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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Tutti pazzi per i fornelli. Ma solo in TV.Tutti pazzi per i fornelli. Ma solo in TV.

All’indomani della finale di Masterchef Italia un interrogativo sorge spontaneo: ma non saranno un po’ troppi i programmi di cucina? Quasi quanto quelli di approfondimento giornalistico sulla nostra politica interna, con la differenza che i primi, col passare degli anni diventano sempre più accattivanti, mentre questi ultimi ripropongono sempre la stessa minestra (tanto per rimanere in tema culinario): domanda del conduttore / elusione della domanda da parte del politico ospite; replica del conduttore / elusione della replica da parte dello stesso politico ospite; e così continuando fino ai titoli di coda.

I moderni format che vedono protagonisti i fornelli ormai vanno oltre la classica lezione di cucina, granitica e inarrivabile, ma soddisfano un po’ tutti i gusti: c’è quello che parla del ristorante in fallimento da salvare e quello che mostra il locale da evitare; c’è la cucina smart del giovane chef che sembra uno studente di liceo, e c’è la cucina familiare della finta massaia che si muove con disinvoltura sui suoi tacchi a spillo tra robot e microonde incensando bastoncini surgelati e patatine fritte come fossero preziose ostriche di Arcachon accompagnate da fois gras (che differenza con la Ave Ninchi dello storico Colazione allo Studio Sette!); e poi c’è il viaggio tra le regioni alla ricerca di sapori familiari dimenticati e quello all’estero tra località esotiche che già per il solo fatto di essere esotiche, sospendono per un po’ il solito zapping esasperato.

Ma la vera esca che prende all’amo i telespettatori più diversi anche per pochi minuti è la gara, la sfida tra talentuosi dilettanti che si fronteggiano a suon di fruste e mattarelli per venir poi impietosamente giudicati da figure quasi mitiche che credevo possibili solo in film di animazione alla Ratatouille: i critici gastronici.

E non dimentichiamo i grandi chef! Costituzionalmente meno famosi al grande pubblico degli stilisti di moda, questi couturiers del palato si sono presi la loro fetta di popolarità mediatica (ma ne avevano poi così bisogno?) grazie all’inaspettato ruolo di giudici indefessi e depositari di un’arte elitaria che il primo concorrente sbarbatello non può, non deve riuscire neanche a sfiorare se non dopo un lungo e umiliante apprendistato (che poi non è un apprendistato perché non é una scuola).

E poi ci sono le versioni originali, grazie alle quali i cooking victims nostrani non si accontentano di vedere solo che combina Benedetta Parodi nella sua cucina da grande fratello, ma seguono attentamente anche i primissimi piani (fatti più a lei che ai piatti che prepara) dell’avvenente Nigella Lawson (resa ancor più ammaliante dalla voce scura e suadente della sua doppiatrice italiana) e  Masterchef Junior, dove a contendersi l’agognato grembiule del vincitore, ci sono addirittura dei bambini.

Scrive sull’argomento Michele Serra, uno dei più ironici e acuti decodificatori della nostra società: Ripenso con rimpianto a quella felice marginalità infantile [di cui godevo] quando assisto al triste esibizionismo di bambini che la volgarità sentimentale dei genitori trasforma in minature di adulti, scaraventati in pasto alla loro acerba vanità e al voyeurismo infanticida dei grandi. Ora, forse non è stato proprio il sopracitato talent culinario a scatenare l’acredine poetico del nostro autore, ma rimango dell’avviso che ogni qual volta i bambini sono chiamati a gareggiare con gli adulti, o sono giudicati dagli adulti in delle performance da grandi, o comunque si spettacolarizza il loro talento, la loro goffa simpatia, la loro tenera incompletezza con avida partecipazione, non si può minimizzare dicendo “è solo un gioco”, perchè il gioco vero non ha secondi fini, e il gioco tra bambini ha regole e fini ben diversi del gioco tra e per gli adulti.

Ma torniamo ai motivi di questo strano successo della cucina in TV. Non è bizzarro che un argomento che esalta tra i cinque sensi proprio quello che il tubo catodico riesce meno a restituire si serva proprio del mezzo televisivo per fidelizzare i suoi telespettatori come attraverso la più avvincente delle fiction a puntate? Cos’è che ha spianato la strada a tanto interesse verso un aspetto culturale che proprio in Italia non ha mai avuto bisogno di profeti come in paesi dalla tradizione culinaria decisamente più scadente?

Mi gioco la risposta del salutismo. Da quando ci si è accorti che la carne rossa non fa più buon sangue perché le vacche non si nutrono più d’erba ma di altra carne, si sente tanto parlare di comportamenti virtuosi a tavola, di diventare belli dentro per esserlo anche fuori, di selezionare ciò che acquistiamo e i posti in cui andare a mangiare, in decisa controtendenza rispetto alla politica di raffinamento estetico ma – ahimé – anche di impoverimento nutrizionale della grande industria alimentare. Non a caso risale proprio ai primi anni 2000 l’invenzione di Eataly, una grossa catena di punti vendita di prodotti enogastronomici di alta qualità, rigorosamente italiani, e di ristoranti annessi le cui ricette portano la firma di grandi cuochi, in un’ottica di rispetto dell’ambiente, recupero della tradizione e selezione dell’eccellenza che, purtroppo, proprio per questo non è per tutte le tasche.

Ho passeggiato anch’io tra le corsie e le piazzette di questa grande Ikea del gusto, soppesando sacchetti di farina belli come quelli delle fiabe, maneggiando barattoli di composte raffinati come cristalli di Boemia, accarezzando le copertine voluttuose di ricettari introvabili e sgranando gli occhi come un’ipertiroidea ad ogni cartellino del prezzo che incrociavo. Infine mi sono seduta ad uno dei suoi tanti ristoranti, proprio accanto al mercato ortofrutticolo, e ho ordinato degli gnocchi di patata al sugo d’anatra e una parmigiana di melanzane. Sul fondo del primo, oltre ad una pozza di olio arancione, ci ho trovato un letto – non è così che si dice? – di pesto, il che mi ha fatto pensare: “Ecco un tocco originale da grand gourmet”. Il secondo, invece, oltre al solito sovraccarico di condimento era guarnito ancora di pesto, il che mi ha fatto pensare: – “Niente niente avranno qualche alimento di troppo da smaltire in giornata?”.

Ma non voglio gettare fango gratuito solo per strappare qualche sorrisino maligno. È solo la solita incongruenza tra un’idea e la sua messa in atto su larga scala, per cui credo che prima di parlare di un nuovo fenomeno di costume, sarebbe forse il caso di dare una sbirciatina al mondo reale.

Come per la moda, che non è fatta dalle grandi firme ma dalle bancherelle e dai grandi magazzini, e come per l’economia, che non è fatta solo di finanza ma soprattutto di potere d’acquisto del ceto medio, così anche per le abitudini a tavola, a casa e fuori, i comportamenti della massa sono dettati da criteri lontani anni luce dall’ecocompatibilità della filiera corta o dalla ricerca della perfezione da parte dei grandi cuochi. Una coppia tipo che decide di andare fuori a cena, solitamente sceglie un posto alla moda, quindi caotico (più è affollato, più è segno di gradimento conclamato). Un gruppo di amici tipo che organizza un’uscita conviviale, di norma predilige una pizzeria o una steak house (una braceria) o al massimo un ristorante di cucina esotica occidentalizzata dove si mangi tanto, si faccia caciara e si paghi relativamente poco. Una famiglia tipo che una volta ogni tanto si concede il lusso di andare tutti quanti a pranzo fuori, di solito cerca un posto dove i piatti non siano troppo banali (tanto varrebbe, altrimenti, prepararseli da sé a casa propria) ma neanche troppo complicati, vuoi per accontentare i palati più semplici della prole a carico, vuoi per non gravare troppo sul bilancio domestico mensile. In tutti e tre i casi, comunque, vince una discriminante: la quantità, che dev’essere obbligatoriamente abbondante. Ed ecco perché le formule del menu a prezzo fisso a quantità di cibo pressocchè illimitata sono ancora quelle vincenti, a discapito del servizio, dell’originalità e persino del sapore.

Se c’è una cosa che ho imparato da tutti questi talent gastronomici, non è né cucinare né fare la spesa con un kit portatile del piccolo biologo né tanto meno andare alla ricerca di posti chic in cui lasciare mezzo stipendio, ma ho imparato ad affinare il gusto, a non farmi trarre in inganno dall’offerta quantitativa da crociera bensì a soppesare il valore effettivo di ogni pietanza, a non accontentarmi dell’enumerazione di otto ingredienti diversi nello stesso piatto che, presi singolarmente, sarebbero uno più squisito dell’altro, ma a giudicare quella fantasiosa miscellanea proprio a partire dalla distinzione di ognuno di quegli otto elementi.

Ultimamente mi è capitato di andare a cena in uno di questi enormi ristoranti asiatici che stanno prendendo piede soprattutto nella capitale. Arredi fusion mediamente eleganti e personale quasi assente. Scopro inizialmente con un lieve disappunto che il servizio è a buffet, e che solo il pesce viene cucinato (arrostito) al momento e su ordinazione. Quindi si tratta di un self-service sul modello dei più comuni ricevimenti di nozze, che solo in seconda istanza prevedono consumazioni al tavolo. Il lieve disappunto diventa ben presto irritata intolleranza quando scorgo i rimasugli di un assalto barbarico della prima ora (sono arrivata in seconda serata) lasciati languire nei piatti da portata messi a mantecare su degli appositi scaldini. Alla fine decido che gli arredi minimalisti e la varietà di pietanze in origine messe a disposizione di clienti famelici di poche pretese non vale comunque la mia triste spesa di poco meno di trenta euro a persona. È mortificante quasi quanto il non poter pagare quei trenta euro per un solo piatto di haute cousine. E da ciò capisco anche che la carta dell’emulazione della ricercatezza a caro prezzo non è il motivo del successo di Masterchef & Company.

Mi gioco una terza e ultima carta, che riunisce le prime due scartate e le arricchisce con qualche altro elemento: prima di tutto si tratta pur sempre di un talent show, versione nobilitata dei più squallidi reality; l’argomento trattato è già di per sé motivo di interesse nazionale (la buona cucina); il senso del gusto è giustamente stimolato proprio dalla vista; il telespettatore più coinvolto ha l’illusione di potersi elevare, nel proprio piccolo, ai livelli mostrati, rubacchiando una nuova ricetta o scopiazzando un certo tipo di impiattamento.

Mettiamola così: W i talent culinari in quanto vetrina da ammirare, da seguire per sapere come va a finire alla stessa stregua di un telefilm, con cui passare il tempo tra un programma di approfondimento giornalistico e l’altro, per non restare fuori dall’oggetto della satira di turno un po’ come per chi non ha seguito il Festival di Sanremo; per affinare gusti e modi in un’epoca sciatta dove la volgarità è diventata sinonimo di genuinità. Ma proprio come accade per la moda dei grandi magazzini di contro a quella delle passerelle, non parlatemi di fenomeni di costume, intesi come atteggiamenti generalizzati (alias consumi massificati), perché vedo ancora lontani, con la crisi economica ancora in atto e la scarsa importanza che il nostro paese dà al valore della cultura, i tempi in cui si cercherà in maniera diffusa l’eccellenza a dispetto del risparmio.



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