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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Siamo tutti fuori di… pista? Intervista ad un operatore del soccorso alpinoSiamo tutti fuori di… pista? Intervista ad un operatore del soccorso alpino

Ah il fascino della montagna d’inverno! Quelli freddi sono i mesi d’elezione per le settimane bianche. Con le prime nevi, però, arrivano anche i primi incidenti, e in questo inizio 2014, purtroppo, ne abbiamo già visti parecchi. Il popolare Michael Schumacher è finito in coma proprio a causa di un incidente su un breve tratto di collegamento tra una pista e un’altra a Méribel, sulle Alpi settentrionali, e la sconosciuta Alexia Canestrari è stata protagonista di una tragedia sfiorata sul Monte Livata, dove durante una passeggiata si è persa insieme ai suoi due bambini.

Il caso Schumacher ha ovviamente richiamato la simpatia e la solidarietà di tutto il mondo verso il campione di Formula Uno e, in più, da un lato ha indignato le voci fuori dal coro per tanta micromania verso un comportamento che, sebbene adottato da un personaggio pubblico generalmente ben visto, è e rimane deprecabile (andare fuori pista); d’altra parte ha portato gli stessi anticonformisti a dubitare di un pari interessamento qualora la disgrazia fosse avvenuta a chicchessia.

Il caso Canestrari, invece, ha attirato come non mai la fantasia della stampa, che ha trasformato una plausibile storia edificante di coraggio e di amore materno in un contorto tentativo di abbandono volontario di minore (a un certo punto si sarebbe infatti allontanata a cercare aiuto senza i figli).

“La montagna è traditrice”: diceva mia madre. E ora che ci penso lo diceva anche per il lago e per il mare.

Ma è possibile che ci si debba accontentare della propria buona stella – o dell’indole imprevedibile degli elementi – quando si fa una sciata o una passeggiata o una nuotata?

Per saperne di più la settimana scorsa, andando a fare una gita in montagna, ho chiesto a degli esperti, e così ho scoperto che: La pista regolare è un area sciabile attrezzata con superficie innevata anche artificialmente, ben segnalata da appositi cartelli che indicano il nome (o il numero) della pista e il relativo grado di difficoltà (pista nera: difficoltà alta; pista rossa: difficoltà media; pista blu: difficoltà bassa). Sono i gestori di queste aree a provvedere all’ordinaria e straordinaria manutenzione delle piste. Tutto il resto è considerato fuori pista, quindi i gestori degli impianti di risalita o i concessionari non sono responsabili degli incidenti che si possono verificare in questi tratti. Solo in alcune regioni del nord come la Valle d’Aosta o in Francia è consentito praticare il fuori pista, e comunque dove non espressamente autorizzato con segnaletica è sempre vietato.

Ma perché piace così tanto andare fuori pista?

L’ebrezza di sciare sulla neve fresca non ha eguali. E poi non dimentichiamo il richiamo della trasgressione.

Qual è il trasgressore tipo?

Maschio, età compresa tra i 25 e i 40 anni, preferibilmente praticante di scialpinismo, che è uno sport che si può fare sia in pista che fuori pista. In questo secondo caso andrebbe fatto solo se si è sciatori esperti e sempre in sicurezza, cioè provvisti di apparecchiature per l’auto soccorso come l’ARTVA (apparecchio di ricerca in valanga), la pala e la sonda, e quando le condizioni del suolo lo consentono: dopo una forte nevicata, infatti, bisogna aspettare che la neve si compatti, soprattutto se sono presenti stratificazioni. In questi casi, solitamente, il sindaco competente del territorio dove ci sono gli impianti emette un’ordinanza di divieto assoluto della pratica sciistica fuori pista con sanzioni amministrative. Rispettare le normative vigenti della legge 363/2003 che regolamenta la pratica dello sci rimane comunque il codice comportamentale migliore. Cito, a riguardo, una frase di un famoso montanaro: “Esperto, attento! Ché la montagna non sa che tu sei esperto.”.

Quali sono i mezzi cui i soccorsi montani si affidano maggiormente per individuare un disperso o per recuperare un incidentato e come avviene il soccorso?

Per quanto riguarda gli infortuni o incidenti in pista, i concessionari o gestori degli impianti, che sono obbligati a prestare soccorso, si avvalgono dei corpi specializzati della Polizia di Stato, della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, della Forestale e degli Alpini. In alternativa, del proprio personale qualificato al soccorso. Per i dispersi o gli infortunati fuori pista, invece, interviene il soccorso alpino e la Guardia di Finanza col proprio personale specializzato, coadiuvati dagli organi di Polizia. Tra i corpi di Polizia non ci sono grosse differenze; mentre il Soccorso Alpino e la Guardia di Finanza hanno competenza specifica e dotazione di apparecchiature e materiali: cani, apparecchiature elettroniche tipo ARTVA, Recco eccetera. Gli operatori di polizia deputati al primo soccorso in pista, se necessario contattano il 118 per le disposizioni di intervento (in particolar modo per trauma cranico, dorsale e toracico), altrimenti trasportano l’infortunato con il toboga (la barella) a valle, previo accordo con il 118 e valutazione delle condizioni climatiche; quindi con l’ambulanza presso i locali presidi sanitari, per gli infortuni più gravi presso gli ospedali.

La maggior parte degli incidenti per quali motivi accade?

Non ci sono motivi specifici. Le statistiche ci rivelano orari – tarda mattinata o primo pomeriggio – e generali condizioni di stanchezza.

Ci può raccontare un caso particolarmente difficile che le è capitato durante la sua carriera?

Nell’inverno 2011,in Abruzzo, ho effettuato un soccorso fuori pista di un disperso sotto una valanga. L’uomo non aveva apparecchiature di rilevamento addosso come l’ARTVA, che comunque sarebbe dovuta essere in modalità di trasmissione, quindi la nostra ricerca mediante lo stesso macchinario commutato in modalità di ricezione per rintracciare il segnale, era inutile. Abbiamo dovuto usare le sonde, che sono delle aste che si infilzano nel terreno per localizzare il corpo. Individuata un’area da sondare si forma uno schieramento di operatori spalla a spalla che avanzano a piccoli passi centimentro dopo centimetro. Quindi si recinta l’area e si prosegue in un’altra porzione per tutto il fronte della valanga. Dopo circa tre ore e mezza abbiamo ritrovato quell’uomo incolume. Si trovava in posizione prona sotto un ammasso nevoso a circa 1,5 metri di profondità.

Alla luce di tutti gli incidenti che le capita di vedere nel suo lavoro, definirebbe lo sci uno sport pericoloso?

Assolutamente no. Per chi vuole praticare lo scialpinismo o il fuori pista dove è autorizzato, consiglio semplicemente di non avventurarsi mai da solo e di dotarsi di ARTVA, sonda e pala per l’autosoccorso.

La figura del maestro può essere una misura preventiva?

Si, poiché nel loro insegnamento della pratica dello sci, i maestri evidenziano anche le norme comportamentali in pista.

Secondo lei l’uso del casco dovrebbe essere reso obbligatorio come sulle moto?

Si.

E per chi si avventura in alta montagna per una semplice passeggiata?

Segnalare le proprie intenzioni ad amici, familiari o alla struttura presso la quale si soggiorna, anche qui non incamminarsi mai da soli e munirsi sempre di telefonino cellulare carico.

Mettiamola così: il caso Canestrari e il caso Schumacher potevano sortire qualche riflessione un po’ più profonda del mero scoop ad ogni costo o della critica perbenista al peso mediatico che si continua a dare a personaggi già di per sé famosi.

Qualcuno, a tal proposito, disse: bene o male purchè se ne parli. Quindi ben venga tutto questo interessamento all’incidente di Schumacher se può servire a una sensibilizzazione agli aspetti della sicurezza legati alla montagna. Così come, nonostante le fantasiose ipotesi colpevoliste sulla Canestrari, conoscere per filo e per segno dalle TV e dai giornali la sua storia avrebbe potuto aprire una finestra su comportamenti di sicurezza da adottare quando si fa anche una semplice passeggiata nei boschi.

Oltre a fornire la telecronaca minuto per minuto delle condizioni di salute del povero Schumacher e ad aprire le scommesse sull’innocenza o meno della Canestrari, i media avrebbero potuto mandare servizi sulla prevenzione (un po’ come si fa per il mare all’inizio della stagione balneare), le scuole avrebbero potuto affrontare l’argomento magari insieme ad esperti del settore, e la Presidenza del Consiglio avrebbe potuto lanciare una nuova pubblicità progresso che metta in guardia sciatori ed escursionisti, magari proprio con lo slogan Esperto, attento! Ché la montagna non sa che sei esperto. Ma tutto ciò non è avvenuto. Ancora una volta si è sprecata l’opportunità di realizzare il senno del poi a partire dall’esempio di un’esperienza negativa. Ancora una volta ci si accontenterà del profetico e inconcludente La montagna è traditrice.



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