Scioglimento Asp,indagati avevano libero accesso nei reparti e ai dati

 Ecco nel dettaglio cosa dice la relazione del prefetto Ferrandino IL DOCUMENTO  CLICCA QUI LA NOTIZIA DI IERI

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    di Giulia Zampina

    Era il 21 giugno scorso quando il Prefetto di Catanzaro Francesca Ferrandino ha firmato la relazione inviata al ministro dell’interso rispetto alle risultanze del lavoro compiuto dalla commissione d’Accesso all’Asp di Catanzaro. Il giorno prima lo stesso Prefetto era stato sentito nella seduta del 20 giugno 2019 del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica integrato con la partecipazione del procuratore aggiunto delegato dal procuratore della Repubblica – direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e del procuratore distrettuale di Catanzaro. L’azienda in questione, si legge nella relazione, è inserita in un contesto socio ambientale caratterizzato dalla radicata presenza della criminalità organizzata che ha esteso la propria sfera di ingerenza alle attività economiche ed alla gestione della cosa pubblica. La relazione del prefetto, avvalendosi degli esiti delle operazioni di polizia giudiziaria che costituisce il risultato di due distinti filoni di indagine – denominati «Quinta Bolgia Caronte» e «Quinta Bolgia Gerione» – strettamente collegati, pone in rilievo il ruolo predominante svolto da due gruppi imprenditoriali riconducibili ad una locale cosca criminale fortemente radicata sul territorio che ha realizzato un regime di monopolio nel redditizio settore delle ambulanze sostitutive del servizio pubblico e più in generale nell’ambito dei servizi sanitari, favorito soprattutto – secondo quanto ricostruito dagli investigatori – dai privilegiati rapporti intercorrenti tra esponenti della ‘ndrangheta locale e numerosi dipendenti anche di livello apicale dell’azienda sanitaria provinciale di Catanzaro.

    PROROGHE ILLECITE E SOMMA URGENZA NON GIUSTIFICATA Le attività d’indagine, richiamate nella relazione del Prefetto, hanno fatto emergere che l’ultima gara per l’affidamento del servizio sostitutivo delle ambulanze del «118», regolarmente bandita ed aggiudicata, risale al 2009 allorquando il servizio venne affidato, per un anno, ad una societa’ riconducibile ad uno dei due gruppi imprenditoriali , che ha continuato a gestirlo fino ad ottobre 2017, data in cui e’ stata destinataria di un provvedimento interdittivo antimafia. I vertici dell’azienda sanitaria infatti, anziche’ programmare ed indire una nuova gara prima della scadenza prevista, hanno permesso – sulla base di continue proroghe illegittime ed in alcuni casi addirittura tacite – che la predetta societa’ continuasse a gestire il servizio in parola. Lo stesso giudice delle indagini preliminari, nell’ordinanza cautelare summenzionata, ha ritenuto di evidenziare come i dirigenti pubblici preposti, ciascuno per il proprio ambito di competenza, abbiano intenzionalmente e con ostinazione concorso nella violazione delle disposizioni di legge poste a presidio della scelta del contraente. E’ altresi’ emblematico che a novembre 2017, a seguito del provvedimento interdittivo di cui si e’ detto, il servizio sostitutivo delle ambulanze del «118» e’ stato affidato con «estrema urgenza» – e quindi anche in questo caso senza alcuna gara – ad un’altra societa’ che non avrebbe potuto partecipare ad un’eventuale procedura selettiva in quanto in difetto del prescritto certificato di qualita’. La societa’ in argomento, peraltro, appartenente all’altro citato gruppo imprenditoriale anch’esso riconducibile come emerso dalle indagini giudiziarie – alla consorteria localmente egemone, e’ stata a sua volta destinataria, a novembre 2018, di un’informativa interdittiva.

    QUADRO ALLARMANTE ALL’INTERNO DELL’OSPEDALE. I SODALI DEI GRUPPI IMPRENDITORIALI INDAGATI AVEVANO LIBERO ACCESSO NEI REPARTI E AI DATI DEI PAZIENTI Le indagini giudiziarie hanno fatto emergere un quadro particolarmente allarmante all’interno dell’ospedale di Lamezia Terme evidenziando, segnatamente nel reparto di pronto soccorso, come i due menzionati gruppi imprenditoriali abbiano acquisito di fatto il totale controllo della struttura anche per lo stato di soggezione del personale medico e paramedico. Al riguardo, assume rilevanza sintomatica la circostanza che taluni dipendenti dei citati gruppi imprenditoriali avessero la disponibilita’ delle chiavi di alcuni reparti dell’ospedale ed, in particolare, del locale adibito a deposito dei farmaci nonche’ l’accesso ai computers dell’azienda sanitaria provinciale e conseguentemente ai dati sensibili dei pazienti, circostanze che – e’ emerso da fonti tecniche di prova – erano peraltro note alla dirigenza dell’azienda. E’ stato poi rilevato, sempre attraverso fonti tecniche di prova, che una delle due associazioni affidatarie del servizio di ambulanza ha svolto tale incarico con mezzi sprovvisti di idonee dotazioni elettromedicali ed ha ottenuto le certificazioni di qualita’ richieste per l’affidamento del servizio sulla base di una semplice verifica documentale, alla quale non hanno fatto seguito le prescritte operazioni di riscontro. Dalle verifiche esperite dalla commissione di indagine sulla struttura burocratica – che per l’elevato numero delle unita’ di personale sono state effettuate a campione – e’ emerso altresi’ che numerosi dipendenti annoverano precedenti e/o pendenze penali concernenti reati associativi o contro la pubblica amministrazione.

    IL COINVOLGIMENTO DEL MANAGEMENT DELL’ASP NELLE INCHIESTE Piu’ nel dettaglio, alcuni dirigenti e dipendenti dell’azienda sanitaria provinciale risultano coinvolti non solo nell’operazione di polizia giudiziaria da cui e’ scaturito l’accesso, ma anche, a vario titolo, in ulteriori procedimenti penali relativi a gravi delitti quali turbata liberta’ degli incanti, peculato, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale ed altri. Nel settore degli affidamenti di lavori e servizi pubblici, gli accertamenti svolti in sede ispettiva hanno evidenziato un generalizzato ricorso agli affidamenti diretti – in assenza quindi di procedure di gara e senza che siano stati esplicitati i motivi di fatto e di diritto posti a fondamento della scelta – a favore di un ristretto numero di ditte, che in taluni casi – attraverso il c.d «frazionamento artificioso della spesa» – hanno comportato una sostanziale elusione della normativa antimafia. Rileva in proposito che alcune delle ditte affidatarie sono risultate destinatarie di informative interdittive o del diniego di iscrizione nella «white list», mentre per altre societa’ sono emersi precedenti penali e di polizia a carico dei titolari. Gli accertamenti esperiti dalla commissione di indagine tramite la banca dati nazionale antimafia hanno altresi’ messo in luce che l’azienda sanitaria provinciale ha richiesto solamente tre informazioni con riferimento ad un unico contratto di appalto e che per circa venti imprese affidatarie di lavori o servizi non e’ mai stata effettuata alcuna richiesta di informativa. Al riguardo, è significativo che le imprese in argomento – alcune delle quali destinatarie di provvedimenti interdittivi ed altre riconducibili, a vario titolo, a sodalizi criminali – al momento dell’accesso ispettivo, risultavano ancora iscritte nell’elenco dei fornitori dell’azienda sanitaria. Il prefetto segnala infine che dopo l’assegnazione ad altro ufficio dell’unico funzionario abilitato all’accesso alla banca dati nazionale antimafia – a seguito del suo coinvolgimento nell’indagine giudiziaria «Quinta Bolgia» – l’azienda non ha provveduto alla relativa sostituzione, circostanza che, sintomaticamente, attesta il permanere di una gestione «superficiale» e comunque non in linea con i principi di trasparenza e legalità.

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