Achille Curcio: offesa la memoria di ‘U Ciaciu

Ho sofferto tanto per la morte di Saverio Rotundo e sono ancora più amareggiato perché è stato proclamato il lutto cittadino forse dimenticando quanto successo in passato

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    Achille Curcio poeta calabrese della nostalgia e della memoria di una città che nel tempo sembra aver perso la sua identità. In occasione della presentazione al Marca del suo ultimo volume “È n’atru jornu”, organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dal Liceo Scientifico Luigi Siciliani, Curcio ha preso spunto dalla dolorosa scomparsa del Ciaciu – avvenuta nello stesso giorno in cui il poeta ha festeggiato gli 89 anni – per esprimere la sua amarezza: “Catanzaro è stata distrutta in modo vergognoso – ha detto – nessuno è più orgoglioso del proprio passato. Ho sofferto tanto per la morte di Saverio Rotundo e sono ancora più amareggiato perché è stato proclamato il lutto cittadino forse dimenticando quanto successo in passato. Chi era sindaco nel 1992 trascino ‘U Ciaciu in tribunale con l’accusa di aver inquinato la città. Il giudice lo assolse riconoscendo la sua funzione di artista, l’aver indetto il lutto è sembrata oggi quasi un’offesa perpetrata dallo stesso ambiente che aveva distrutto quest’uomo”. 

    L’incontro – arricchito dagli interventi di Raimonda Bruno del Liceo Scientifico Siciliani di Catanzaro e del prof. Luigi Tassoni dell’Università di Pécs – ha offerto interessanti spunti di dibattito anche intorno al ruolo e all’importanza della poesia del dialetto: “In tutti questi anni – ha aggiunto Curcio – ho saputo seminare un po’ di amore, io che mi sono nutrito di dialetto fin da bambino e ho avuto la fortuna di vivere la Montauro dei pescatori. Ringrazio tutto quello che é rimasto del greco e del latino nel nostro dialetto”. Lo scrivere in versi per Achille Curcio ha rappresentato, quindi, uno strumento per raccontare il proprio vissuto, i suoi grandi amori, ma soprattutto un’ancora di salvezza. “La poesia non ha bisogno di doti eccelse, ma di cose che sappiano penetrare l’animo”, ha evidenziato ricordando la vicinanza dell’amico Enzo Colacino che, condividendo un momento difficile, lo ha spronato ad uscire di casa “altrimenti la gente, non vedendoci, pensava fossimo morti”. Colorata di ironia, la speranza non accenna a spegnersi perché, come recita una poesia dedicata alla figlia Donatella, “’u cora si rivigghia, vatta l’uri d’a vita: mo è n’atru jornu”.  

     

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