‘Sorridi Norma, non vi abbiamo dimenticato’. Cosa sono state le Foibe

Anche Catanzaro celebra il Giorno del Ricordo con diverse manifestazioni e testimonianze.


di ANTONIO CAPRIA

Migliaia di scomparsi. Scomparsi dalle loro case, dall’affetto dei loro cari, dalla loro terra. Colpevoli di essere italiani. Vittime dell’odio etnico degli slavi e della comune ideologia comunista che saldava il IX Corpus della resistenza slava, le armate titine e i collaborazionisti italiani. Sono gli “infoibati”. In questo termine sono racchiusi la memoria degli scomparsi e l’orrore di una tragedia della quale, a distanza di decenni, è ancora impossibile tracciare un bilancio definitivo. Almeno ventimila gli infoibati, 350 mila gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia costretti all’esodo per per ragioni di fede, di libertà, di amore verso l’Italia e di rifiuto della dittatura. Tra il settembre 1943 e la primavera 1945 nei territori della Venezia Giulia, occupati dal Movimento Popolare di Liberazione Jugoslavo del maresciallo Tito, migliaia di uomini e donne di nazionalità italiana vennero massacrati e gettati nelle foibe, le cavità naturali che si aprono nel Carso.

La carneficina non risparmiò nemmeno gli antifascisti italiani, nemmeno i membri del Comitato di liberazione nazionale. Fu una vera e propria caccia all’italiano, con esecuzioni sommarie, torture, deportazioni. Nella sola Trieste furono deportate circa ottomila persone: solo una piccola parte di esse fece ritorno a casa. I racconti dei superstiti descrivono la crudeltà di quella persecuzione: i miliziani comunisti di Tito operavano i rastrellamenti facendo irruzione, spesso di notte, nelle case dei civili inermi. I prigionieri venivano trasportati con i camion nel pressi della foiba e, dopo atroci sevizie, venivano condotti a gruppi sul bordo della cavità; qui gli aguzzini bloccavano i polsi e i piedi dei prigionieri straziandoli con il filo di ferro, e poi, sempre con il filo di ferro, li legavano tra loro, a catena. Poi, con una sola scarica di mitra, i carnefici sparavano al primo del gruppo, che ruzzolava rovinosamente nel baratro della foiba trascinando gli altri con sé.

Sul fondo, dopo un volo di 200 metri, chi non aveva la fortuna di trovare la morte istantanea continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Un simbolo di quel dramma è il sorriso spezzato di Norma Cossetto, una giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, che fu lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Alla sua memoria è stata consegnata una Medaglia d’oro al merito civile come “Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”. Non fu la sola.

La Foiba di Basovizza, oggi monumento nazionale, può essere considerata l’emblema dell’eccidio del Carso, dell’Istria e di tutti i luoghi che videro il martirio e l’atroce morte degli italiani.

Dal primo maggio al 15 giugno 1945 furono lì infoibati 2.500 tra civili, militari italiani, carabinieri e finanzieri. Nel 1945, il livello della foiba era salito da 226 a 198 metri: 500 metri cubi vennero riempiti di cadaveri.

Solo dopo sessant’anni, una legge approvata dal Parlamento ha aperto uno squarcio sulla cortina di silenzio e di menzogne dietro cui una classe intellettuale faziosa e una cattiva storiografia ha negato, distorto, nascosto il genocidio.

Con il “Giorno del ricordo”, dedicato alle vittime delle foibe e agli esuli istriani, umani e dalmati, gli italiani ricorderanno questo “olocausto italiano” troppo a lungo ignorato. La data scelta è quella del 10 febbraio: il giorno in cui, nel 1947, venne firmato il Trattato di pace di Parigi con cui l’Italia cedette alla Jugoslavia di Tito le province di Pola, Fiume e Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia. 

L’ultimo passo sulla strada del ricordo, l’approdo in alcune sale cinematografiche, e ieri in prima serata su un canale Rai, del film Red Land-Rosso Istria, del regista italo argentino Maximiliano Hernando Bruno. Una pellicola che ha avuto diversa fortuna rispetto ad altri due film che hanno tentato di raccontare i delitti dei partigiani a guerra finita. Nel 1992 “Gangster” di Massimo Guglielmi fu escluso dal Festival di Venezia dall’ex gappista Gillo Pontecorvo, e non trovò nessuno disponibile alla distribuzione nelle sale. Poi fu la volta di “Porzus” di Renzo Martinelli, che racconta l’eccidio dei partigiani bianchi della Brigata Osoppo da parte dei comunisti di TIto, presentato tra le polemiche a Venezia nel 1997, e rimasto a marcire nei cassetti Rai.

Il lavoro di Maximiliano Hernando Bruno è quindi riuscito ad aprire una breccia nel muro di silenzio che per decenni ha tentato di negare la tragedia della feroce pulizia etnica ordinata dal maresciallo Tito, alla quale parteciparono con non meno brutalità i collaborazionisti italiani. Una verità scomoda che per decenni è stata “infoibata”, e che oggi inizia a diventare, come è giusto che sia, non una memoria di parte, ma una storia condivisa del nostro Paese.

Per questo, nel giorno dell’uscita del film, Maximiliano Hernando Bruno ha ha voluto fare una dedica speciale alla Norma Cossetto:  “Cara Norma, il nostro viaggio insieme è giunto alla fine. Oggi finalmente la tua storia arriva nei cinema di tutta Italia, ognuno potrà conoscere la tua storia e quella di tanti Italiani uccisi. E’ stato un viaggio duro, faticoso e maledettamente difficile…ore…giorni…mesi…anni. Ora questo tuo bel sorriso che mi ha accompagnato durante il lungo percorso ha finalmente motivo di esistere. Sorridi Norma! Sorridi! C’è l’abbiamo fatta!“. 

A Catanzaro intanto domani e lunedì sarà tempo di ricordi delle vittime delle Foibe e di quel drammatico capitolo della storia italiana. Durante la manifestazione organizzata proprio per lunedì, dall’amministrazione comunale nella sala del Consiglio provinciale, oltre agli interventi previsti, ci sarà il collegamento con Stella Anna Maria Bruno, figlia di Luigi Bruno, un poliziotto infoibato originario di Caltanissetta. La donna da anni porta avanti un’azione di divulgazione e culturale affinchè quell’epoca e i suoi morti non vengano dimenticati.