De Andrè canta De Andrè: Cristiano ‘sacerdote rock’ di Fabrizio(video)

Oltre due ore di concerto, il Politeama fa il tutto esaurito. Pubblico in piedi dopo una serata intensa. Cristiano: 'Ho voluto riproporre questo repertorio  anche per chi non è abituato ad ascoltare la canzone d’autore’ LA FOTOGALLERY

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    Di Laura Cimino

    Intenso, coinvolgente, psichedelico. Rock. Introspettivo. Adrenalinico. Con un finale che rompe il fiato. E lascia il pubblico del Politeama di Catanzaro in piedi per lunghissimi minuti. De Andrè che canta De Andrè fa il tutto esaurito a Catanzaro regalando alla città oltre due ore di musica, di arte e di cultura.

    La parola, la potenza della parola, a cui è dedicata quest’anno la rassegna del Festival d’Autunno al Politeama di Catanzaro, diretta e portata avanti dal direttore artistico Antonietta Santacroce, trova la sua celebrazione in De Andrè che canta De Andrè, con una reinterpretazione, quella del figlio Cristiano e i suoi musicisti, fatta di un marchio che vuole essere tutto suo: lasciare integro e vivo il ricordo di Fabrizio, la potenza e la poesia delle sue parole, rivestendolo però in chiave personale e rock. Ripartendo da Storia di un impiegato, l’album del 1973 più politicizzato di De Andrè.

    E’ lo stesso Cristiano che lo sottolinea, a metà più o meno di un concerto in cui davvero non si risparmia, ringraziando la città.

    Ho voluto riproporre questo repertorio – dice – per chi non è abituato ad ascoltare la canzone d’autore, quest’arte ai più giovani, quest’arte fatta di testi che sono di per sé psichedelici e anticipanti dell’ oggi. Un’arte che è disaffezione verso il potere, con un impiegato che sogna di ammazzare il potere ma che diventa lui, a sua volta, parte di esso’. Perché non ci sono poteri buoni, ma c’è l’arte ‘che ci può salvare come una via di fuga’.

    Il concetto di ‘spirito’ in Fabrizio De Andrè viene rimarcato da Cristiano che invita a ‘guardare verso gli altri. Se ognuno di noi fa qualcosa per qualcuno senza volerne niente in cambio si sente molto meglio. E io oggi sono una sorta di sacerdote atipico di mio padre, che porta in giro questa messa laica e la sua parola, e ora vi invito anche a rispettarvi sempre, anche se non avete le stesse idee’.

    Sono queste le parole di Cristiano, tutto il resto è parola, strumento, chitarre elettriche, acustiche, batteria, pianoforte, tastiere, e il violino elettrico e tutto lo spaccato d’Italia e di mondo che Storia di un impiegato racconta, il ’68, le contestazioni, il potere da una parte, gli operai gli studenti dall’altra. Le immagini scorrono senza sosta, bandiere, titoli di giornali, stragi, scontri in piazza, polizia, sangue, immagini della natura, anche, mentre Cristiano canta quelle parole rimaste nell’immaginario collettivo di generazioni intere.

    Già, la parola. ‘Quando con anticipo sul tuo stupore, verranno a chiederti del nostro amore’, e ancora ‘ci hanno insegnato la meraviglia per chi ruba il pane, oggi sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame’.

    Via allora, con la Canzone del Maggio, ‘anche se il nostro maggio ha fatto a meno del vostro coraggio’, ‘La bomba in testa’, ‘Al ballo mascherato’, ‘Sogno numero due’, (con Cristiano in ginocchio imputato di fronte al giudice), Canzone del padre, Il bombarolo, Verranno a chiederti del nostro amore, Nella mia ora di libertà, A çimma, Mégu megún (in un poetico dialetto genovese), Don Raffaè (molto rock), La domenica delle salme, Smisurata preghiera, Khorakanè (a forza di essere vento), Disamistade, Il testamento di Tito, Amore che vieni amore che vai. Per concludere con Quello che non ho, Fiume Sand Creek, Creuza de mä (ipnotica), Il pescatore.

    Il potere, tutti i poteri, gli ultimi, i diseredati, la libertà. I temi di Fabrizio De Andrè. Parole che non possiamo non ripetere. ‘Io nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.

    I messaggi sempre attuali. ‘Non avrai altro Dio all’infuori di me, spesso mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall’Est dicevan che in fondo era uguale. Credevano a un altro diverso da te. E non mi hanno fatto del male’. 

     

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