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I primi dieci anni del Teatro di Calabria

Domenica sera nelle sale del  Museo Marca, con la benedizione del direttore Rocco Guglielmo, è stata l’occasione per ripercorrere quanto fin qui fatto

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    Già dalla sua nascita aveva dimostrato di avere le idee ben chiare, il Teatro di Calabria. Dedicata ad Aroldo Tieri e dalla sua compagna di una vita, Giuliana Loiodice, tenuta a battesimo, la compagnia compie proprio in questi giorni i dieci anni di attività e quale modo migliore per celebrare il momento se non con il teatro? Così domenica sera nelle sale del  Museo Marca, con la benedizione del direttore Rocco Guglielmo, è stata l’occasione per ripercorrere quanto fin qui fatto e il tanto che si vorrebbe ancora fare, con idee messe in cantiere e programmi da portare avanti.

    Come ricordato nel corso dell’affollato incontro – la sala era piena -, Aldo Conforto e Luigi La Rosa, “menti” del progetto, avevano scelto  di tagliare il nastro con una riscrittura dei Malavoglia di Verga con la regia del primo e i testi a cura del secondo. Da lì alla quasi totale dedizione al teatro classico, il passo è stato breve. Sono così nati quelli che oggi sono i due fulcri dell’operato del Teatro di Calabria, Poiesis e Grecalis. Il primo è una rassegna invernale che ha come sfondo il Marca, appunto, e propone mensilmente singoli argomenti declinati attraverso la parola di vari autori, o approfondimenti di opere specifiche proposte anche con la forma del recital. Il secondo è un ciclo di rappresentazioni classiche  – il sottotitolo è “Il vento della parola antica” -, finora portate in scena nei mesi estivi prevalentemente nel chiostro del Complesso monumentale San Giovanni. Finora, perché pare che da quest’anno non sarà più possibile usufruire di quegli spazi e, in mancanza di una sede propria, Teatro di Calabria con Grecalis sarà costretto a piegare verso altre location, non ancora indicate. A dispetto delle questioni logistiche – «I risultati sono molto gratificanti, nonostante le difficoltà» ha detto l’attuale presidente Anna Maria Corrado -, Conforto e i suoi vogliono fortemente proseguire nel progetto, al lavoro già sulla tragedia  “I persiani” di Eschilo, che punta a riproporre il teatro nella sua originaria funzione didattica. Non a caso, il lavoro svolto da quelli del Teatro di Calabria è patrocinato dalla Regione e dal MiBac che hanno premiato gli sforzi profusi, insieme all’affetto del pubblico catanzarese – e non solo – che ne testimonia la bontà e l’apprezzamento soprattutto nel suo aspetto educativo.

    Con numerose collaborazioni, sempre presenti sul territorio, Conforto e La Rosa lo hanno spiegato bene anche in occasione dell’apertura del decennale: come “assaggio” del lavoro fin qui svolto, Teatro di Calabria ha  infatti proposto l’esemplare  “Prometeo – Le catene della libertà”, uno spettacolo con scene tratte dal “Prometeo incatenato” di Eschilo e dal “Titan – I fuochi di Prometeo”, opera inedita a cura dello stesso La Rosa. Con introduzioni da parte di quest’ultimo, il nutrito pubblico presente al Marca ha potuto verificare la contemporaneità dei valori universali e dei principi filosofici espressi dall’opera di Eschilo e dai suoi personaggi. «Il mito non va solo interpretato – ha spiegato La Rosa –. Il mito ci dice cosa siamo, ce lo spiega e ci anticipa anche ciò che saremo.  Prometeo è probabilmente quello che sentiamo più vicino a noi, rispetto agli altri, perché è il più chiaro». Portato in scena da Salvatore Venuto –  affiancato dal coro con Mariarita Albanese, Alessandra Macchioni, Anna Maria Corea e Marta Parise e da Paolo Formoso nella parte di Mercurio -, Prometeo è quel titano che ha dato agli uomini la tecnica, ma dimenticando i fini, per l’uomo la stessa tecnica è diventata una catena, una libertà che imprigiona. Quanto è valida oggi una riflessione in tal senso? La Rosa se lo è chiesto e lo ha fatto chiedere agli spettatori del Teatro di Calabria, affiancando le parole di Eschilo con quelle sue, dette da San Francesco, un altro “prometeo” il cui obiettivo era di allontanare gli uomini dal terreno e avvicinarli al divino, nonostante l’opposizione della stessa Chiesa, al Marca rappresentata dal papa di Conforto, ma anche con quelle di Svevo, con la lettura di un passaggio della “Coscienza di Zeno”, sui pericoli del progresso per l’umanità.

    Carmen Loiacono

     

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