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da Mettiamolacosì di Vanessa Sacco

CatanzaroInforma.it: Morti bianche sul lavoro. Ma il Cristo del Corcovado tifa Italia.Morti bianche sul lavoro. Ma il Cristo del Corcovado tifa Italia.

Quando la coscienza popolare ha bisogno di una raddrizzatina a reti unificate, in Italia, almeno da una decina d’anni a questa parte, si ricorre alla pubblicità.

È questo il caso dello spot Rai Di Europa si deve parlare, che cerca velatamente di contrastare a suon di belle parole la delusione generalizzata verso un’Europa che appare sempre più padrona e sempre meno madre.

A breve avranno inizio i mondiali di calcio 2014, ed ecco spuntare un bel promo che tenta di riscattare, almeno agli occhi fanciulleschi del grande pubblico nostrano, un più generale discredito internazionale che il nostro paese subisce da circa due decenni (un po’ come è avvenuto per il sopravvalutato La grande bellezza di Paolo Sorrentino, che quest’anno ha vinto l’Oscar come miglior film straniero dopo quindici anni di buchi nell’acqua).

Gli elementi per rinverdire un rinsecchito orgoglio italico – se non altro calcistico – ci sono tutti: musica classica arcinota (siamo il paese dell’opera eppure l’italiano medio confonde candidamente Rossini, Puccini e Bellini); umile gente del posto dal sorriso perenne e l’agilità di un acrobata circense; la maglia azzurra indossata con improbabile generosità dal popolo ospitante e, non senza destare qualche scandalo, persino dal Cristo del Corcovado che veglia su Rio de Janeiro e su tutto il Brasile dai suoi trentotto metri d’altezza. Come a dire: lassù qualcuno ci ama sempre e comunque, e quaggiù, da anacronistici ipocriti, qualcuno guarda con diffidenza a chi non risparmia neanche il Figlio dell’uomo nelle più banali speculazioni terrene.

Eppure ciò che avrebbe maggiormente dovuto far riflettere sosta sui nostri informatori mediatici neanche il tempo di uno spot (almeno quest’ultimo viene replicato!): il fatto, cioè, che ad oggi sia già salito a sette il numero delle vittime nei cantieri dei mondiali. Una volta è un’impalcatura, un’altra volta è una tribuna provvisoria, ora è una gru, ora si tratta di una caduta libera da una palanca. Ma è possibile che al giorno d’oggi, con tutta la tecnologia e le legislazioni specifiche, si debba ancora parlare di morti bianche sul lavoro? La professione ha di per sé dei rischi, d’accordo, ma sette decessi in poco meno di due anni non sono un po’ troppi? Basta davvero ricordarsi di indossare l’elmetto o la sicurezza in un cantiere edile cela ben altre questioni?

Decido di interrogare il padre di una mia amica, che fa il capo cantiere da più di trent’anni. In trent’anni ne ha viste di storture e rimpalli di responsabilità, protocolli eseguiti con perfezione stucchevole e POS ignorati col beneplacito di speculatori senza scrupoli.

Prima di rivelarmi il marcio che posso soltanto immaginare, ritiene indispensabile chiarire come si dovrebbe procedere e come poi, di fatto, si applicano le leggi, e così vengo a sapere che intorno ad un cantiere ruota davvero tanta, troppa gente, in una piramide che vede al suo apice il progettista, quindi il committente (società di costruzioni o persona fisica), poi il direttore dei lavori, il responsabile sicurezza, il direttore del cantiere, il capo cantiere, l’eventuale assistente del capo cantiere e infine gli operai (specializzati, qualificati o comuni). Ognuna di queste figure è responsabile di quella che viene subito sotto di essa. Fa parte delle responsabilità del committente, ad esempio, redigere un piano operativo per la sicurezza (POS) cui la ditta appaltatrice dovrà attenersi; questa, a sua volta, ne dovrà formulare un altro più specifico.

Poste in questi termini, sembra che le linee guida per un lavoro sicuro non lascino spazio ad interpretazioni, oltre al fatto che una volta aperto il cantiere, la direzione dei lavori è tenuta a darne comunicazione a tre uffici responsabili di controllare, mediante gli ispettori preposti, che tutto si svolga a norma di legge: l’Ispettorato del Lavoro, che si occupa di tutto ciò che riguarda il personale (elenco dipendenti con i pagamenti in corso, contratti, cartellini identificativi, corredo antinfortunistico ecc.); l’ISPESL per ciò che attiene principalmente alle attrezzature impiegate; l’ASL, che si fa garante delle condizioni di abitabilità del cantiere (i vari tipi di baraccamento come wc, lavatoi ed eventuali mense; trappole per topi eccetera).

Come si spiega, allora, tanta negligenza? È forse una prerogativa dei paesi latini, notoriamente più inclini ad un pericoloso pressapochismo?

– Forse. – riflette il mio informatore – Eppure non sempre una condotta irreprensibile fa la differenza.

E mi racconta il primo aneddoto della sua lunga carriera.

– Lavoravo per una committenza tedesca. Per fare una gittata ci devono essere determinate condizioni: l’area deve essere ripulita da ogni residuo di bivacco degli operai in pausa o da materiali edili come confezioni di cartone o di plastica e simili. Prima di procedere al rivestimento, comunque, il capo cantiere ha l’obbligo di avvertire il suo diretto superiore, cioè il direttore dei lavori, il quale verrà a controllare a lavoro ultimato. Beh, quella volta ricevetti l’ordine di distruggere il solaio perché vi era rimasta impigliata una cicca di sigaretta.

– Ed era grave?!

– Assolutamente no. Non si è mai sentito di nessuna struttura indebolita a causa di una cicca di sigaretta. Questo è un classico esempio di comportamento esageratamente zelante, per niente utile alla sicurezza della costruzione, mentre a tal proposito sono fondamentali le rilevazioni (i cosiddetti cubetti di collaudo) da analizzare per verificare le percentuali dei vari elementi nella composizione del materiale da utilizzare. I casi di edifici indeboliti dalla presenza di sabbia di mare (di solito si usa quella di fiume), nascono proprio dalla connivenza dei vertici di un’impresa su step obbligatori come, appunto, le analisi chimiche.

Se è così facile far passare per idoneo del cemento fallace, immagino quanto possa esserlo far lavorare operai non dichiarati.

– Non tutte le ditte lavorano contemporaneamente su un cantiere. Finisce quella del cemento armato, per esempio, e inizia quella della muratura. Il numero di armadietti, di bagni chimici, di posti a sedere nelle mense, di tute, occhiali o mascherine e quant’altro, può variare sensibilmente da un mese all’altro, per cui bisogna essere in grado di fare un calcolo approssimativo di tutta la gente che si troverà a lavorare nell’arco complessivo dei lavori. Allo stesso modo anche gli operai possono essere camuffati tra quelli contrattualizzati e quelli in nero. C’è sempre gente disposta a rischiare multe e sanzioni pur di spendere meno in contributi da versare, come c’è e ci sarà sempre gente disposta a rischiare segnalazioni alle forze dell’ordine o espulsioni pur di lavorare.

Le immagini di repertorio della mia cultura visiva mi rimandano a pellicole socialmente impegnate che mostrano un camioncino sgangherato intento a caricare un certo numero di extracomunitari in cerca di lavoro e a lasciarne a piedi quelli in esubero o semplicemente quelli non fisicamente adatti, in un remake non meno desolante di un vecchio film sulla tratta degli schiavi. È davvero così?

– Altroché! È un panorama stranoto. Del resto, il libero mercato non impone costi fissi alle ditte, cosa che invece fa per i compensi del personale. Per vincere una concessione c’è poco da stare a riflettere: la voce su cui si può risparmiare è sicuramente quella data dal capitale umano. Dodici anni fa, prima dell’entrata in vigore dell’euro in Italia, un operaio in regola costava alla ditta che lo assumeva centomila lire al giorno, mentre i lavoratori extra venivano pagati in nero trentamila lire.

Chi poteva accettare condizioni simili? Solo qualcuno che in quel momento non aspirasse a una pensione, a un mutuo, all’assistenza sanitaria gratuita… Solo qualcuno cui quelle trentamila lire potessero sembrare molto più di ciò cui avrebbe mai potuto aspirare se non fosse fuggito dall’Albania, dalla Macedonia, dalla Romania, dal Senegal, dal Marocco per cercare fortuna in Italia.

– Era conveniente. – riflette amaramente il mio esperto – All’epoca sembrava un’occasione da non farsi sfuggire, ma era sbagliato: non solo perché così si sono ingrossate le fila del lavoro nero, ma anche perché s’è creato un paradiso artificiale di opportunità che ha richiamato sempre più lavoratori stranieri disposti, in un primo tempo, a farsi sfruttare, ma che poi sono riusciti ad aprire aziende nei loro paesi d’origine, dove di fatto questi capitali sono fluiti.

Ora la crisi mondiale, più questi buchi nazionali dati proprio dalla mala gestione del lavoro, come sappiamo hanno finito col generare una profonda avversione verso tutti gli extracomunitari che ci rubano il lavoro. Poco importa se ci sono morti di mezzo e chi ha dato il via a questa spirale di ingiustizia.

– Come si inserisce in questo discorso il problema delle morti bianche?

– È sempre lo stesso meccanismo: se una ditta ha più di cinquanta operai impegnati su un cantiere, c’è l’obbligo di fornire il pasto; ogni quindici operai è d’obbligo un wc; un armadietto serve da guardaroba a due persone. Se faccio risultare meno dipendenti, tante voci di spesa si riducono o si azzerano. Le attrezzature richieste devono essere acquistate, avere il bollino CEE e un numero di matricola; il fatto che per risparmiare si ricorra ad attrezzi non controllati o addirittura rubati, può ovviamente avere conseguenze nefaste anche sull’utilizzatore diretto di quel dato macchinario. Non sarà un caso, quindi, se quegli stessi committenti tedeschi che tanto suscitavano la nostra ilarità perchè fissavano persino il numero esatto di viti, bulloni e rondelle, ci considerano inaffidabili.

Mettiamola così: col falso mito della furbizia non si va da nessuna parte. A lungo andare i nodi vengono al pettine, e il piccolo tornaconto personale finisce col rimbalzare come un boomerang, generando dei fenomeni ben più estesi del rigoglioso orticello di cui andiamo tanto fieri. La storia avrebbe dovuto insegnarcelo, e adesso non sarà certo uno spot comunitario a rivalutare l’opinione che il mondo ha di noi.

 



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