‘Drive me home’, Magna Graecia film festival: opera prima e tanto Sud

Questa sera la proiezione del film di Simone Catania con Vinicio Marchioni e Chiara Muscato che saranno presenti sul red carpet Catanzaro


E’ un film sull’amicizia e sul distacco dalla propria terra, compresa la difficoltà a tornarci, “Drive me home” di Simone Catania che sarà proiettato questa sera per la sesta giornata del Magna Graecia Film Festival. Questa mattina, alla consueta conferenza di presentazione, condotta da Chiara Fera, a parlarne sono stati lo stesso regista, insieme agli attori Vinicio Marchioni e Chiara Muscato. Tutti di origine meridionale – Catania ha sangue siciliano, Marchioni calabrese, Muscato è nata a Palermo -, conoscono bene la tematica principale del film, che in realtà ne tratta di molte: «Abbiamo portato la nostra esperienza personale nei personaggi, questo film ci ha permesso di offrire il nostro vissuto per quello che è stato per ciascuno di noi», ha detto Muscato. «Ci sono molti che decidono di rimanere – ha aggiunto Marchioni -, bisognerebbe parlare di loro perché se le caricano sulle spalle le cose negative, per capire se si riesce a fare qualcosa. Nel film alla fine uno dei due – Marchioni è protagonista insieme a Marco D’Amore, ndr – ritorna: ognuno di noi ha un luogo dal quale in un determinato periodo della sua vita vuole scappare e un altro, in cui in un altro momento della sua vita vuole tornare». 

Per Catania, manco a dirlo, è l’opera prima come regista: «Quando sei dall’altra parte – ha raccontato – pensi sia un ruolo privilegiato, protetto. Passando dietro la macchina da presa, ti rendi conto invece che hai delle responsabilità prima di tutto nei confronti di chi ha creduto nel tuo progetto; il tuo modo di stare sul set è diverso dagli altri, perché hai intorno gente che ti ha dato fiducia  e magari hai pure poco tempo e pochi soldi per realizzare un qualcosa che possa andare al cinema». E lì ci si deve ingegnare sempre qualcosa: «Abbiamo scelto di utilizzare un camion di 28 tonnellate – ha portato come esempio -. A un certo punto ci sono state scene sulla montagna. Fossimo stati una produzione americana lo avremmo trasportato con un elicottero o altro, noi invece abbiamo dovuto fare un sopralluogo per capire se il camion poteva arrivare fin là. E a guastare i programmi c’è stata un’alluvione poco prima delle riprese, il ponte era franato e quello appena ricostruito non permetteva il passaggio del camion». Alla fine, si sono inventati qualcosa e ci sono riusciti, «Abbiamo fatto tutto da soli», ha commentato Marchioni. L’attore, noto ai più per la sua parte del Freddo in “Romanzo criminale”, non è alla sua prima volta in un’opera prima, anzi, sembra quasi prediligere gli esordi. « Lavorare a un’opera prima è una missione, una missione di pace – ha detto -. Mi piace l’idea di prendere parte al primo film dei registi. Sono cose romantiche, ma a me fanno piacere. Ho lavorato con Fabio Mollo – “Il sud è niente”, ndr -, sto lavorando al primo film di Pietro Castellitto e il primo giorno lui ha lavorato con me, ha iniziato con me». 

Come si è levato di dosso il fantasma del Freddo? «Basta dire di no, semplicemente – ha risposto -. Se non avessi avuto la struttura teatrale che ho, non avrei mai fatto 25 film, fino ad adesso. La scelta dei ruoli la faccio secondo la possibilità di crescere che mi danno, in base a cosa mi possono insegnare e a cosa posso dare io. Sono uno che si annoia e appena sento la puzza di qualcosa che ho già fatto, la escludo. Ho una necessità compulsiva di fare cose che non so. Questo lavoro, che è il più meraviglioso del mondo, ti dà la possibilità di conoscere te stesso e gli esseri umani in genere». Concetti molto teatrali, per un Marchioni oggi alle prese con il suo primo documentario da regista su un adattamento teatrale di “Zio Vanja” di Cechov, dal quale potrebbe presto tirare fuori anche un film, e che non esita ad affermare: «Il teatro mi ha salvato la vita, mi ha dato una casa, mi ha dato la possibilità di trovare una via di espressione. Sono balbuziente e quando sto lì mi esprimo, mentre nella vita non sono così bravo. Sia per un problema oggettivo, che di insicurezza. Il teatro mi ha dato un’identità, un luogo dove tornare. Sto meglio all’interno di una struttura teatrale che non nella vita». 

Carmen Loiacono