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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Le categorie dell’essere… calabreseLe categorie dell’essere… calabrese

Come cambiano i tempi! Otto estati fa, in piena fase di ritinteggiatura delle pareti del mio nuovo appartamento, mi godevo le mie meritate pause serali davanti a un bel film preso a noleggio nella cineteca self service dall’altra parte della strada. Oggi quel bugigattolo non esiste più. Al suo posto c’è un’erboristeria.

Con la medesima velocità cambia anche il linguaggio, non solo quello riferito alla realtà materica di facile consumo come nel caso della cineteca, ma anche quello usato per descrivere fenomeni che oggettivamente sono rimasti immutati. Mi riferisco, nella fattispecie, agli omicidi delle donne.

Oggi si sente sempre più spesso parlare di femminicidio. Un atto che era grave prima che si coniasse questo termine, e che è ugualmente grave adesso, con la differenza che adesso – chissà se a causa o come conseguenza del neologismo – provoca un dibattito sulla possibilità che dietro vi si celi una devianza più specifica, un vero e proprio fenomeno sociale che per secoli è stato scambiato per violenza gratuita o motivata ma sempre generica, solo casualmente indirizzata alle donne. Oggi, invece, si guarda più in profondità a quelli che fino a ieri erano banalmente additati come raptus di follia, crisi di gelosia portate all’esasperazione, violenza domestica di normale routine. Ci si domanda: e se le radici di tali comportamenti criminosi stessero, invece, nella debolezza fisiologica, nell’inferiorità nei ruoli sociali, nella sbagliata considerazione che si ha degli esseri umani di genere femminile che li rende soggetti più vulnerabili e, di conseguenza, più facilmente prevaricabili?

La cronaca nera degli ultimi giorni annovera l’ennesimo delitto ai danni di una donna: ha appena sedici anni, il suo assassino è il fidanzatino, i particolari dell’esecuzione sono agghiaccianti e la scena della tragedia è un paesino in provincia di Cosenza. Oltre al riconoscimento del tipo di omicidio, questa volta è proprio il luogo a fare un’ulteriore differenza: non si parla semplicemente di femminicidio, ma di femminicidio calabrese (un po’ come per la mafia e le sue particolareggiate denominazioni a seconda se abbia origini siciliane, calabresi, campane o pugliesi).

A lanciare la mela della discordia sul banchetto dei mezzi di informazione è una trentenne originaria di un paese vicino a quello dove è stata uccisa Fabiana Luzzi. La sua lettera aperta sul Corriere della Sera, dove denuncia una generale condizione di abnegazione che sarebbe propria delle donne della sua regione, ha fatto molto scalpore, tanto che l’autrice è stata invitata a ripetere quelle parole vergate a fuoco, all’edizione di un telegiornale. Apprendo di questo polverone mediatico proprio dal piccolo schermo. Ed eccola lì questa giovane donna, l’espressione malinconica, la voce felpata, quasi a lutto, nulla di spavaldo o di rabbioso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare.

Francesca Chaouqui descrive una società calabrese matriarcale, dove la capofamiglia conta solo in quanto angelo del focolare e arbitro scaltro dei buoni equilibri familiari; per tutto il resto, il suo compito è soggiacere alla volontà dell’uomo, non esporsi, non schierarsi, non emergere, non disubbidire, non avere troppi grilli per la testa. In tale contesto la stessa morte, come nel caso di Fabiana, è un’eventualità più che probabile, seppur ingiusta, per chi si oppone a tutto questo.

Si può immaginare quante e quali reazioni questa analisi amara abbia provocato. Ha fatto riflettere anche me, forse ancor di più per il fatto di essere io stessa una donna calabrese, e così, riflettendo, sono andata a ritroso nel tempo, alla mia adolescenza vissuta a Catanzaro, alle esperienze che mi hanno formata, alla mia famiglia, ai miei studi, alle mie aspirazioni, ma per quanto mi ci sia impegnata, non sono riuscita a trovare un solo ricordo buio anche lontanamente paragonabile a quelli descritti dalla mia conterranea e che l’hanno portata a scrivere: noi calabresi siamo tutte Fabiana.

Ricordo il mio primo campo scout, le pillole antitifo che sospesi per i forti dolori addominali che mi avevano provocato, e i miei genitori che alla fine, tra mille paure, mi fecero partire ugualmente. Ricordo la prima volta che feci un viaggio da sola – a quindici anni in Inghilterra – e i timori dei miei che pure questa volta dovettero far finta di niente e lasciarmi andare. Ricordo quando diventai vegetariana, a sedici anni, stravolgendo le abitudini culinarie di mia madre. E poi lo scetticismo con cui fu accolta prima la mia scelta di fare teatro, e dopo quella di scrivere, per poi trovare proprio nella mia famiglia i miei più ferventi sostenitori.

Non ho vissuto in una famiglia né all’avanguardia né benestante, i miei non sono stati né troppo severi né esageratamente permissivi. Quando ho scelto la convivenza al posto del matrimonio devono aver pensato: ma questa è figlia nostra o è nata sotto a un cavolo? Eppure non mi hanno mai impedito a priori di sbagliare e di decidere il mio modo di essere felice. E tutto ciò nonostante siano calabresi.

Non credo che Francesca Chaouqui sia una mitomane senza scrupoli in cerca di fama facile, presto fede alla sua versione dei fatti e le sono vicina nel dolore che traspare dalle sue parole, perché deve aver sofferto e probabilmente soffre ancora del clima di oscurantismo che ha respirato in prima persona e che probabilmente in molti altri paesi di tutto il nostro Sud aleggia indisturbato mietendo vittime fisiche o anche solo psicologiche; il suo unico errore è stato parlare a nome di tutte le donne calabresi, come se l’essere donna calabrese sia diverso dall’essere donna molisana o veneta, come se il movente culturale che sottintende i femminicidi in Calabria sia diverso rispetto ai medesimi delitti che però si svolgono in altre regioni d’Italia, o, peggio, come se tale cultura di violenza sia più forte nella nostra regione.

A metterci il carico da undici ci ha poi pensato un maschietto: un altro calabrese, un certo Domenico Naso, anch’egli attraverso i mezzi di informazione. Su Il Fatto Quotidiano scrive dal suo blog che la tragedia di Corigliano non [lo] ha colpito per nulla, perché la donna in Calabria vale zero, e lui lo sa bene. Senza trarre spunto dalla propria famiglia (sarà pur stato generato da una donna, e forse gli sarà anche capitata la sfiga di avere una sorella), elenca una sfilza di casi di limitazione alla libertà della persona e di violenze che ha avuto modo di vedere quando frequentava il liceo. Anche qui il mio innato spirito garantista mi impedisce di pensare che il ragazzo soffra di allucinazioni, e applaudo il suo atto di denuncia – se di questo si è trattato – ma mi chiedo: bisogna dunque ipotizzare una categoria dell’essere calabrese?

Aristotele fu il primo a parlarne. Per lui le categorie dell’essere avevano un valore oggettivo, si riferivano a degli enti concreti, appartenevano alla realtà ontologica dell'essere (chi sei, quanto sei alto, dove stai, che cos’hai… Insomma: un po’ tutti i complementi dell’analisi logica che le nostre reminiscenze scolastiche ci hanno lasciato in eredità). Poi è arrivato Kant, il cervellone, che ha detto: ”Alt! È solo grazie al nostro intelletto se giudichiamo la realtà in un certo modo, non perché sia così o cosà indipendentemente dall’umano funzionamento del pensiero”. Qualche decennio dopo si aggiunge Hegel, un altro tedesco, per il quale un oggetto esiste solo se rientra in una categoria logica (santa grammatica!), e per Nietzsche, infine, le categorie variano con l’evoluzione della specie, ovvero: rimangono solo quelle utili a far sopravvivere una razza piuttosto che un’altra.

Ogni volta che si è cercato di fare chiarezza sulle persone, non s’è potuto fare a meno di racchiuderle in una scatolina virtuale e apporci sopra un’etichetta, anzi: una miriade di etichette, dal momento che i generi, i sottogeneri, i punti di vista, le scienze, in una parola le analisi possibili non riguardano un unico, immutabile aspetto dell’essere, ma molteplici e variabili ambiti. Certamente ci sono delle costanti, delle unità minime di riferimento come i cinque sensi di cui ognuno di noi è dotato, il funzionamento del cervello, la natura bipede, la facoltà linguistica, la capacità di sognare eccetera, ma più ci si inoltra nella contingenza, nella storicità, nelle scienze umane, più la materia diventa insidiosa.

L’affermazione della Chaouqui noi calabresi siamo tutte Fabiana, più che assumere un valore fatalista o empatico, riconosce a tutte le donne di Calabria una natura propria, e all’intera società regionale un’autonomia di giudizio e di azione fuori controllo, anzi: fuori dal mondo.

Non voglio annullare le differenze né fingere che non ci siano problemi profondi, ma non vorrei che si credesse che l’essere calabresi sia come essere malati. Chiamiamo le cose con il loro nome! Il femminicidio non ha l’esclusiva di una provenienza geografica piuttosto che un’altra, così come il razzismo non ha un verso buono e uno cattivo e chi delinque merita una giusta pena sia che sia ricco, povero, extracomunitario o europeo. Una cultura della discriminazione, come ce n’è anche altrove e non esclusivamente nei confronti delle donne, certamente non aiuta, ma la cultura si può cambiare, perché dipende da noi, non è un’essenza immutabile di cui sono fatti gli uomini, né tanto meno i calabresi.

Quanto al nostro cinico blogger, arrivo alla chiosa del suo pezzo e comincio a capire come la violenza sulle donne sia solo la punta di un iceberg: Questa è la condizione delle donne calabresi. Nessuno stupore, dunque. Ma solo una rassegnazione impotente che nessun discorso di circostanza potrà mai attenuare.

Caro Domenico, chi non si stupisce più delle infrazioni, ha deciso di soppiantare la Legge con il malcostume. Chi non è più capace di compassione per i drammi altrui, ha scambiato la qualità umana per debolezza da rifuggire. Chi non si indigna più delle ingiustizie del mondo, non fa che dimostrare tutta la propria vigliacca connivenza.

Sono stata una scout negli anni degli scandali delle Carceri d’Oro, delle tangenti, dei pool antimafia; sulla scena della lotta alla criminalità organizzata si affacciavano in maniera sempre più popolare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al grido di “Restare per cambiare” il mio capo scout ci spronava a lottare, nel nostro piccolo, per migliorare la nostra realtà regionale. “Se tutti se ne vanno, che fine fa la nostra regione?”, ci sfidava, ed io mi sentivo piena di sensi di colpa, perché tutto quell’attaccamento campanilista, sinceramente, non ce l’avevo proprio. Per fortuna, a stemperare quell’aria lugubre di sacrificio, ci pensò la mia capo femminile: “Nell’era della Comunità Europea non si può continuare a dare tutta questa importanza all’identità regionale”. Grazie a lei sono andata via serena, con la coscienza sollevata. E allo stesso modo credo che chi rimane per propria scelta, perché ha messo su famiglia, si è realizzato nel lavoro o semplicemente si sente appagato da tutto ciò che lo circonda, non debba rimanere indifferente alle storture che lo sfiorano anche solo da lontano. Solo così si può essere fieri delle proprie origini ovunque si decida di andare a costruire la propria vita, non certo mostrando rassegnazione impotente. Non dico di fare gli eroi, di scendere in prima linea e denunciare. Non è da tutti un tale livello di sensibilità partecipativa. Ma anche solo indignarsi può essere un segno di volontà di cambiamento. Perché l’essere calabrese non diventi un’improbabile categoria dell’essere.



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