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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Visita a Francesco. Il tempo di un salutoVisita a Francesco. Il tempo di un saluto

Ogni mercoledì alle dieci e mezzo, il Papa convoca un’udienza generale. Fa, cioè, un incontro pubblico collettivo con i fedeli, o nella Sala Nervi (l’enorme auditorium attiguo alla basilica con la famosa Resurrezione bronzea di Pericle Fazzini) o in piazza San Pietro. Per procurarsi i pass, completamente gratuiti, basta scrivere alla Prefettura della Casa Pontificia.

“E se uno il pass non ce l’ha?”: ho sentito chiedere qualche giorno fa da una turista allarmata che aveva dato in consegna il proprio lasciapassare ad un’amica persa di vista nella calca.

“Sta in piedi.”: le ha risposto serafico un addetto aldilà dei cordoli.

Il biglietto, in effetti, serve principalmente a tenere sotto controllo il numero dei visitatori. La Sala Nervi ne contiene dodicimila, piazza San Pietro anche ventimila, ma i fedeli sono tanti, quindi non si sa mai.

I pullman granturismo giunti fino alla ztl (zona a traffico limitato) del quartiere o in sosta nei punti d’arrivo canonici come Anagnina, Tiburtina e Ostiense, sono numerosissimi. Provengono da tutta Italia, molti anche dall’estero, soprattutto da paesi europei. Ogni volta che il cardinale incaricato nominerà il paese di provenienza di un gruppo, si potrà udire l’esultanza di chi si riconosce in quella chiama.

Chi arriva da molto lontano e può permettersi anche un pernotto e un pasto un po’ più dignitoso di quello freddo a sacco, ne approfitterà per far visita alla città eterna, ma la maggior parte ripartirà subito dopo. Il tempo di un saluto.

Quand’ero ragazzina, le trasferte lunghe in pullman, di notte, in semiveglia, accartocciata sul sedile nel tentativo fantasioso di farlo assomigliare a un letto, avevano il gusto dell’avventura, di una sfida plausibile alle regole ordinate delle solite giornate stanziali. La diffusa spossatezza, gli spuntini notturni alle stazioni di sevizio, l’essenzialità del bagaglio a mano, le code alla toilette, le code alla cassa, le code ai tornelli erano accolti con l’entusiasmo dell’esploratore e la fiducia del giovane. Ancora più della meta – ovviamente scelta dagli adulti – quello che contava veramente era il viaggio in sé: l’eccitazione della partenza prima ancora che dell’arrivo e lo straordinario stordimento che quella condizione provocava.

Ma mercoledì scorso, in piazza San Pietro, non c’erano esclusivamente ragazzi e ragazze scout o appartenenti ad altre organizzazioni affini come in occasione della GMG (Giornata Mondiale dei Giovani); c’erano famiglie con bambini e passeggini, volontari con portatori d’handicap e carrozzine, anziani claudicanti con le gambe da elefante e l’affanno.

Hanno viaggiato di notte, per lunghe ore; sono arrivati a Roma all’alba, si sono messi in coda e hanno aspettato il loro turno mentre lentamente la folla confluiva nei varchi sorvegliati posti agli imbocchi della piazza, attraverso metal detector simili a quelli che si trovano negli aeroporti.

Due ore prima dell’arrivo di Francesco sono già lì; i più hanno trovato facilmente posto su delle sedie di plastica grigia tirate fuori per l’occasione e sistemate, per file, in dei grossi quadrati delimitati da staccionate e transenne che formano, all’esterno, dei corridoi lungo i quali passerà velocemente il vescovo di Roma a bordo di una jeep bianca scoperta.

Prima di iniziare a parlare, il papa passerà tra la folla a salutare. Chi ha trovato posto più vicino ai corridoi potrà sperare di sfiorato. I più fortunati, ogni volta che la jeep si fermerà, riusciranno a sorridergli ricambiati, perfino a stringergli la mano. Ma i più ne scorgeranno appena la silhouette bianca da lontano, accontentandosi di vederlo meglio poco dopo dai maxischermi.

Mercoledì scorso, primo maggio, il Papa ha quindi ricevuto i suoi pellegrini all’aperto, nella calura di una giornata celebrativa che forse mai come quest’anno ha avuto piuttosto il sapore amaro di una ricorrenza commemorativa: la morte del lavoro, i morti per mancanza di lavoro, le morti bianche del lavoro schiavo (per usare le sue stesse parole). Senza addentrarsi troppo nella cronaca di questi giorni, ma senza neanche trascendere da una concezione economicistica della società colpevole dell’attuale crisi, Francesco non ha potuto non ricordare la sacralità del lavoro, che ha nella figura di San Giuseppe lavoratore – padre legale di Gesù – il suo esempio più umano, e nel disegno di Dio di popolamento della Terra attraverso il lavoro di uomini e donne, il suo esempio più alto.

Il lavoro unge l’uomo di dignità. Parole sante ma anche laiche, tant’è che le ritroviamo in forma meno aulica nel primo articolo della nostra costituzione. Parole legittime, dunque. Eppure stiamo ancora qui a difenderle, a lottare per affermarle, ad urlarle per farle sentire a chi vorrebbe che rimanessero solo parole.

La predica di Francesco è semplice e amorevole, come semplice e amorevole è questo papa e, prima di lui, il santo che lo ha ispirato. Ma nell’intermittenza della traduzione nelle altre lingue delle comunità straniere presenti, quel flusso chiaro e diretto di concetti si perde un po’. Capita, così, che ci si distragga; che i bambini si perdano nei loro giochi, che gli anziani si perdano nella propria sofferenza, che gli adulti si perdano ora dietro ai bambini ora dietro agli anziani. Io mi perdo proprio dietro alle altre lingue: al francese pronunciato con accento inconfondibile da un africano, alla voce troppo lontana dal microfono del vescovo inglese, alla sopravvalutata facilità dello spagnolo, al tedesco mal digerito durante i miei anni di liceo. Giunti al croato mi torna in mente Patti Smith che non molto tempo fa strinse la mano a Francesco proprio durante uno dei suoi raduni pubblici. Mentre un cardinale riporta le parole del Papa in arabo, rifletto sui motivi dell’appeal del successore di Pietro: perché piace così tanto, anche ai non credenti? Forse perché è un saggio che con la sola sua presenza dà ancora speranza nel buono che c’è negli esseri umani? Forse perché in questi tempi di dipendenza nevrotica dagli status symbol ci dimostra che è possibile liberarci da questi fardelli esteriori senza rimetterci in credibilità? O forse, molto meno sottilmente, perché dopo tante chiacchiere autorevoli avevamo bisogno di sentir parlare dei nostri problemi uno che scende in mezzo alla gente a testimoniarli veramente questi problemi?

La benedizione cala, infine, su ognuno, e si protende fino ai cari rimasti a casa.

Non viene dato nessun sacramento – dopotutto non è una messa – ma l’assemblea sembra comunque soddisfatta, riappacificata. Infondo tutta questa gente è solo passata un attimo a vedere un amico. Il tempo di un saluto.



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