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CatanzaroInforma.it: La violenza di genere. E ora …. spezza la catena!La violenza di genere. E ora …. spezza la catena!

La Dichiarazione per l’eliminazione della violenza sulle donne delle Nazioni Unite (Assemblea ONU, 1993, art.1) definisce la violenza di genere come “qualunque atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o una privazione arbitraria della libertà, sia nella vita privata che nella vita pubblica”. La violenza contro le donne rappresenta dunque una violazione dei diritti fondamentali di ogni individuo in quanto essere umano e comunque e ovunque essa si manifesti costituisce un crimine che annichilisce, sottrae ogni certezza, distrugge la stima di sé e demolisce l’autodeterminazione personale. La violenza di genere può assumere diverse forme e include al suo interno fenomeni quali matrimoni forzati e matrimoni precoci, femminicidio, dote, violenze legate alle minoranze etniche, violenze nei conflitti armati, mutilazioni genitali, tratta e sfruttamento sessuale delle donne.

Studi recenti mostrano come le donne che subiscono violenza per mano di persone a loro molto vicine sono tra un quarto e un terzo della popolazione femminile totale. Attualmente la violenza sulle donne è un fenomeno sociale che si stima colpire almeno 62 milioni di cittadine europee di età compresa tra i 17 e i 74 anni. I dati sono dunque allarmanti: 1 donna su 3 in Europa ha subito una qualche forma di violenza o spesso più tipi di violenza. Da alcuni anni l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha cominciato a lanciare l'allarme sul danno causato dalla violenza di genere che, si afferma come fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie fisiche e mentali di estrema rilevanza per la popolazione femminile. Ma se da un lato appare possibile quantificare la spesa sociale-sanitaria-legale legata alle conseguenze prodotte dalla violenza di genere, occorre invece riflettere sull’esistenza di un quid in più che non può essere quantificato: l’elemento soggettivo del dolore e della sofferenza vissuto da queste donne.

Tranne qualche eccezione, gli autori della violenza sono di sesso maschile: mariti (48%), conviventi/fidanzati (12%) oppure ex-partner che non si rassegnano alla conclusione del rapporto sentimentale (23%). Solitamente sono uomini di età compresa tra i 35 e i 45 anni, mediamente istruiti che nel 63% dei casi non abusano di alcol o di sostanze stupefacenti. La violenza di genere è un fenomeno che si sviluppa soprattutto nell’ambito dei rapporti familiari, prendendo il nome di violenza domestica e coinvolge donne di ogni estrazione e condizione sociale configurandosi in modo trasversale rispetto alle differenti etnie, culture ed età.

Ciò dimostra come il numero di donne vittime di violenza in Italia e in Europa rimane costante e a tratti in crescita nonostante vi sia stata, negli ultimi tempi, una crescita della sensibilità nei confronti della gravità del fenomeno e nonostante la mobilitazione sul territorio nazionale/regionale di varie associazioni per contrastare ogni forma di violenza di genere

Nonostante vi sia stata, negli ultimi tempi, una crescita della sensibilità nei confronti della gravità del fenomeno e nonostante la mobilitazione sul territorio nazionale/regionale di varie associazioni per contrastare ogni forma di violenza di genere, il numero di donne vittime di violenza in Italia e in Europa rimane costante e a tratti in crescita.

Alla base di tale dilagante fenomeno vi sono delle cause storico-culturali. Esiste una “cultura della violenza” che riesce a perdurare a dispetto delle diverse azioni di contrasto, continuando ad alimentarsi di luoghi comuni e retaggi storico-culturali sul genere maschile, riguardanti il modello dell’uomo forte e autoritario, destinato per sua stessa natura a possedere, a comandare e a trattare la donna come un oggetto di sua proprietà. Tutto ciò ha fatto sì che si radicasse una cultura di dominanza/potere per il genere maschile e di subordinazione/sottomissione per quello femminile, resistenti al cambiamento. Entrano quindi in gioco il peso di certe tradizioni legate a un immaginario patriarcale che ha segnato profondamente la storia dell’Europa medievale, moderna e contemporanea. Da questo punto di vista, la nostra attuale società sembra essere caratterizzata al suo interno da una contraddizione sociale pervasiva: la società moderna, da un lato esalta l’autonomia dell’individuo, mentre dall’altra continua a educare le donne a uniformarsi a un ruolo che ne preordina la dipendenza dall’uomo o dalle sue istituzioni sociali maschili. Anche il nostro ordinamento giuridico è stato a lungo permeato dalla violenza, si pensi infatti che solo nel 1956 la Corte di Cassazione ha sentenziato contro lo ius corrigendi: nessun marito può più imporre la propria volontà a moglie e figli e tanto meno ricorrere alla violenza; nel 1962 è stato abolito il divieto di licenziamento per matrimonio; nel 1975 si è affermato il nuovo diritto di famiglia e l’abolizione del capofamiglia (e con esso il diritto del marito di picchiare la moglie laddove, a sua discrezione, quest’ultima aveva sbagliato); nel 1977 si è giunti ad una parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro; nel 1981 l’abolizione del delitto d’onore; nel 1996 l’inclusione della violenza sessuale tra i reati contro la persona e non più contro la morale. Tali “ritardi” forse rappresentano l’espressione evidente delle difficoltà e delle riluttanze nell’estirpare le radici dell’asimmetria tra i sessi, e di conseguenza della violenza di genere.

Ad oggi, il pensiero patriarcale nonostante non sia più presente nelle leggi, nei codici e nella giurisprudenza, ha comunque lasciato segni profondi continuando a sopravvivere nei comportamenti di molti uomini. Detto questo, bisogna comunque sottolineare che la violenza sulle donne non dipende solamente dall’eredità lasciata da antiche mentalità che ritraggono le donne come esseri inferiori rispetto agli uomini, ma indica soprattutto una incapacità maschile nel gestire emozioni e sentimenti e di coniugarli con il rispetto, manifestando un’inabilità ad accettare e a riconoscere la libertà, l’autonomia e l’indipendenza raggiunte da un numero sempre più alto di donne.

Pertanto bisogna credere fortemente nell’importanza di sensibilizzare e informare in modo corretto la società tutta su un fenomeno così grave e delicato come la violenza di genere, conoscerlo in modo tale da combatterlo e contrastarlo con maggiore forza ed energia, convinti che l’impegno per prevenire e ridurre l’emergenza sociale della violenza sulle donne sia un importante investimento.



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