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L’ostensorio con il “Santo Pellicano” potrebbe tornare al Monte. Ma sul giglio di Sant’Antonio resta il mistero del cambio

Il fiore che orna la statua del Santo non è quello in argento lavorato a mano donazione di una famiglia, ma uno in acciaio

I beni che costituivano i tesori della chiesa del Monte dei Morti e che sarebbero stati portati via dai frati quando la chiesa è passata sotto la gestione della Curia, sono stati al centro di molte polemiche e anche battaglie da parte di un comitato spontaneo di cittadini, che sia era formato per salvaguardare quelli che a tutti gli effetti erano beni della città. Donati nel tempo dai fedeli a quella Chiesa che in origine era nata per accogliere e dare ristoro a poveri e bisognosi. La fede in questo caso c’entra poco, nel senso che ognuno vive la sua spiritualità nella maniera più intima possibile, ma, in una visione laica della fruizione dei beni pubblici, quali sono le chiese, visitate anche da chi non è credente, pare giusto che i luoghi non siano impoveriti dei loro beni peculiari. Non esiste una contrapposizione tra Curia e Ordine provinciale dei frati,  ma la condivisibile rivendicazione di una comunità che difende anche il lato emotivo ed affettivo delle cose.

Nonostante  il silenzio che è seguito ai mesi di polemiche, qualcosa sembra essersi mosso comunque.

Sono due le cose, insieme a tante altre, di cui  più di tutti i fedeli  hanno notato la mancanza.

La storia dell’ostensorio donato dai padri filippini e le carte che certificano l’appartenenza alla chiesa del Monte

Il primo è un ostensorio , donato dai padri filippini alla Chiesa del Monte, al tempo retta dai frati.

E’ prezioso quell’ostensorio, oltre che per il valore affettivo, e per il ricordo della visita dei padri filippini in città, perché la rappresentazione è quella del Santo Pellicano. Nella tradizione cattolica il pellicano europeo, è entrato nella simbologia cristiana come emblema di Gesù Cristo, è quello che i greci chiamavano ‘pélekos’ da pelecus ‘ascia’ con riferimento alla forma smisurata del becco ed anche ‘onocròtalos’, perché trovavano strano (krotos) il suo grido che rassomigliava, dicevano, al raglio dell’asino (onos). Il pellicano vive nell’Europa orientale, nell’Asia sud occidentale e nel nord dell’Africa. È un uccello maestoso, dotato di un lunghissimo e largo becco. Spesso le sue piume sono tinte di rosso per il sangue delle prede e questo particolare ha probabilmente diffuso la credenza che si lacerasse il corpo pur di conservare in vita i piccoli. Un’antica leggenda, infatti, originata forse dall’atto con cui il pellicano curva sul petto il becco per estrarne più comodamente cibo per la nidiata, fa riferimento alla vicenda dei piccoli che colpiscono gli occhi del padre il quale, adirato, prima li uccide, ma poi pentito e addolorato per la loro morte, dopo tre giorni li fa ritornare in vita grazie al sacrificio di sé; squarciandosi il petto li inonda del suo sangue riportandoli così alla vita.

E proprio l’ostensorio, grazie all’esistenza di carte che ne certificano l’appartenenza al patrimonio della Chiesa del Monte potrebbe essere sulla via del ritorno a Catanzaro.

Il giglio di Sant’Antonio in argento sostituito con uno in acciaio

Risulta più difficile ma non impossibile la vicenda che riguarda il giglio di Sant’Antonio. Nell’andar via i frati hanno sostituito il giglio originale, in argento lavorato a mano, con uno d’acciaio.

Purtroppo, per quanto la tradizione orale rimandi la certezza che quel giglio era stato donato da una famiglia catanzarese alla chiesa per arricchire la statua del Santo, in onore del quale per altro, fino a qualche anno fa venivano organizzati nel quartiere grandi festeggiamenti,  non vi è traccia scritta.

A sinistra il giglio originale a destra il giglio d’acciaio

Ma la differenza tra i due gigli è evidente ecco perché rattrista e ferisce che la storica Statua di Sant’Antonio sia stata privata del suo giglio, questo non cambia la devozione è chiaro, ma non può neanche essere sottaciuto il sentimento popolare, che è quello che alla fine anima ciò che poi viene tramandato come tradizione.