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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Taksim. La Turchia non è poi così lontanaTaksim. La Turchia non è poi così lontana

Le mie prime colazioni stanno diventando sempre più continentali. Mentre spalmo marmellata su una fetta di pane tostato, il piccolo schermo mi ragguaglia su come la nostra noiosa – se si escludono le news su Berlusconi – politica interna – il solito governo dei rinvii – ceda sempre più il passo alle dirompenti eco di un esteso estero in rivolta. Fino a ieri era protagonista la Siria, poi è arrivato il turno della Turchia, e da pochissimo è entrato in gioco il Brasile. Manifestazioni diverse, ora pacifiche ora arrabbiate, cui seguono repressioni più o meno dure e lunghe dirette TV che, dove la censura non ha gettato il suo veto, ci catapultano dentro esotici scenari di guerriglia urbana.

In questi giorni io e il mio compagno ospitiamo un nostro caro amico e la sua fidanzata, che è una cantante lirica. Appena scopro che viene dalla Turchia, indirizzo subito la conversazione sui drammatici avvenimenti che stanno colpendo il suo paese, e già dai suoi primi commenti mi sento spiazzata: – Guardate che non è niente di che! Sono appena seicento alberi.

Lì per lì ho il timore che parteggi per il cattivo; in tal caso non sarebbe molto carino iniziare una querelle ideologica dopo appena cinque minuti di conoscenza. Sono già pronta a cambiare discorso quando aggiunge: – Io non sono una fan di Erdoğan, ma credo che abbia fatto molte cose buone per la Turchia, e che questa protesta sia iniziata per sostenere una causa ambientalista ma poi sia diventata qualcos’altro.

La faccenda si fa interessante; metto da parte l’etichetta e comincio a tempestarla di domande sorseggiando caffè decaffeinato e piluccando Lokum, squisiti dolci locali fabbricati da suo cugino a metà tra la pasta di mandorle siciliana e i marshmallows.

La location dei fatti è piazza Taksim, un luogo storico di Istanbul, crocevia di negozi, trasporti metropolitani e alberghi. Due secoli fa vi sorgeva la Caserma Ottomana Taksim, che dopo la caduta dell’Impero divenne uno stadio di calcio per poi, negli anni ’40, essere a sua volta demolito. È dal 2011 che si sente parlare di questo progetto, fortemente voluto dall’attuale presidente del consiglio, di costruirvi un centro commerciale o, in maniera alquanto anacronistica, la vecchia caserma ottomana.

Su un lato della piazza si estende il Gezi Park, un grande parco che, a detta della mia fonte, prima delle manifestazioni di questi giorni non era granché popolato: – Ci vedevo i netturbini schiacciare un pisolino, ma non ho mai notato gente passeggiarci.

Tenendo il parco sulla sinistra, infondo alla piazza svetta il Centro Culturale Ataturk, dal nome di colui che nel 1923 fondò la Turchia. Si tratta di un polifunzionale artistico molto attivo, fino a una decina d’anni fa, con spettacoli di prosa, opera, balletto, concerti. Secondo i piani di Erdoğan anche questo luogo, però, è destinato ad abbandonare la sua veste tradizionale per ospitare un albergo o, stando alle ultime voci, un’Opera House dove non è ancora chiaro a quali artisti sarà consentito esibirsi.

– Quindi è una protesta ambientalista! – ribadisco ingenuamente.

– All’inizio i manifestanti erano ambientalisti – mi spiega la mia nuova amica in un ottimo italiano – ma poi si sono uniti i Çarşi (si pronuncia ciarsciù, ndr), proprietari di importanti catene di negozi del vicino quartiere di Beşiktas, essendosi sentiti minacciati in prima persona dall’apertura di questo centro commerciale. È allora che è scoppiato il caso internazionale.

Rifletto in silenzio su come ancora una volta sia l’economia a far girare il mondo, a scatenare le guerre e a suggellare le più improbabili alleanze.

– E pensa che di tutto ciò ne hanno dato notizia fin dal principio solo la turca Halk TV, CNN International e la norvegese VG TV; la CNN Turk non ha mai trasmesso niente a riguardo, e la gente è andata a chiederne il perché sotto gli uffici dell’emittente, sai?

Per non dare niente per scontato occorrerà riassumere brevemente le forme di una protesta che ha coinvolto non solo Istanbul, ma molte altre città come Ankara, Izmir, Adana, Eskişehir (solo per citarne alcune). Fin dagli esordi il dissenso è stato pacifico, a volte originale, altre volte più tradizione (vedi Occupy Wall Street), ma sempre inoffensivo. Ad Ankara, in una stazione del centro, c’è stata la protesta del bacio, che le autorità hanno bocciato come comportamento immorale. Chi non si è recato a Istanbul ha preso parte alla protesta delle padelle, sbatacchiando pentole e coperchi per far sentire a suo modo la propria voce, oppure strombazzando il clacson, o accendendo e spegnendo in continuazione gli interruttori della luce ogni sera alle nove per mezz’ora. In piazza Taksim, invece, la protesta delle scarpe ha visto i manifestanti abbandonare le proprie calzature tutte in fila sull’impiantito, come gli ospiti attenti di un albergo fanno con le proprie quando si ritirano in camera, o come usano i musulmani prima di entrare nella Moschea. Un gesto semplice e antico che qualche giornalista nostrano ha interpretato come un segno di volontà a rimanere nella piazza nonostante le intimidazioni delle autorità, ma in cui la mia ospite ha letto un segno di spiritualità altissimo che investe per la prima volta un luogo pubblico, laico come può essere proprio una piazza in quanto espressione fisica di libertà umana.

La forma di protesta forse più poetica, ma ugualmente disarmante, è stata quella passata alla cronaca come Duran Adam (in turco: l’uomo che sta fermo). Dal suo telefonino Pervin, il cui nome deriva dall’antico persiano, mi mostra un video in turco sul web: un tale fissa la piazza immobile, in piedi, con lo sguardo privo di emozioni. Qualche passante gli si avvicina e lo provoca, ma lui rimane impassibile; gli frugano nelle tasche e lui, invece di proteggersi, li agevola offrendogli tutto ciò che ha; a un certo punto inizia a sfilarsi la cintura dei pantaloni, segno che non ha niente da perdere, che è pronto addirittura a denudarsi, perché non sono i propri averi ciò cui tiene di più, ma uno degli avventori lo ferma, e lui torna a fissare l’orizzonte. L’idea è stata poi imitata anche da ventidue giornalisti presenti a una riunione della Commissione Europea svoltasi a Bruxelles lo scorso 21 giugno sulla libertà di espressione nei mass-media.

Una nuovissima forma di protesta passiva in cui i mezzi di informazione hanno voluto trovare una somiglianza col fenomeno ucraino delle Femen, è poi quello isolato di una giovane donna che si è messa a inneggiare alla libertà ballando in bikini.

– Questa l’ho già vista alla televisione italiana. – faccio a Pervin. Quello che non ho visto, però, è la risposta di un’altra signora, anch’essa turca, questa volta interamente vestita, con tanto di mantò (fazzoletto) in testa, che si è messa a rimproverare i passanti che applaudivano la ragazza seminuda, rivendicando il proprio diritto ad essere ugualmente moderna e kemalista (sostenitrice del pensiero laico e liberale di Ataturk) nonostante i suoi abiti, che non le sono stati imposti, ma che ha scelto liberamente di indossare. Il che la dice lunga sul multiculturalismo turco, che certamente in alcune città è più presente che in altre (a Mardin, la città natale di Pervin, convivono turchi, curdi, siriaci, armeni) ma che comunque ne configura subito il carattere poco assimilabile ai paesi arabi, dove l’Islam è esteso anche al governo della cosa pubblica, tant’è che è la stessa Pervin a dirmi: – I giornalisti europei hanno paragonato questa protesta a quella egiziana di piazza Tahrir, la primavera turca come la primavera araba, suscitando il malcontento generale in un paese che, prima di tutto, non è arabo; dove la protesta non ha ancora assunto le proporzioni di una guerra e dove, in fine, il dissenso alle politiche di Erdoğan non è mai stato espresso con le armi.

Ma perché il fondatore del partito AKP – partito islamico moderato che di moderato, secondo la mia nuova amica, ha solo il fatto che i suoi membri sotto la tunica portano i pantaloni – si è tirato dietro così tanta rabbia? Prima quella degli ambientalisti, poi dei negozianti, adesso di milioni di persone a cui non importa né del verde né del commercio. Se è vero che Erdoğan ha sfruttato bene i rapporti con i vicini arabi, ha restituito tutti i prestiti del Fondo Monetario Europeo, ha migliorato i trasporti, sanato abitazioni fatiscenti, incentivato la popolazione a spostarsi dalle città (la sola Istanbul conta quasi quattordici milioni di abitanti) verso la campagna, è altrettanto vero che ha creato delle leggi che per un paese storicamente laicizzato come la Turchia sono inammissibili, come quella che limita la vendita di alcoolici dalle 22.00 alle 6.00 a meno di cento metri da scuole e moschee. Per non parlare dei suoi propositi di abolire l’aborto e di spingere le donne a fare almeno tre figli (qualche analista vi ha letto un modo subdolo di incremento demografico etnico, a dispetto della popolazione curda, tra la quale pare ci sia una maggiore natalità).

– I turchi non hanno ancora capito da che parte stare. – osserva Pervin – Sono un po’ orientali, un po’ occidentali.

– Non pensi che la repressione violenta a piazza Taksim remerà contro la possibilità che la Turchia venga annessa all’Unione Europea? – le chiedo, e davanti agli occhi ho ancora nitide le immagini degli idranti sparati contro i manifestanti dopo il ventiquattr’ore di Erdoğan sullo sgombero, dei camion della nettezza urbana che smantellano le tende da campeggio, dei gas lacrimogeni illegali, dei proiettili di gomma sparati ad altezza uomo, dei morti, degli arresti estesi anche ai medici e ai civili che prestavano soccorso, e poi agli avvocati che difendevano i manifestanti, all’imam che è stato accusato di dare accesso alla Moschea ad un fedele trovato con una birra in mano (pare fosse una Coca Cola), e poi al pilota della compagnia aerea Borajet che ha imprecato contro il primo ministro su Facebook.

– Effettivamente sono state usate misure violente sproporzionate e per niente degne di un paese democratico. – aggiunge.

Non a caso, dall’ottobre 2011 al dicembre 2012 la Turchia ha comprato dagli U.S.A. armi classificate come Non-lethal Technology per otto milioni e mezzo di dollari. È al primo posto tra i paesi acquirenti di questo tipo di armi dopo Cina, Panama e Cile.

– Ma la Turchia sotto Erdoğan ha fatto passi da gigante, – continua Pervin – è una partner troppo importante per la Comunità Europea. Certamente c’è anche da risolvere la questione dei curdi. Io stessa sono curda.

Ora mi è tutto più chiaro. Come appartenente ad una popolazione perseguitata ed emarginata, smembrata nei millenni tra Turchia, Siria, Iran e Iraq, ma anche in qualità di artista cosmopolita che vive in Italia da tanti anni e viaggia per lavoro in tutta Europa, non può non avere uno sguardo più ampio e disincantato sull’intera faccenda.

– Ho dovuto chiudere la mia pagina Facebook per gli insulti che ricevevo. Mio padre è stato esiliato al nord negli anni ’80. Non potevamo parlare la nostra lingua in pubblico, nemmeno studiarla a scuola (oggi la letteratura curda viene insegnata solo in alcune università turche). L’informazione era bloccata; solo due satelliti trasmettono programmi curdi nel mondo, ma non in Turchia, dov’è vietato. Le musicassette e i libri in curdo erano di contrabbando; l’unico modo per sopravvivere è stato per molti, e ancora lo è, il commercio illegale.

E mi cita un episodio risalente al dicembre 2011, uno dei tanti, quando trentacinque persone originarie di un paesino al confine con l’Iraq, scambiate per guerriglieri curdi, furono uccise dall’esercito turco mentre contrabbandavano col beneplacito delle stessa polizia doganale.

La scelta di non partecipare come comunità ma solo come singoli individui alla protesta di piazza Taksim, ha sicuramente scagionato i curdi dall’ennesima imputazione strumentale ai loro danni, e lo stesso dicasi per la decisione del BDP (partito di ispirazione curda rappresentato in parlamento) di non esporsi troppo pur mantenendosi solidale con i manifestanti, proprio per non rischiare di compromettere i delicatissimi negoziati di pace che lo stesso governo Erdoğan sta ultimamente portando avanti, e in cui si discute anche del rilascio del controverso capo del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan non riconosciuto dal parlamento turco): Abdullah Ocalan.

– Ma è un terrorista! – provo a obiettare a mezza voce ricordando le posizioni ufficiali degli Stati Uniti e dell’Europa.

– E gli altri cosa sono? – replica ferita.

Vorrei citare dalla mia parte Gandhi, o qualcuno di più recente come Aung San Suu Kyi e le loro ribellioni non violente, ma non voglio fare teoria spicciola da buonista in un contesto così complesso e drammatico che in più non ho vissuto in prima persona come ha fatto lei.

Osservo questa giovane donna solare, dai colori mediterranei e la tempra del sopravvissuto che non può dare nessun diritto per scontato.

– Minnosh! Minnosh! – fa affettuosamente al mio gatto, incurante dell’indole traditrice della mia belva d’appartamento (minnosh significa appunta micio).

Qualche nostro intellettuale oggi sfida un’opinione pubblica intorpidita chiedendo se mai gli italiani saranno un giorno capaci di battersi per rivendicare i propri diritti come si fa altrove, esortandoci al coraggio, al sacrificio, a un cambiamento radicale che parta dal basso, rimproverandoci d’essere un popolo lassista e senza speranza. Forse un po’ di ragione ce l’ha, e non consola ricercarne le origini in una presunta paura collettiva di tornare agli anni del terrorismo o, peggio, a quelli della dittatura.

Mi vengono in mente le parole del mio amico Ibrahim su un fenomeno nazionale sempre più in ascesa: – Se un italiano perde il lavoro si ammazza. Noi in Senegal cantiamo.

Avrei replicato volentieri che lui si è trasferito in Italia proprio per lavorare, ma quella volta temetti di suscitare una polemica sterile, perché le sue parole significavano molto di più: erano un inno alla vita sempre e comunque.

Sornioni e accomodanti, o vaiassi e ugualmente inconcludenti, probabilmente noi italiani siamo meno sognatori di come ci descrivono, o forse non abbiamo ancora toccato quel fondo senza ritorno che ci assimilerebbe tristemente a tutti i popoli in lotta per la democrazia. Sarò vigliacca, ma spero di non toccare mai quel fondo, mentre mi auguro anch’io un risveglio delle coscienze, senza sangue, senza armi, bensì con le parole, perché le parole possono restare e continuare a testimoniare, mentre i morti non ritorneranno a rivendicare proprio un bel niente.

– Qual è la città italiana che ti piace di più? – le chiediamo seduti tutti e quattro intorno al tavolo di un ristorante giapponese (tanto per mantenere vivo il melting pot di questi giorni).

– Como. Bella, ordinata, pulita. Però la gente non mi piace. Ti guardano strana… Spesso mi scambiano per una siciliana, sarà per quello.

Sospiro e penso che la Turchia non è poi così lontana.



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