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“Il reparto Obi e la solitudine che al Pugliese ha ‘inghiottito’ mia madre”

Lettera di un lettore a Catanzaro Informa: "Maledico il COVID che ormai è diventata un’ulteriore giustificazione ad una sanità ingovernata e allo sfascio"

Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore:
Esiste un reparto al Pugliese che si chiama ‘Osservazione breve intensiva‘ più comunemente conosciuto dai malcapitati che hanno dovuto accedervi ‘Obi‘. È situato all’interno del Pronto Soccorso e consta di una grande stanza con sei posti letto attrezzati (barelle). Lascio ai tecnici spiegare l’utilità di un reparto del genere o più semplicemente alla lettura dei tanti articoli che potete tranquillamente trovare nel web e che ne descrivono finalità e utilizzo.

Come sempre più spesso avviene, però, anche questo gioiello di tecnologia, allestito per migliorare la salute dei pazienti, credo sia stato costruito più per esigenza dell’ospedale stesso che per quella dei malati.
Per chi ha la croce di doverci sostare e per i parenti dei degenti diventa un vero e proprio inferno dantesco.
È come un buco nero che inghiotte tutto e tutti. Chi entra lì dentro è come se entrasse in una sorta di esistenza sospesa.

A tutti sarà capitato di stare in pronto soccorso per accompagnare un familiare un amico per qualche necessità. Ore infinite interminabili seduti senza avere nessuna notizia in attesa che qualcuno finalmente pronunci quella frase ‘parenti di…’ per sapere se finalmente il problema è risolto e si possa tornare a casa dopo una media di otto ore interminabili, nella migliore delle ipotesi.

Bene questo obi è lì nel pronto soccorso e quelle ore da otto diventano 48, 72, diventano giorni. Giorni in cui nessuno ti da notizie, non è possibile vedere il proprio caro, neanche per un po’ di conforto. Nulla. Cala il silenzio assoluto. Non esisti più come parente, non esisti come persona e ti viene il dubbio che chi hai portato al pronto soccorso sia sparito nel nulla. Se chiedi notizie all’accettazione ti confermano solo che si trova lì. gli esami che sono stati fatti o devono essere fatti e più nulla. E se si prova a chiedere di poter parlare con un medico non vi è data alcuna possibilità, c’è sempre un codice rosso che impegna il medico, che non gli permette di poterti dare qualche informazione e si sa i medici sono pochi, così come gli infermieri, e poi c’è la sanità che non funziona ecc ecc ecc. di giustificazioni ne esistono mille non ultima il COVID. Ma tra giustificazioni COVID e motivi vari il risultato è sempre lo stesso cioè quello di trascorrere 3, 4, 5 giorni senza avere possibilità di vedere tua madre, tuo padre, tuo figlio, e senza potere avere notizie.

Qualcuno sclera, a me è successo, e forzi, entri prepotentemente anche solo per 20 secondi per renderti conto che chi hai accompagnato è davvero li.
Il passo successivo diventa, quindi necessariamente, quello di attivare il ‘sistema Calabria’.
Cominci a chiamare l’amico medico che possa sostituirsi a te nel sapere informazioni da passarti, che possa interessarsi, parlare col collega, raccomandarsi, fino a chiedere il ‘favore’ di poterti fare entrare anche per soli due minuti.

Il dono più grande sono proprio quei due minuti che ti vengono concessi per intercessione e che ti permettono di dare anche solo una semplice carezza.
Tutto questo è quello che soffre il ‘parente di…’. Ma il malato?

Specie se è una persona anziana si sente abbandonato, disorientato, impaurito. Capisce che sta male, si vede e si sente solo, comincia a smarrirsi fino a staccarsi dalla realtà non riuscendo a comprendere perché nessuno vada a trovarlo.

Le sue esigenze fisiche e psichiche seppur minime cominciano a venire in secondo piano rispetto a quelle di un codice rosso, verde, giallo. Tutto viene rimandato per qualcosa di più urgente. siamo pur sempre al pronto soccorso.
Il telefono diventa unica linea sottile con l’esterno. Le telefonate diventano ripetute. Alcune telefonate sono rinfrancanti, altre deprimenti. Quando poi si riesce a parlare perché come ben si sa al PS del Pugliese Ciaccio la linea è quasi inesistente.

In ogni telefonata avverti sempre di più che avrebbe bisogno che tu le stessi vicino, che tu potessi rassicurarla delle sue paure, stringerle la mano per dirle che ci sei. Per cercare di farle tornare una serenità che quella situazione le ha tolto. Ma l’OBI non è fatto per il malato! L’OBI è costruito per l’ospedale stesso! Per cercare di migliorare una gestione del pronto soccorso che per svariati motivi è fallimentare da tanto tempo ed è sotto gli occhi di tutti.
Così al quarto o quinto giorno di OBI e senza chiaramente che nessuno ti avvisi un bel momento scopri che non c’è più, che è stata trasferita in un altro reparto!

La notizia ti rinfranca. Almeno negli altri reparti seppur con le rigide regole del COVID l’ora di visita dei parenti c’è.
Finalmente si può vedere! 10 minuti solo per dieci minuti e per una sola persona al giorno. Il che significa che se hai tua madre in ospedale e siete 7 tra fratelli e sorelle ti è concesso vederla una volta a settimana per 10 minuti.

Ma tant’è, il maledetto COVID si sa non è stato solo un virus che ha fatto milioni di vittime. È un virus che è entrato nelle nostre regole sociali, nei nostri affetti, nella nostra vita modificandocela profondamente.
Dieci minuti, pensi che anche solo 10 minuti saranno sufficienti e invece entri e scopri il dramma, tua mamma non è la stessa di quella che hai portato al PS. Fisicamente magari sta certamente meglio ma psicologicamente non c’è più. Devastata dalle sue paure, ti rendi conto che avresti bisogno di un’intera giornata per starle vicino, per farle sentire che sei lì, per farle recuperare un po’ di quella serenità che ha irrimediabilmente perduto. Dieci minuti non sono sufficienti. Devi andartene, uscire, le regole del COVID sono queste. E non serve scambiare due parole con il medico. Perché in un ospedale l’attenzione è rivolta principalmente alla salute fisica non psichica. Se si migliora fisicamente è tutto a posto. Se poi quella situazione ha inciso psichicamente passa in secondo piano.

E tu, ‘parente di…’ che saresti teoricamente l’unica medicina per il riequilibrio psichico del malato diventi un farmaco che c’è sempre tempo per poterlo somministrare. Dopo. Dopo. Quando fisicamente potrai riportare il tuo caro a casa.
Ma il tuo terrore è che dopo, questo farmaco meraviglioso che è l’amore di un figlio, sia tardi ormai per poterlo somministrare. Che per quanto tu possa darne non possa servire più con chi si è ormai distaccato dalla realtà.

È stato curato il malato? Per i numeri si. I parametri sono nella norma i valori delle analisi migliorano. ma a che prezzo?
Intanto la serenità di una incolpevole anziana signora è perduta, quando al contrario avrebbe avuto l’unico diritto di trascorrere la sua vecchiaia in serenità.

Si passano le notti e le giornate attaccati a quel telefonino che speri possa surrogare la tua presenza. Ma sai bene che non potrà mai essere così! E mentre un senso di assoluta frustrazione ti prende per non riuscire a trovare alcuna soluzione, maledici il COVID che ormai è diventata un’ulteriore giustificazione ad una sanità ingovernata e allo sfascio.
E intanto pensi che anche oggi l’OBI avrà inghiottito qualcun altro. Qualcun altro la cui storia e il cui affetto resterà solo un ricordo nel cuore del ‘parente di…’.
Massimo De Lorenzo