Barra e quell’anima partenopea che già da sola è teatro

Incanta e piace I cavalli di monsignor Perrelli

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    di Carmen Loiacono

     

    Non c’è niente da fare. Nascere e vivere in quel teatro all’aperto che è Napoli, dà una marcia in più. Se poi si ha l’esperienza e l’umiltà di fare del teatro la propria vita, il risultato non può che essere genuinamente travolgente. Lo sanno bene gli spettatori che ieri sera al Teatro Comunale hanno assistito alle recita de “I cavalli di monsignor Perrelli” con  protagonista Peppe Barra, appuntamento della rassegna proposta a Catanzaro da Ama Calabria e dal suo direttore Francescantonio Pollice.

    Anima partenopea per eccellenza, Barra ha dimostrato come il teatro di certe latitudini può raggiungere livelli stratosferici, con naturalezza, dispensando lezioni di Teatro, quello con la maiuscola. Partendo dalla scelta del personaggio del titolo, monsignor Perrelli.

    Figura realmente esistita ai tempi di Ferdinando IV, era noto soprattutto per le sue stramberie, su tutte quella di voler convincere i propri cavalli a campare solo di acqua, e alla morte di questi per fame, sostenere che era “un peccato, proprio adesso che si stavano abituando”. Così, tra il mare e le acciughe salate – queste ultime causa delle sapidità del primo, a detta del monsignore -, lettere non inviate e tabacchiere scomparse, sul palcoscenico salgono i momenti di quotidianità vissuta tra il prelato e la sua perpetua, Barra appunto.

    Se a Patrizio Trampetti è stato affidato il compito, perfettamente portato a termine, di lasciare trapelare l’innocente stravaganza di Perrelli, a Barra è toccato il contraltare saggio e scaltro della serva. In piena tradizione teatrale, insomma. Cucendosi addosso un personaggio furbo, ma sinceramente affezionato al suo datore di lavoro, accondiscendente per convenienza e abile cuoca, la Meneca di Barra è un concentrato del teatro napoletano, in più aspetti, quello del racconto orale, prima di tutto. Se l’attore di Procida sul “cunto” – vedi l’opera di Giambattista Basile -, ha dedicato parte della sua vita, i riflessi si vedono benissimo anche in questo lavoro, scritto insieme a Lamberto Lambertini che ne ha curato la regia. Barra e Lambertini hanno scelto di fare sconfinare il personaggio di Meneca oltre i tempi e gli spazi teatrali, nel metateatro: la perpetua crea un dialogo diretto con il pubblico, chiamandolo a riflettere su quanto appena visto e quanto seguirà, nel corso dello “scherzo in musica in due tempi”, come descritto dagli stessi autori. Ma non è solo in questo aspetto, che l’arte del fare teatro emerge: in uno spettacolo in cui poco o niente accade per davvero in scena, e tutto è affidato agli scambi di battute, più che dialoghi, tra Perrelli e Meneca, il ritmo dei cambi di scena è dato da due menestrelli – i bravi Luigi Vignone ed Enrico Vicinanza -, con intermezzi musicali di, manco a dirlo, canzoni celebri della tradizione classica napoletana, davvero ben eseguite. Eppure, insieme alle belle scenografie di Carlo De Marino e ai costumi di Annalisa Giacci, tutti sono semplici satelliti attorno al pianeta Peppe Barra: lui è il depositario dell’attorialità tout court, lui calamita l’attenzione del pubblico, la sua presenza è determinante in scena.

    Ed è  irrilevante il fatto che sia un uomo a interpretare una donna: Barra è Meneca e Meneca è Barra, semplicemente. Cambi di registro vocale repentini, smorfie, aneddoti – soprattutto culinari -, e un monologo che è la summa dell’arte di Barra in questo spettacolo, quello della ricetta del bucchinotto. Eccezionale. Peppe Barra è una preziosità del teatro italiano che non ci si dovrebbe mai lasciare sfuggire, quando c’è l’occasione di vederlo.

    I lunghissimi applausi finali tributati dal numeroso pubblico del Teatro Comunale agli attori tutti e in particolare a lui, lo hanno ampiamente confermato.

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