Brachetti fa il pieno al Politeama. Fantasia e uno show internazionale foto

Il poliedrico artista che del quick change ha fatto un tratto distintivo anche sul palco del Politeama ha felicemente dato spazio ad altre forme d’arte, splendidi connubi con la tecnica

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    di Carmen Loiacono

    “Si può immaginare tutto il mondo in una pagina bianca, in una valigia vuota, persino in un granello di sabbia”, per non dire un palcoscenico vuoto. Ha detto bene Arturo Brachetti, perché poi a rendere tutto più concreto, ci pensa lui. Il trasformista torinese si è esibito ieri sera al Teatro Politeama per il secondo degli Eventi previsti dal cartellone, con il suo “Solo”, un titolo che è tutto un programma.

    Principalmente perché non si è trattato precisamente di un one man show: Brachetti, nel vortice delle sue trasformazioni gioca tre carte importanti, cardini di ogni suo spettacolo, che sottolineano come lui, solo, non lo è mai. Prima di tutto il talento e l’esperienza: a 62 anni – lo ha detto anche lui fiero dal palco, a mo’ di sberleffo per chi si chiede quanti ne abbia -, quella di Arturo Brachetti è una delle poche produzioni italiane veramente competitiva a livello internazionale, e infatti ha fatto con successo tournée anche all’estero.

    Non si tratta del resto di mero trasformismo: se del quick change Brachetti ha fatto un tratto distintivo, anche sul palco del Politeama ha felicemente dato spazio ad altre forme d’arte, splendidi connubi con la tecnica. E’ il caso del sand painting – quadri realizzati con la sabbia di cui uno contente anche un saluto alla città di Catanzaro -, o ancora della chapeaugraphie, delle ombre cinesi, dell’illusionismo che si integrano perfettamente con il laser di ultima tecnologia – con effetti alla “Matrix” sul palco – e con il video mapping che ha permesso una dimensione onirica non da poco, permettendo al protagonista di volare tra le pagine delle favole Disney più note, o ancora di entrare in tele ispirate a celebri opere di Monet, Magritte e Van Gogh, per rappresentare le quattro stagioni. L’unione tra i vari quadri che compongono lo show, lo ha offerto, Brachetti, con una casa delle bambole: in essa ogni stanza, debitamente esplorata con una microcamera, è stata lo spunto per un ricordo della propria infanzia, per una riflessione sulla vita e sulla necessità di rimanere un poco bambini, se si vuole sopravvivere.

    Così, a esempio, la cucina è diventata una metafora della vita con un menù scandito dalle età: l’antipasto è stato un bambino che piangeva e giocava, il primo un adolescente tutto selfie e cellulare, il secondo un uomo in carriera immerso in telefonate continue che non gli permettevano neanche di pranzare, il dessert un anziano sdentato che si preparava per l’ammazzacaffè, la fine della vita. Altro punto fondamentale per la riuscita dello spettacolo è il gruppo di lavoro, fuori e sul palco: se visibile al pubblico c’era solo Kevin Moore, un’ombra dagli atteggiamenti infantili, quasi dispettosi, che ben ricorda la storia di Peter Pan, in scena o poco al di là c’erano almeno altre sei persone, insieme a Brachetti.

    Sincronizzati al millimetro, perfetti negli scambi – o almeno così è parso dalle poltrone -, tutti i “tecnici”, nascosti nelle scenografie, hanno dimostrato come funziona una macchina perfetta. Perché altrimenti non potrebbe essere, con gli oltre 100 personaggi interpretati dal regista e attore già Premio Molière, in poco più di 90 minuti di spettacolo. Ultimo elemento, forse il più solido, è la magia che solo la macchina teatrale può: “Solo” e ogni spettacolo di Arturo Brachetti sono un omaggio alla scatola dei sogni che è il palcoscenico, là dove la fantasia si concretizza, dove si può finanche volare e, certo con un lavoro non da poco, nella stessa parentesi possono alternarsi Pavarotti, Madonna, Beyoncè, tutti e quattro i Beatles, Michael Jackson, Freddie Mercury, ognuno strappando applausi entusiasti.

    Sì, perché Brachetti come funziona il teatro lo sa bene, e sa come utilizzarlo e sfruttarlo come più gli aggrada: le luci, su tutto, hanno giocato la loro parte nell’intero spettacolo, finendo anche ai laser, un elemento come un altro, con cui interagire, ma anche il dialogo con il pubblico e l’escamotage della borsetta di una spettatrice– Francesca, la moglie del sovrintendente Gianvito Casadonte -, che si è prestata al ruolo di “Lady Mystere”, per poter introdurre proprio i sopraccitati personaggi musicali. E ancora il vestito a fiori cucito dalla madre, che ha preso vita e con cui Brachetti ha fatto un tenero ballo: ogni elemento, ogni momento è stato un pezzo di storia della messinscena, sapientemente dosato. Bravo Arturo Brachetti, che restituisce “questo” teatro al suo pubblico. Il tutto esaurito del Teatro Politeama ha confermato di apprezzarlo e così i lunghi applausi, da spellarsi le mani.

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