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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: L’integrazione spiegata a mio nipoteL’integrazione spiegata a mio nipote

Il mio amico Ibrahim, senegalese sposato con un’italiana e residente in Italia, una volta mi chiese cosa intendessi con la parola integrazione, mentre un lampo attraversava i suoi occhi color topazio e un mezzo sorriso tradiva l’ingenuità di quella semplice domanda. Mi stava mettendo alla prova, lo sapevo, come so che tutti gli extracomunitari – con o senza permesso di soggiorno, naturalizzati o meno, provvisti di acquisita cittadinanza o speranzosi di ottenerla – non amano questa parola, nonostante sia sbandierata in buona fede o con ipocrita buonismo da tutti coloro che sostengono la causa dell’accoglienza, chiamiamola così.

In Italia gli stranieri si dividono in due grandi categorie: i ricchi turisti approdati sulla nostra splendida penisola per visitare insuperabili siti artistici e archeologici, e gli extracomunitari poveri in canna, approdati sulle nostre indifese coste in qualità di disperati erranti, schiave sessuali, malavitosi fuggitivi. Tutti gli altri sono casi spuri di poco conto.

A dispetto di quanto si potrebbe erroneamente pensare, i primi non godono di grande considerazione: sono solo polli da spennare in una maniera forse meno pittoresca ma altrettanto sfacciata di quella adottata dal Totò di Tototruffa 62 ai danni di un turista italo-americano credulone cui avrebbe voluto, appunto, rifilare l’improbabile acquisto della fontana di Trevi.

Se questo è il rispetto mostrato nei confronti di visitatori paganti e ben disposti, figuratevi come dev’essere il trattamento che riserviamo alla seconda categoria di stranieri che affastella il Bel Paese!

Vengono qui per rubarci il lavoro (quale?!), per sozzare le nostre città (non vi ricordano i pidocchi che i nostri avi emigrati negli USA portavano oltre oceano a bordo dei transatlantici?), per tramare contro le nostre istituzioni in nome di una religione abietta (il clima di terrore infuso dall’integralismo islamico ha finito col generare sempre più diffidenza e pregiudizio), per fare soldi facili come dà l’illusione di poter fare la nostra TV generalista (la nostra TV, appunto, non quella del Maghreb o della Moldavia), per estendere i propri loschi traffici dentro ai nostri confini (quello della mafia è un fenomeno universale, si sa, ma è dall’Italia che parte).

In realtà l’extracomunitario ci serve più di quanto non riusciamo ad ammettere: serve proprio al nostro stesso instabile, poco trasparente tenore di vita. Ci servono la badante polacca e la colf rumena pagate senza contributi, ci serve il bazar cinese che vende a cinquanta centesimi roba di scarsa qualità ma che fa la sua figura, ci serve l’operaio albanese che non compare sul libro paga, ci serve la copisteria pakistana aperta tutti i giorni fino a mezzanotte inclusa la domenica, ci servono i pizzaioli egiziani sottopagati nel paese della pizza dove la pizza non la vuole fare più nessuno. Gli extracomunitari ci servono per fare il lavoro sporco e per scaricarci sopra, a tempo debito, le nostre responsabilità.

I fatti di cronaca nera di queste ultime settimane, però, hanno acuito paure ancestrali che si alternano da decenni alla nostra accettazione interessata di questa gente, e, nel contempo, hanno riacceso un dibattito politico e sociale mai risolto, dove posizioni umanitarie del tutto teoriche vengono impietosamente smantellate dalla cruda realtà dei fatti. Quanto è auspicabile una pacifica convivenza tra culture diverse? Ovvero: è giusto aprire le nostre labili frontiere a rifugiati politici, immigrati illegali, nomadi apolidi, disperati senza arte né parte né documenti? Ed è conveniente trasformare lo ius sanguinis in ius solis?

I protagonisti dei due brutali assassini avvenuti a Londra e a Milano non molto tempo fa erano, infatti, il primo un britannico di origini nigeriane, nato e cresciuto nella capitale inglese; il secondo un ghanese irregolare e senza fissa dimora già noto alla polizia.

Le nostre città sono dunque sempre più multiculturali e multietniche, ma questa policromia non ha niente a che vedere con la spinta esploratrice di Marco Polo o di Colombo (nessuno sta tentando di colonizzarci, state tranquilli!). Ciò che smuove ogni giorno vere e proprie masse dall’est europeo, dall’Africa, dal Medio Oriente verso i nostri democratici, emancipati, stressati, squilibrati paesi occidentali, è sete di dignità, fame di giustizia, bisogno di riscatto, o di pace, o di trasmigrazione in abiti diversi senza rinunciare alla propria pelle.

– Il mondo è tanto grande! – avranno pensato questi uccellaci migratori – Ci sarà pure un pezzetto di cielo sotto il quale non si odano più spari che restino impuniti, dove si possa lavorare senza sentirsi schiavi, dove si possa amare senza restrizioni e si possa diventare ciò che si desidera senza limitazioni di sesso o di casta!

Chiunque ha il diritto di sognare, e chiunque ha il diritto di cercare il proprio posto nel mondo: folli e savi, innocenti e delinquenti, miserabili e furbetti, fanatici religiosi e poveri diavoli. E il bisogno di venire a cercare questa presunta valle dell’Eden in Italia piuttosto che in Germania, in Francia piuttosto che in Gran Bretagna – per rimanere entro i confini europei – è così grande che si è disposti a tutto. Sta ai governi, alla Legge, vigilare su questo tutto.

– Che intendi con la parola integrazione? – mi chiede il mio amico Ibrahim. È ben vestito, educato, gentile, simpatico, musulmano ma non pienamente osservante (se deve lavorare durante il Ramadan deve pur mangiare qualcosa per mantenersi in piedi), in Tv guarda solo i programmi di approfondimento giornalistico (italiani, ovviamente), ha studiato Letteratura Francese a Nizza ma lavora come addetto alla cortesia in un negozio, gli piace il calcio e adora la pasta con le vongole che gli prepara il suocero. Eppure il nero laccato della sua pelle spicca sopra tutte le altre bianchicce o forzatamente abbronzate che lo circondano, la sua statura da giocatore di basket mancato non riesce a camuffarlo tra i centosettanta centimetri ambulanti della media nazionale, e se lo si ascolta senza vederlo, basta il suo inconfondibile accento afrofrancese a identificarlo.

Cosa gli rispondo? Farfuglio qualcosa di molto teorico e imparziale come se avessi ingoiato un dizionario: – Vuol dire che accetti e rispetti le nostre leggi, i nostri costumi, le nostre abitudini.

Non è vero. Lo so che non è vero.

Prendete gli allarmi divulgati dalla polizia americana quando dà la caccia a un malvivente di cui non conosca perfettamente l’identikit fornito da questo o quel testimone di passaggio! Quasi sempre il sospettato è nero, anche se era notte fonda e se ne intravedeva appena la sagoma, anche se aveva un cappuccio che ne occultava i riccioli rasta o una maschera a coprire gli evidenti lineamenti afro.

Per noi integrazione significa rinnegare le proprie origini, i propri abiti, persino la propria razza se tutti i neri potessero sbiancarsi come ha fatto Michael Jackson.

Per il mio amico Ibrahim, dopotutto, è un po’ più facile: prima di stabilirsi in Italia ha subito una bella occidentalizzazione in Francia, appare meno folcloristico di tanti suoi connazionali più tradizionali e parla bene in italiano di questioni italiane. Ma non tutti hanno questa fortuna o vogliono averla. E ciò non significa che siano tutti malviventi. Eppure il pregiudizio c’è, la paura incondizionata rimane. Riusciamo a sentirci protetti e solidali solo tra figli dello stesso pensiero liberale, della stessa fede cristiana, dello stesso ordinamento giuridico. Perché? Certamente è più facile accettare il diverso problematico e bisognoso d’aiuto quando si ha la pancia piena, un lavoro stabile, un tetto sopra la testa acquistato senza aver sostenuto le sette fatiche di Ercole e la certezza di un futuro giusto per te e per i tuoi figli (un po’ come ha dimostrato il leghista Matteo Salvini quando è andato in India e ha avuto parole di compassione per i poveri bimbi indiani. L’avrebbe mai fatto se quegli stessi bimbi fossero stati domiciliati a Bergamo?!). Ma quando un italiano mediamente istruito, mediamente credente e mediamente onesto, perde il lavoro, la casa, il diritto all’istruzione e alla sanità, perde la certezza di una giustizia uguale per tutti e la fiducia in quello stato illuminato e garantista che egli stesso ha contribuito a creare, diventa arrabbiato, cieco, spietato. E se poi si sente dire proprio da chi dovrebbe tutelarlo e mostrargli la via che la colpa è degli immigrati che ingrossano le fila del lavoro nero, che portano degrado nelle periferie già degradate e delinquono incontrollati come un virus di cui non si conosca l’antidoto, è facile prendersela con loro e non con le istituzioni.

Per mascherare le proprie debolezze e incompetenze, i nostri governanti istigano alla ghettizzazione, acconsentono alla formazione di partiti e movimenti secessionisti apertamente razzisti, strumentalizzano episodi di ordinaria follia e delinquenza facendoli passare per categorie dell’essere proprie di certe etnie, erigono muri più subdoli e pericolosi di quello di Berlino.

L’intolleranza si combatte con l’alfabetizzazione, con lo scambio e un benessere meritato e condiviso, ma invece di promuoverla questa cultura, invece di considerare il melting pot sociale come una benedizione in un paese dove non si fanno più figli perché la parola famiglia trova spazio nel dibattito politico solo se serve a scoraggiare il riconoscimento legale di altri nuclei affettivi e abitativi – non certo per sostenerla con servizi all’infanzia e pari opportunità sul lavoro – i nostri politici trovano un capro espiatorio, commutando la propria inadeguatezza a far fronte a nuovi problemi di popolamento, in odio indiscriminato verso questa zavorra informe e da essi stessi mal gestita che anela a mangiare le mollichine dei nostri scarti alimentari.

Quando arrivano non sappiamo dire di no, abbiamo l’angelico primato di correre in loro aiuto, fornire un primo soccorso con coperte termiche e bottigliette d’acqua minerale che se fossero turisti gli faremmo pagare cinque euro ogni mezzo litro. Forse è per non tradire la nostra professione di fede ufficiale, o per non distruggere il falso mito di Italiani brava gente così ottusamente perpetrato dai tempi dell’Italia repubblicana (si legga, a tal proposito, l’omonimo saggio dello storico Angelo Del Boca). Fatto sta che dopo una prima accoglienza da buoni samaritani, la carrozza svela la sua intima natura di zucca, il sistema comincia a mostrare senza vergogna tutte le sue più squallide falle, la regolarizzazione si perde nelle infinite trame di una burocrazia allucinata e l’ospite puzza già come il pesce marcito da ben più di tre giorni.

Caro nipote che presto lascerai il tuo paesino castrante e rassicurante per proseguire gli studi nella metropoli popolare e selvaggia, forse non capirai fino in fondo i miei discorsi verbosi e supponenti. Forse più in là, quando sarai più disilluso, come lo sono io adesso. Probabilmente ti arriveranno più dritte al cuore le parole di Tahar Ben Jelloun nel suo candido Il razzismo spiegato a mia figlia, ma sappi che questa è la società moderna, questo è il mondo, e una convivenza pacifica è possibile solo se non si privano gli uomini e le donne della loro dignità, connazionali e non, e se la giustizia è davvero uguale per tutti, potenti e non.

Mi piace pensare all’Italia che verrà come all’Impero Romano, con la sua Roma tracciata dall’aratro di Romolo e Remo e le sue tante province extracontinentali. Lo sai che Seneca era spagnolo? Il gladiatore Spartaco era bulgaro, Sant’Agostino era algerino e Sant’Antonio abate egiziano. Ma forse ti sembrano esempi troppo lontani, allora pensa al tuo idolo del momento! Mario Balotelli è nato a Palermo da immigrati ghanesi, è stato adottato da una famiglia bresciana, gioca nel Milan e non mi sembra affatto integrato. Più romano di così!



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