L’intervento- Quando anche i primari calabresi si fanno curare fuori..

La riflessione di Nunzio Raimondi 

Più informazioni su


    Di Nunzio Raimondi 
     

    Molti anni fa un mio congiunto si ammalò gravemente.Avendo molti medici nella mia famiglia d’origine chiedemmo consiglio e tutti,indistintamente,indicarono centri nel nord Italia ed all’estero per le cure necessarie.Alla fine scegliemmo una struttura calabrese:non ce ne siamo affatto pentiti. Ora qui non voglio trattare il tema -che del resto sarebbe abbastanza semplice esaminare – delle cause di questa sfiducia verso la nostra sanità regionale,ma vorrei soffermarmi brevemente su un altro aspetto,di cui poco si parla. E per fare ciò partirò da un caso: Quello di un primario molto noto in Regione che dovendo subire un trattamento sanitario in una disciplina di cui è stato maestro per generazioni di medici calabresi,si rivolse fuori regione per farsi curare. Si dirà,è un caso ordinario nel quale la mobilità è dovuta a carenze del nostro sistema sanitario regionale. Purtroppo non è affatto così. C’è che chi conosce la sanità calabrese dal di dentro,salvo rare eccezioni,non si fida di questa e non soltanto a causa di quella esterofilia che caratterizza noi meridionali. Ecco,oggi vorrei fare una breve riflessione su questo aspetto non marginale:perché i medici calabresi non si fidano dei loro colleghi? Certo,ci sono molte eccezioni e non si deve fare di “tutte l’erbe un fascio”,ma il fatto che molti medici calabresi,quando si tratta di se’ stessi,si vanno a fare curare fuori regione, segnala che ad intra – più che ad extra – la nostra sanità non è ritenuta all’altezza delle più elevate specializzazioni. E questo,vedete,non è affatto giusto perché mentre è incomprensibile che i medici (molti perfino meridionali del resto) operanti nelle Regioni considerate “evolute” nel campo sanitario, dileggino le nostre strutture dall’alto della “tavola parata” che hanno trovato al nord, dove si sono rapidamente integrati,non è accettabile che i nostri stessi medici calabresi giudichino nei fatti le nostre strutture alla stregua di ospedali da campo. Certo, alcuni nostri manager negli anni non hanno dato buona prova ed il lungo commissariamento ha fatto il resto,ma cosa c’entra con questo la qualità dei nostri medici? Con il recente accordo Regione Veneto,Asp di Padova e Ministero della Salute, il quale, peraltro,ha completamente baypassato “il malato da soccorrere”,ossia la Calabria,è stato confermato un giudizio sferzante circa la qualità dei nostri medici (non ho visto però barricate…),quello corrente fra gli esterofili di professione, fra i medici meridionali che pontificano col birignao,alla faccia della moltitudine di medici preparati e delle eccellenze del Sud,che,senza mezzi e risorse,trasformano letteralmente le “pietre in pane”. Insomma, quel primario – di cui ho detto- ha “fatto scuola“,ma non per magnificare la “sua” sanità,quella nella quale ha lavorato per una vita ricevendo infiniti riconoscimenti,ma lasciando il vuoto (apres moi le deluge),tanto che adesso la “buona sanità” deve venire in soccorso di noi poveri calabresi “sgarrupati”. È forse il caso di levare il capo e di dire a chiare lettere che i solisti sono “cattivi maestri” non tanto per aver nei fatti mostrato sfiducia verso i loro stessi colleghi, quanto per aver contribuito a costruire una separazione fra due italie,una efficiente e produttiva ed una relegata ai titoli di coda,soltanto perché non sono più loro a guidare il treno a vapore. Ma queste due Italie non ci sono affatto: c’è del buono al Sud e del marcio al Nord e viceversa:non si illudano i separatisti d’ogni tempo e cultura.O si cresce insieme o insieme si cade,ma nel rispetto della storia,delle capacità,delle qualità di ciascuno.

    Più informazioni su