si è evidenziato che c’è una correlazione profonda tra la capacità di usare violenza agli animali e l’inclinazione ad essere violenti nei confronti degli uomini.
Questo è dimostrato da molti studi effettuati in ogni parte del mondo dove risulta che il 30-40% di coloro che si sono macchiati di atti di violenza nei confronti degli esseri umani, fin da bambini si erano abbandonati ad atti crudeli nei confronti degli animali. E come potrebbe essere altrimenti.
L’insensibilità acquisita nell'esercitare violenza su esseri senzienti, che piangono e disperati urlano di dolore, non può che rendere insensibile l’uomo verso il suo simile.
Io ritengo che l‘indifferenza verso il dolore altrui sia il vero cancro del genere umano.Non solo.
Nella violenza verso gli animali s’annida il disprezzo delle differenze formali e sostanziali componenti la vita e questo abitua all'idea della supremazia del più forte sul più debole, con i risultati tristemente noti.
Quando l’essere umano saprà valorizzare, amare e rispettare il “piccolo” solo allora sarà in grado di amare e rispettare anche il suo simile.

Sebbene sviluppare una vasta e accettata definizione della crudeltà sugli animali sia un compito abbastanza difficile la forma che ha avuto maggior riconoscimento in tale senso è: “ La crudeltà verso gli animali è un comportamento sociale inaccettabile che intenzionalmente causa pena, sofferenza angoscia o morte gratuita ad un animale”. Ascione (1993)8 Escluse da tale definizione sono le pratiche sociali approvate relativamente al trattamento e all’uso di animali nelle pratiche veterinarie in quelle degli allevamenti o altre forme quali le pratiche agricole. Questa definizione esclude anche le controverse attività relative alla caccia e all’utilizzo di animali nei laboratori di ricerca.
È possibile dunque riassumere che tutti coloro che commettono tali atti di violenza nei confronti degli animali, come esseri indifesi e soprattutto diversi da sé, ( e non solo ) siano privi di empatia, termine che In psicologia viene indicato come la capacità di immedesimarsi in un altro, ovvero di assumere i panni dell’altro o di calarsi nel suo profondo. Un secondo aspetto da analizzare è la capacità di partecipazione. Riconoscere un dolore non comporta automaticamente partecipare a quel dolore. Avere la capacità di compassione in situazioni che non ci vedono coinvolti in prima persona è sicuramente un passo difficile proprio perché non siamo abituati ad andare oltre noi stessi. È come un limite che abbiamo, dato dall’incapacità di sentire, un tempo si diceva “col cuore”, qualcosa al di là del nostro ego. Partecipare alla sofferenza altrui è conseguente all’avere acuito la propria sensibilità e questo senza dubbio presenta risvolti positivi nell’intero spettro educativo e sociale. Con questo non si intende che il bambino debba soffrire per ogni azione malvagia che si compia sulla Terra, sarebbe impossibile e sarebbe consegnarlo comunque ad una disposizione pessimistica della vita. Il partecipare va inteso nella sua valenza morale, significa non essere semplice spettatore di una malvagità, riconoscendola come tale, ma sentirsi chiamati in causa per cercare di interromperla e alleviare lo stato di sofferenza. Non si può rispettare gli animali se non ci si batte per difenderli, il rispetto infatti non va inteso solo in senso negativo, cioè astenersi dal compiere un atto malvagio; è infatti prima di tutto militanza a pieno campo nel diffondere idee, prevenire o fermare atti di crudeltà. In questo senso la partecipazione è vigilanza, senso di responsabilità morale. Inoltre accrescere questa capacità è di massima utilità anche per l’individuo stesso. La capacità di partecipazione tende ad allargare l’orizzonte dell’individuo.

L’animale è anche, nella sua diversità, dizionario di modelli49, osservando i quali il bambino amplifica la sua fantasia e capacità immaginativa, grazie alle quali viene educato all’attenzione e all’interpretazione, “nel senso di affinare sia la propria capacità di comprensione, sia la disposizione a mettere in relazione e considerare i segnali provenienti dalla natura come qualcosa che reca in sé un significato50. L’aspetto più affascinante di questo rapporto, che pure implica conseguenze cognitive e psicologiche, è la capacità di mantenere in sé gli stessi elementi magici che il bambino ritrova negli animali dei racconti fantastici. Senza per questo affermare che tutti i bambini siano fortemente convinti che il proprio cane sappia segretamente parlare la lingua degli uomini, il rapporto con l’animale rappresenta quell’altrove esistenziale51dove è possibile che anche questo si verifichi. In una sorta di gioco del “far finta”, il bambino parla con l’animale, ragiona con lui su argomenti salienti ed interpreta le sue risposte alla luce di convinzioni che si faranno via via più razionali col procedere dell’età. Tracce di “irrazionalità” infantile permarranno tuttavia anche nella vita adulta; moltissimi adulti “confessano” infatti di parlare ancora coi propri animali domestici come se da un momento all’altro questi dovessero rispondere loro nella medesima lingua. Conservare queste “nicchie” di irrazionale è un esercizio salutare non solo per quella parte di irrazionalità che ogni uomo dovrebbe conservare, ma anche per continuare a produrre riflessioni nuove, magari sospese tra il serio e l’assurdo, sul nostro rapporto con gli animali in particolare, e con le altre forme di alterità.

Dr.ssa Laura Iozzo Medico Chirurgo
Specialista in Psichiatria e Psicoterapia
lauraiozzo@virgilio.it
Pagina Facebook
Cell: 329/6628784



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