Stazione S.Maria: ‘La gente, le chiacchiere, il fumo, il giardino’

Memorie di una stazione che non c'è più. A pochi giorni dalla demolizione il ricordo di Antonio Femia che in quella stazione abitò per anni. Suo padre (foto) era capostazione'

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    Pochi giorni fa la demolizione della storica stazione ferroviaria di S.Maria di Catanzaro nell’ambito dei lavori per la nuova metropolitana. Un piccolo triste evento che ha suscitato curiosità e rimpianti non solo nel quartiere. Oggi ospitiamo sulle nostre pagine il ricordo firmato Antonio Femia architetto e giornalista pubblicista locrese oggi trapiantato a Milano ma cresciuto a Catanzaro anzi cresciuto precisamente nella casa che era parte integrante di quella stazione dove visse per anni con la sua famiglia. Suo padre era capostazione di Santa Maria. Di seguito il suo articolo.

    di Antonio Femia

    Ci sono edifici, in ogni insediamento umano, che rappresentano le coordinate fisiche ed emotive di chi vi abita intorno e, quanto più piccolo è il centro in cui si trovano, tanto più la loro presenza è importante. Il quartiere Santa Maria, pur essendo incluso amministrativamente nella città di Catanzaro, era negli anni ‘80 una sorta di villaggio a sé stante lungo la direttrice che collega il centro, arroccato su tre colli, con la costa del quartiere Lido. A metà strada c’era questo centro senza centro, cresciuto a pettine lungo la strada che lo attraversava da un estremo all’altro e che, chissà quando, aveva dato il nome all’intero quartiere. La stazione delle FS era uno dei pochi punti di riferimento su quell’ asse, sempre menzionata quando c’era da dare indicazioni su che strada fare, localizzare un’attività o semplicemente spiegare dove si abitasse. Per chi scrive, però, era qualcosa di più. Era un microcosmo che sembrava sconfinato, attraversato da un binario che portava chissà dove. 

    Vivevamo nell’appartamento sopra la stazione, quello che veniva assegnato alla famiglia del capostazione, e il piazzale era per me campo di giochi e scoperte: è lì che imparai ad andare in bici, quella grande (per me) con le ruote da venti, quel giorno in cui mi voltai e mi accorsi che non c’era più mio padre a reggermi da dietro. L’orto sul retro era tanto rigoglioso da sembrarmi una giungla e, effettivamente, ci si nascondeva piuttosto bene: mia madre si agitò non poco quella volta che, dopo la prima settimana di scuola, mi imboscai sotto il nespolo perché avevo deciso che non avrei passato un’altra giornata incatenato a un banco. Alla fine mi braccarono e fui condotto in cattività come era giusto, ma prima dovettero faticare. Capitava che la sera mia madre mi mandasse giù a prendere salvia e rosmarino per profumare la cena: una missione spaventosa! Mi scapicollavo giù per la scala, terrorizzato dagli orrendi mostri celati dietro la tenda che copriva le cianfrusaglie stipate nel sottoscala. Staccavo, gelato di freddo e paura, i rametti commissionati e poi via, zompando di tre gradini per volta e arrivando nella cucina calda e dall’aria densa di vapore, tentando di dissimulare lo spavento ma tradito dal fiatone.

    L’edificio in se sé era uguale a migliaia di altri analoghi in tutta la penisola ma il giardino antistante, oltre il binario, era stato trasformato dal capostazione (mio padre, se non si fosse capito) in un tripudio della botanica — il roseto in particolare — con tanto di tralicci di uva fragola a coprire l’anonima recinzione perimetrale.  A ogni passaggio di treno, anticipato dalla campanella che seguiva l’abbassarsi delle tanto odiate sbarre, le mura della stazione erano scosse da un tremore quasi sismico, ritmato dai colpi delle ruote del convoglio sui distanziali del binario. L’espressione preoccupata di chi veniva a trovarci per la prima volta si trasformava immancabilmente in uno  sguardo di terrore al tintinnio di finestre, bicchieri e posate che accompagnavano l’apocalittico “tu-tun tu-tun”. Sembrava che la casa dovesse crollare da un momento all’altro ma rimaneva sempre lì, a dispetto della grande lesione tra il corpo di fabbrica originario e il locale tecnico aggiunto successivamente.

    Era una stazione piuttosto frequentata: di giorno c’eravamo noi bambini a tirare calci a un pallone o, tra una scorribanda in bici e l’altra, ci fermavamo per un pit stop alla fontana. Di sera era un posto sicuro e appartato dove gli adolescenti potevano muovere i primi passi nell’affascinante mondo del tabagismo, lontano da occhi indiscreti e conseguenti pettegolezzi. Chi, tra gli adulti, passava di là senza fretta, si fermava per un saluto ai ferrovieri; qualcuno si indugiava un po’ di più quando beccava il capostazione a curare l’orto sul retro, dispensandogli consigli sulla semina e la cura degli ortaggi, sempre antitetici a quelli dell’avventore precedente. Il Capo — così lo chiamavano — a tutti diceva di sì, per poi procedere a modo suo con risultati evidentemente positivi. Anche i binari erano piuttosto trafficati, dato che seguire la linea ferrata era la via pedonale più rapida per accedere a piccoli appezzamenti di terreno e ad alcune case sparse lontane dalla strada. Cosa impensabile al giorno d’oggi, in mezzo a quelle due linee d’acciaio ci giocavamo, da bambini: si facevano gare di equilibrio sulle rotaie oppure si correva sulle traversine, con il passo che si faceva sempre più rapido e corto man mano che si cresceva.

    Da campo di giochi, il piazzale divenne il ponte di lancio per pedalate più lunghe quando il tempo delle gare sui binari era finito. A un certo punto toccò darsi un contegno, uno stile e una rispettabilità da contestatori e, in una periferia del Sud, tutto questo passa dal Rock’n’Roll e dal tabagismo che, per ovvi motivi, dovetti esplorare altrove e in sella a un Ciao giallo limone (o banana, fate voi) che per anni era stato fermo. Come nell’ordine delle cose, gli ormoni spingevano altrove e non c’era più tempo da perdere coi sassi del binario. Il mondo chiamava.

    Lasciammo quella casa alla fine del ’92, pochi anni dopo il pensionamento del Capo che sperava — lo speravamo tutti — di poterla comprare, dato che già si vociferava di smantellamento e chiusura. Non fu possibile: passata prima nella disponibilità dell’Ufficio Locomotive di Catanzaro Lido, la casa non venne più abitata da nessuno. Ci lasciai dentro, in quella che fu la stanza che condividevo con mia sorella, un ritaglio di giornale con la foto di Joey Ramone e un miniposter autoprodotto dei Beatles, insieme a qualche disegno sul muro.

    Alla stazione mi fermai una notte di qualche anno fa, trovandomi di passaggio dopo una serata con gli amici del capoluogo. Il piazzale, ormai diventato un parcheggio, era davvero minuscolo così come il giardino che tutti ammiravano. L’orto sul retro era ricoperto di vegetazione impenetrabile e anche il cancello era così arrugginito che faticai ad aprirlo. Niente più rose né uva fragola. Le finestre erano chiuse, ma una serranda semiaperta mi  fece sperare che qualcuno senza mezzi adeguati l’avesse occupata per viverci, ché una casa vuota non serve a nessuno. Raccontai al Capo della mia visita notturna, accendendo la miccia dei ricordi che lo fece guardare nel vuoto e raccontare piano, misurando le parole com’era solito fare, concludendo con un «Che peccato, quel bel giardino!»I luoghi e le cose, come le persone, danno all’essere umano la misura del tempo. Un uomo che invecchia, una casa che si crepa, una stazione invasa dalle erbacce sono posti sicuri per la memoria, la testimonianza che ciò che ricordiamo è davvero esistito. Puoi girare il mondo o trasferirti nel quartiere più vicino ma, anche solo tornando all’unico muro ancora in piedi, hai la conferma che i tuoi ricordi sono veri. La stazione FS di Santa Maria di Catanzaro non esiste più, e il fatto che sia stata demolita rende la cosa un po’ più brutale e triste. Anche questo è nell’ordine delle cose: la città cambia volto, si trasforma, e guai se così non fosse. Ci passerà la nuova linea metropolitana e un’altra stazione — più probabilmente una semplice pensilina —  sarà un nuovo punto di riferimento per gli abitanti. Ma per chi giocava con me, per chi fumava di nascosto nel piazzale,  per chi raggiungeva la sua terra lungo i binari, per chiunque ha vissuto quel quartiere negli ultimi cinquant’anni se ne va un pezzo di memoria. Per quanto possa sembrare assurdo, noi che ci abbiamo vissuto per quasi vent’anni non abbiamo immagini della stazione. Rimane solo una foto in bianco e nero del Capo Femia sulla porta dell’ufficio, scattata un tardo pomeriggio di una cinquantina d’anni fa da chissà chi. L’ultimo capostazione ha lasciato questo mondo da qualche anno ma sono sicuro che, giunta la notizia nello spazio-tempo in cui si trova, avrà pensato «Che peccato, quella bella stazione!».

     

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