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Cimino: “L’Italia delle lotte interne e delle ridicole divisioni in tempo di Covid e di ferite alla democrazia”

L’Italia non è un opzional o un giocattolo. L’Italia, regione di un mondo in pace, è una comunità, un luogo nel quale, prima di ogni cosa, alberga la vita

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di Franco Cimino
Ma che Paese è ormai diventato il nostro? Quell’Italia nata dalle lotta contro il nazi-fascismo e che unita ha costruita una nazione tra le più importanti del mondo e un sistema politico tra i migliori in assoluto, attraverso quella democrazia che decine di paesi nel mondo ancora vogliono copiare per sentirsi moderni ed essere democratici, che fine ha fatto? Quell’Italia che nei momenti più gravi della Repubblica, pur con i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi nemici interni ed esterni, ha saputo, unita e consapevole, fronteggiare e sconfiggere gli assalti, anche armati, subiti nel corso ininterrotto di almeno vent’anni ( dai tentativi di golpe alle stragi nere e al terrorismo rosso), dov’è andata a finire? E dove ha smarrito quello spirito di nazione, per dirla con la destra buona, e quello dell’unità nazionale, per dirla con il detto più diffuso, che ha visto il popolo italiano scendere nelle strade e nelle piazze per difendere la Democrazia e la libertà tanto faticosamente conquistate da chi ha donato la vita per esse? Quel popolo unito, che ha visto, vecchie e nuove generazioni, poveri e benestanti, operai e professionisti, studenti e lavoratori, padri e figli, uomini e donne, cattolici e laici, comunisti, socialisti, liberal e democristiani, mobilitarsi insieme nella piena presa di coscienza che alcun nemico della democrazia sarebbe passato, dove si trova adesso? Quel popolo, che si è mantenuto saldo e forte nelle gravi crisi economiche e per le quali ha sopportato grandi sacrifici, che ha saputo ridurre benessere materiale e privilegi acquisiti, che ha saputo donare parte della ricchezza privata e familiare, per sostenere i meno abbienti e la tenuta dell’oro nelle casseforti statali, perché è sparito insieme a quello spirito di solidarietà e di carità cristiana che è stato, unitamente alla cultura popolare e socialista, fondamento del suo essere buono e bello e ‘rivoluzionario’? Dove si è cacciato quel pianto corale e quel sincero dolore per la tragica morte di Aldo Moro e quella spinta largamente condivisa, non solo tra le forze politiche, sulle ragioni, giuste o sbagliate le valuterà la storia ormai, che hanno portato lo Stato a respingere il ricatto delle Brigate Rosse che tenevano prigioniero il grande statista? Niente di tutto questo sembra essere rimasto.

Due anni fa, è arrivato, da noi come nell’intero pianeta, il maledetto Covid-19, il nemico più aggressivo nella storia di tutte le guerre, belligerate e non. Due uomini in solitudine nelle piazze piovose e vuote, Francesco e Mattarella, un uomo di chiesa e un uomo di stato, hanno invocato unità e volontà individuale e collettiva per poter fronteggiare il mostro invisibile. ‘Andrà tutto bene. Questo tempo passerà e sarà breve e noi tutti ne usciremo migliori’. Vi ricordate? Era quasi il motto. Più che una certezza, un atto di fede. Nell’uomo. Nel cittadino. Nell’italiano. Invece, fu subito guerra fratricida, mossa da quella politica che in altri tempi era la base della solidarietà, il luogo del coraggio, della generosità e della responsabilità. Ecco, la responsabilità, l’atto moralmente più elevato in quanto contiene la ‘gioia’ di rinunciare a molte delle proprie posizioni e agli interessi anche elettorali per conseguire il bene di tutti. Qual è il bene di tutti in Democrazia? È quello che mette insieme libertà e necessità, individuali e collettive. Bene personale e bene sociale.

Ma chi stabilisce in Democrazia quale sia il bene di tutti? La coscienza individuale ben informata dallo spirito di libertà che dovrebbe albergare in ciascun cittadino. Questa la prima regola. La seconda, deriva dall’esigenza che la stessa Democrazia si pone nel difendere la libertà individuale e il bene comune. La libertà individuale, si badi bene, non è la solitudine o l’autoisolamento di ogni singola libertà, ciascuna separata dalle altre. Fosse così, quella sorta di autosufficienza sarebbe destinata a scadere nella prepotenza e nell’arroganza dell’uno su tutti, delle minoranze sulle maggioranze. La libertà dei singoli, invero, si somma, quasi obbligatoriamente, con quella delle altre singole, sicché aritmeticamente essa diventa forza della Democrazia, norma che la garantisce, strumento della decisione democratica, conferma dell’alto valore dei principi costituzionali su cui Democrazia si regge. Questa, e quel senso della libertà che la alimenta, da più di un anno vediamo soffrire, piegarsi al più brutale degli interessi, alla retorica più stupida, alla propaganda politica più aggressiva e rozza. Dal primo giorno di Covid le forze politiche si sono divise su tutto, talune alimentando le più nascoste pulsioni e quegli atteggiamenti ribellistici e antisistema che nelle sofferenze delle società ritornano a galla per ottenere proprio la mortificazione della Democrazia e la sua modificazione in senso autoritario e illiberale. Sulla salute dei cittadini, sulla vita delle persone, sono diciotto mesi e più che si sta giocando la più sporca partita e la più stupida delle dispute politiche e culturali. Quelle che hanno visto politici e ignoranti, politici ignoranti, sostituirsi ad esperti e scienziati, cittadini ingenui e deboli politicamente farsi condizionare da un ristretto numero di furbetti, di irresponsabili e di agitatori professionali che hanno tentato di mettere in ginocchio il Paese e la sua autorevolezza in Europa e nel mondo. Mi viene in mente quel crescendo di incredulità fattuale che ancora lascia sbigottiti. Vi ricordate com’è iniziato e poi lungamente proseguito? Li ricordo uno per uno, come di seguito sono avvenuti, quegli slogan vuoti, falsamente dialettici: ‘C’è un virus pericoloso ma non si sa dove (ma no, è una bufala)…è scoppiato a Wuhan, è pericoloso (Wuhan? Ma non esiste neppure Wuhan); è un piccolo focolaio, potrebbe allargarsi (ma no, neppure è registrabile, non desta alcuna preoccupazione); è forte e pericoloso (però non si muoverà da Wuhan che è super blindata, non può andare oltre quei confini); ma il virus si diffonde nell’aria e può andare ovunque (ma no, la Cina è lontana); è arrivato in Italia (sì ma è a Milano, resterà lì chi lo sposta?); ma Milano non può chiudere, è troppo ricca per farlo (e il virus contagia a migliaia al giorno); non è letale, è a Milano ci sono strutture ospedaliere efficienti e sicure (e in pochi giorni tutti i posti letto sono stati occupati e nelle rianimazioni non entra più neppure una barella); è poco più che un’influenza e poi non si muore per il Covid e neppure con il Covid (e ogni giorno ne morivano a decine e poi a centinaia, in tutta la Lombardia e in particolare a Bergamo); e, però, a noi cosa importa, questa è una triste storia tutta settentrionale, determinata dall’inquinamento dell’aria, noi siamo il Sud, terra povera ma sana, il nostro sole e il nostro vento spazzeranno via il virus (poco dopo i morti sono arrivati anche qui e il terrore che i nostri ospedali, con la loro precarietà, non fossero idonei a fronteggiare in alcun modo il contagio, ha aggiunto angoscia alla paura e al dolore). Per settimane, chi non le ricorda! abbiamo benedetto la nostra arretratezza economica per assenza di quel sistema industriale che abbiamo reclamato per oltre mezzo secolo. Vi ricordate, la rivincita della povertà nei confronti di un Nord troppo ricco ma malato di aria avvelenata e di acque inquinate? ‘Venite in Calabria, qui il Covid non entra ma soltanto il sole e il vento?’ Questo è stato il nostro slogan levatosi, incredibilmente, dalle stesse stanze dei palazzi di Regione e comuni, mentre a Bergamo camion militari nel buio della notte trasportavano, a centinaia, i morti che non trovavano posto nei cimiteri della Lombardia e migliaia di ragazzi calabresi si accalcavano alla stazione per prendere il primo treno del ritorno. Ancora provo vergogna per questo. Un Paese così diviso, io credo, non se vi è stato, in tempi di pace, in alcuna parte del mondo. Vi ricordate ancora le accuse di autoritarismo mosse al governo che aveva, nella fase in cui non si sapeva nulla del virus e di come contrastarlo in attesa di un vaccino che si temeva non potesse arrivare prima di un paio d’anni, chiuso letteralmente il Paese? Per impedire la libera circolazione del Covid, l’Italia, primo paese dopo la Cina ricca e moderna, ha compiuto quell’atto, il più coraggioso, che, con l’eroismo di tutto il personale sanitario e del servizio civile, ci ha salvato da più gravi conseguenze. Trentamila morti e la politica italiana si divideva in democratici e dittatori. Cinquantamila morti e si lacerava tra aperturisti (quelli che volevano i locali, della ristorazione soprattutto, aperti) e chiusuristi( quelli che comunque non sarebbero usciti di casa). Ottantamila morti (e dentro questo numero cominciavano ad entrarci parenti, amici e conoscenti della gran parte di italiani) e ci si accalappiava tra ‘è un disegno delle holding farmaceutiche’ e i medici e gli infermieri stremati che reclamavano aiuto dai governi e dai cittadini. Centomila morti ed è guerra tra ‘ma non è pericoloso affatto, basta un poco di attenzione, al massimo muoiono solo i vecchi, che tra l’altro non producono’ e i bollettini sanitari che affermavano tutto il contrario. Centomila morti ed è guerra tra ‘la mascherina è inutile e dannosa’ e la mascherina è necessaria per proteggere tutti dagli inconsapevoli portatori del virus. Centoventimila morti ed è guerra aperta tra ‘il vaccino non lo faccio perché voglio difendere i miei diritti alla salute e alla libertà’, e ‘il vaccino, che per fortuna è arrivato in tempi record, è l’unica strada per tentare di sconfiggere definitivamente Covid e riprendere una vita quasi normale, oltre che assolvere al dovere civico di proteggere la collettività e in essa ogni singola persona’.

E oggi, che abbiamo passato la soglia dei centotrentaduemila morti (ve ne sono circa cinquanta al giorno, da molti mesi con età sempre più bassa), lo scontro feroce, nell’ aperta piazza di una violenza quasi dimenticata, è addirittura tra i no green pass, perché è un attentato alla democrazia (sic!) e ‘il certificato verde è garanzia che il Paese possa continuare a restare aperto’.

Ma che Italia è mai questa, se una piccola minoranza vuole imporre le proprie posizioni alla stragrande maggioranza degli italiani, e se nella manifestazioni del dissenso, pure autorizzate e democraticamente legittimate, un manipolo di stupidi fascistelli riesce a mettere in ginocchio, umiliandolo, lo Stato democratico? Fra trenta giorni sarà passato un anno esatto da quelle immagini provenienti dalla democratica America, che hanno visto poche centinaia di assatanati trumpiani assalire, nella mitica Washington, Capitol Hill, sede del Parlamento, tempio della Democrazia di quel Paese, ancora guida del mondo occidentale. In diretta televisiva tutto il mondo assisteva a uno dei fatti più drammatici vissuti dagli USA, paragonabile, senza esagerazione alcuna, all’abbattimento delle Torri gemelle di vent’anni prima. Sento ancora un profondo dolore per quell’assalto al luogo più solenne della Democrazia e, ancora, sulla pelle, un brivido di paura al pensiero di quel che, di più grave in quelle ore e successivamente, sarebbe potuto accadere, e per imitazione, anche in alcune parti del mondo. Vedere, quasi in diretta televisiva, e per decine di volte, l’assalto alla sede della CGIL e la stessa distruzione ‘americana’ compiuta, pochi giorni fa, al suo interno, ad opera di quel manipolo di fascistelli, sprezzanti di ogni regola e della più elementare sensibilità umana, il dolore e la paura mi hanno rotto il petto, che quasi, ancora oggi, mi sembra di morire. Anche di rabbia e di umiliazione. Questa sarebbe stata l’occasione per ritrovarci tutti uniti contro la violenza e, in particolare, questo tipo di violenza, ben tristemente nota alla storia anche recente del Paese. E, invece, no. Ancora un’altra accesa divisione, pure all’interno della stessa maggioranza bulgara che sostiene l’attuale governo. Quello cosiddetto magico del ‘re perfetto e bello che non sbaglia mai’, a cui è concesso anche l’esclusivo potere di decidere in autonomia quale palazzo occupare a febbraio. La divisione ridicola sul cosa si deve intendere per violenza e terrorismo, si è nuovamente imposta. Ancora più risibile, appare quella, del tutto lessicale, tra violenza di destra e violenza di sinistra, disputa che per taluni “ illuminati” potrebbe risolversi sostituendo la parola fascismi con totalitarismi.

Ma vi rendete conto, tutto questo mentre gli italiani, nel silenzio generale, stanno andando incontro a una delle più grosse mazzate economiche che mai abbiano ricevuto a seguito dalle crisi economiche susseguitesi dal millenovecentosettanta in poi. Ancora più ridicolo, tragicamente ridicolo, è vedere un leader della maggioranza-opposizione, che aspirerebbe alla sempre più improbabile guida del prossimo governo o al mantenimento, sempre più improbabile, della leadership del proprio partito, chiedere al presidente del Consiglio di impiegare tutta la sua autorevolezza in una necessaria azione di ‘pacificazione nazionale’. Pacificazione nazionale nel Paese più democratico del mondo, che con la propria Costituzione e la coscienza democratica del suo popolo ha saputo sconfiggere, nella seconda metà del secolo scorso, trame nere, terrorismo rosso, tentativi ripetuti di golpe, potenti organizzazioni segrete e tante sacche di infedeltà all’interno della Stato? E tra chi? Di grazia, tra chi deve avvenire questa pacificazione? Tra la Democrazia, unanimemente accettata e sostenuta, e pochi gruppettari, stupidi e violenti, di destra e di sinistra (e sì mettiamoci pure questi) che soffiano sulle emozioni e qualche ragionevole disagio (e si consideriamolo pure così) di una piccolissima parte di italiani che ritengono di utilizzare la propria libertà per agire contro la libertà di tutti, e la propria idea di sicurezza personale in danno di quella sociale e di tutti, pretendendo, tra l’altro, di non rispettare quelle norme che gli altri hanno educatamente rispettato, pur con tanti sacrifici? Ma dai, non esageriamo e non gettiamo il nostro Paese nel sarcasmo dell’intera Europa e nel giudizio negativo di gran parte del mondo! Basta, siamo seri e smettiamola di giocare con le sorti del nostro popolo e con quell’avvenire che attendiamo con trepidazione e speranza. La speranza che possa essere migliore. Migliore di questa brutta politica. E migliori di noi italiani, che dalla guerra del Covid contro l’umanità siamo usciti assai meno belli di prima. L’Italia non è un opzional o un giocattolo. L’Italia, regione di un mondo in pace, è una comunità, un luogo nel quale, prima di ogni cosa, alberga la vita. Delle persone, della natura. Della libertà“.

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