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FAI: Paesaggio, tradizione e cultura: un viaggio nella bellezza

Prima tappa Frascineto, poi Lungro

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    È stato un interessante e meraviglioso viaggio nella bellezza quello organizzato dalla delegazione Fai di Catanzaro la scorsa domenica 6 maggio. Prima tappa il comune di Frascineto, una comunità arbëreshë, italo-albanese, che si trova alle pendici della Serra Dolcedorme, imponente massiccio del Parco Nazionale del Pollino. Arrivati in paese abbiamo ammirato la Chiesa di Santa Maria Assunta, incorniciata, nella sua maestosità, dalle cime della Serra e abbiamo potuto assistere alla celebrazione della Santa Messaufficiata con rito Bizantino. La comunità, infatti, conserva ancora la lingua, la cultura e le tradizioni d’origine e le funzioni religiose in quel rito, soggette alla giurisdizione ecclesiale dell’Eparchia di Lungro. La Chiesa ha una sola navata a croce latina di stile barocco con un caratteristico campanile e una maestosa cupola ed è ricca di magnifiche icone. Una iconostasi russa divide la zona sacra riservata solo ai preti da quella adibita ai fedeli. Una curiosità: la comunione non viene fatta somministrando l’ostia, ma del pane lievitato, e il sacerdote non scende mai dai gradini della zona sacra, così come i fedeli non possono salirli. Molto interessante è stata poi la visita al Museo Comunale delle Icone e della Tradizione Bizantina, centro di eccellenza della cultura bizantina in Calabria e primo in Italia per numero di icone esposte, sia lignee che di metallo, circa 600 provenienti per la maggior parte dalla Russia, ma anche dalla Croazia, Ucraina, Bielorussia, Grecia. Dopo la caduta del muro di Berlino molti Russi sono venuti in Italia e molte icone hanno cominciato a circolare nel mercato clandestino o nei mercatini delle “pulci”. Un frate francescano, divenuto poi bizantino e infine ortodosso, aveva raccolto tantissime di queste icone che poi ha donato al Museo nel 2007. Un’altra donazione si è avuta nel 2014 ad opera di un collezionista di Bergamo. Ma nel museo oltre alle icone si possono ammirare anche una serie di paramenti sacri e di oggetti tipici del culto bizantino.

     

    Seconda tappa del viaggio: Lungro, tra i maggiori centri della comunità arbëreshe, nonché capitale religiosa degli italo-albanesi continentali. Vi è qui la sede dell’Eparchia bizantina, che raccoglie sotto la propria giurisdizione tutte le comunità albanesi d’Italia continentale che hanno conservato il rito bizantino, mentre le isole cadono sotto la giurisdizione dell’Eparchia di Piano degli Albanesi, in Sicilia. La facciata della Cattedrale dedicata a San Nicolaè ora purtroppo coperta per dei lavori di restauro, ma l’interno mostra una architettura di origine romanico-barocca uniformata allo spirito e alle esigenze del rito bizantino. Tra i vari mosaici dai brillanti colori del rosso, azzurro e oro, spiccano quello del Pantocrator, che copre l’intera superficie della cupola centrale e quello del Giudizio universale, che sovrasta il portone centrale della cattedrale, opera dell’artista albanese JosifDroboniku. Lungo le pareti a sinistra della navata sei tele rappresentano la vita di san Nicola di Mira, patrono di Lungro. Al 1955 risale poi l’attuale iconostasi sulla quale è rappresentato il ciclo della vita, morte e resurrezione del Cristo. Essendo sede vescovile la cattedrale ha un aspetto ricco e sontuoso, a cominciare dalle icone e dai mosaici per finire al lungo tappeto che si srotola dall’ingresso ai gradini dell’iconostasi e i sedili dei fedeli: poltroncine di legno e cuscini di velluto porpora. L’itinerario è continuato con la visita al Museo della miniera di Salgemma, inaugurato il 2 giugno 2010 grazie al contributo dell’allora assessore alla cultura Giovanbattista Rennis, e ospitato nel palazzo nobiliare del dott. Vincenzo Martino. All’interno nove ambienti a cui sono stati dati i nomi delle gallerie principali della miniera e in cui sono esposti oggetti, foto, disegni, indumenti e arnesi di lavoro che hanno caratterizzato la realtà della salina di Lungro, una miniera che viene menzionata addirittura da Plinio il Vecchio nel “NaturalisHistoria” e che si dice risalire addirittura al paleolitico. Dalla visita ci si rende conto di quanto importante fosse stata la presenza del salgemma per il paese, cresciuto grazie al lavoro in miniera e al commercio del sale. Purtroppo alla fine degli anni settanta la miniera è stata dismessa e abbandonata, non si sa bene per quale motivo, e da allora quasi dimenticata. Di conseguenza questi lunghissimi cunicoli che arrivano fino sotto la montagna sono ora allagati e non hanno reso possibile una ispezione degli speleologi al fine di recuperare almeno il livello superiore della miniera per farne un luogo di attrazione visitabile dai turisti e trasferire lì il Museo. La miniera ha rappresentato non solo per Lungro, ma per tutto il territorio circostante una vera e propria ricchezza perché il salgemma veniva venduto in tutta Europa e questa era la miniera più grande d’Europa.Essa si trova al di fuori del centro storico e si presenta come un grande edificio dove si trovavano tutti gli uffici. Era un vero e proprio mondo a sé stante che ospitava le varie figure professionali che si occupavano dell’estrazione, della registrazione e della vendita del salgemma: minatori, meccanici, addette a rammendare i sacchi di iuta, centralinisti, guardiani notturni, ragionieri e così via, un vero e proprio paese che ogni mattina si trasferiva fuori dall’abitato per farvi ritorno la sera. Interessantissimo l’archivio che raccoglie documenti, preziari, buste paga e quant’altro raccolti in 220 faldoni, testimonianza storica della vita in miniera.

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