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Testa: “I due pazienti che abbiamo curato dimostrano che il territorio ha bisogno anche del Sant’Anna”

Il cardiochirurgo tra il soddisfatto ed il rammaricato per le sorti della clinica al centro della cronaca

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di Alessandro Testa*

Parlare di due vite umane in un contesto in cui il numero di decessi giornalieri per Covid19 ammonta a diverse centinaia può sembrare insolito, ma per un medico ogni vita, ogni singolo individuo ha la dignità di un genere intero. La prospettiva di chi cura è la stessa di chi soffre, ne abbraccia le speranze, i dubbi, i timori, fa propria la forza del malato nel contribuire alla guarigione. A volte, anzi troppo spesso in questi lunghi mesi di pandemia, ci siamo limitati ad accompagnare i nostri consimili, concittadini, corregionali, amici, conoscenti, verso la migliore morte possibile perché ci mancavano strumenti e terapie in grado di cambiare la storia naturale della malattia. Succede, è accaduto in passato e accadrà ancora che la medicina si debba piegare al destino, per trovare nel frattempo i mezzi adeguati. Accade anche in tempi normali, giacché non tutti i pazienti guariscono, non tutti si riprendono, non tutti sono così fortunati da avere a disposizione cure e personale per farcela.

Due vite sono una goccia nel mare umano ma per noi sono una moltitudine. Sono le vite di due persone con affetti, famiglie, una storia di vita e una vita davanti; sono due pazienti che abbiamo curato in emergenza nei primissimi giorni in cui abbiamo ripreso la nostra attività cardiochirurgica. Sono due vite rimaste sospese per un tempo che avrebbe potuto essere troppo lungo, nel limbo del sistema sanitario pubblico che ha manifestamente mostrato l’incapacità di gestirle, tra rimandi, consulenze, telefonate.

Il sistema sanitario regionale non è in grado di garantire pronta assistenza alle urgenze cardiochirurgiche se il S. Anna Hospital non ne costituisce parte attiva

Due vite che si sarebbero concluse, se il S. Anna non avesse deciso di riaprire la propria attività malgrado le difficoltà finanziarie, a dispetto dei tanti problemi che ancora rischiano di spegnerla per sempre.
Due vite che invece ci hanno trovati pronti come sempre è stato; due vite che hanno ricevuto, come si dice in gergo medico, le cure del caso. Non rivestendo ruoli istituzionali o di rappresentanza, posso permettermi di parlare a titolo personale e di farlo senza peli sulla lingua: il sistema sanitario regionale non è in grado di garantire pronta assistenza alle urgenze cardiochirurgiche se il S. Anna Hospital non ne costituisce parte attiva. Senza di noi, e lo dico con orgoglio ma anche sulla base dei fatti, ai cittadini non viene garantito il diritto alle cure.
Non sta a me diagnosticare i mali della sanità pubblica, io constato che ad oggi due vite umane che altrimenti sarebbero finite anzitempo hanno la possibilità di proseguire. Non siamo solo bravi, siamo mossi e regolati da coscienza medica e deontologia professionale; rispondiamo ai bisogni dei malati perché sappiamo farlo, lo dicono le statistiche governative, ma anche perché le nostre porte sono sempre aperte a chi ha bisogno di cure.

Non è necessario professare una fede religiosa per capire e curare il prossimo. Basta averne riguardo, basta che importi

Non è necessario professare una fede religiosa per capire e curare il prossimo. Basta averne riguardo, basta che importi. Se non ti importa del tuo simile, non puoi curarlo. Se ti importa, lo curi senza pensare che lo fai a tue spese.
Sono molte, in questa terra, le persone cui il prossimo non interessa. Alcune hanno ruoli pubblici cruciali per il funzionamento della sanità calabrese; sarebbe il caso di chiedere se a loro importava di queste due vite salvate, se a loro importa che la presenza del S. Anna sul territorio faccia la differenza tra la vita e la morte.

*Cardiochirurgo Sant’Anna Hospital

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