Apprezzamenti di eminenti critici per libro di Chiara Fera su Citati

Nei giorni scorsi la presentazione romana alla presenza di Giorgio Montefoschi e Piero Boitani


«Diciamolo subito: il libro di Chiara Fera, dedicato all’indagine che Pietro Citati ha condotto sul romanzo nel corso della sua lunga carriera, è un libro molto ben fatto. Leggetelo, perché vi illuminerà con osservazioni intelligenti sui libri del più grande critico letterario italiano». È quanto hanno detto due tra i più eminenti critici letterari italiani, Giorgio Montefoschi (scrittore Premio Strega) e Piero Boitani (direttore letterario della Fondazione Lorenzo Valla e già docente di Letterature Comparate all’Università La Sapienza di Roma e di Lingua e Letteratura Italiana all’Università di Cambridge), presentando “Il libro invisibile di Pietro Citati – Racconto di un’analisi” (Rubbettino Editore) della giornalista Chiara Fera nella Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze a Roma, sede della Società Dante Alighieri. All’incontro non ha potuto partecipare per ragioni di salute Pietro Citati che ha inviato un messaggio: «Chiara Fera scrive molto bene, in particolare ho apprezzato la seconda parte del suo libro, quella in cui dimostra l’esistenza di una monografia su Dostoevskij scritta sui quotidiani».
«Devo essere sincero – ha aggiunto Montefoschi – non invidio le interviste che Chiara Fera ha fatto a Pietro Citati. Come molti sanno, Citati non è una persona facile e il fatto che lei sia riuscita a varcare il bunker e presentarglisi a casa e tenerlo occupato è una cosa che mi ha fatto tremare le vene e i polsi, perché io che lo conosco da più di mezzo secolo so che se dice no è no. Se ha detto sì ci deve essere stata una buona ragione e la buona ragione credo sia che ha capito che questa giovane studiosa è una che ci capisce di libri e di letteratura». E ancora: «Il libro è interessante perché Chiara si è letta tutti gli articoli e i saggi di Pietro Citati e a partire da essi ha costruito un percorso personale, soffermandosi sulle cose che possono colpire e attrarre di più, a volte anche in maniera provocatoria riguardo ai giudizi su scrittori e libri delle varie epoche».

L’autrice per scrivere il suo saggio è infatti andata più volte a incontrarlo nella sua casa romana e ha studiato e analizzato mezzo secolo di giornalismo sulle pagine culturali del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica” in cui Citati coltiva una personalissima storia della letteratura mondiale. Dagli autori italiani di cui fu collega e amico al groviglio di destini umani che è il romanzo ottocentesco; dalle irrazionali disarmonie che tormentano il Novecento alla desolazione in cui è precipitata la letteratura contemporanea. Un’analisi che si fa racconto, al punto che pare impossibile distinguere il Citati critico dal Citati narratore. Nasce così un ibrido: nei suoi articoli autore e opera sono protagonista e trama di un appassionante romanzo critico. Come quello su Fëdor Dostoevskij: un libro invisibile scritto sui quotidiani, per lettori comuni, vincendo la faticosa sfida contro l’anacronistico elitarismo di parte della critica accademica. Ed emergendo dal caos irrefrenabile del giornalismo culturale con una tragica, geniale, sublime monografia.

Ha commentato Piero Boitani: «Rispetto alla critica letteraria tradizionale, non solo italiana ma anche europea e statunitense, Citati è sconvolgente. Non ha un metodo: non è uno strutturalista, non è un semiologo, non è niente di tutto ciò; Citati è un incredibile immenso lettore. Legge tutte le opere di un autore, per potersi immedesimare in lui, e legge tutto quanto è stato scritto su quell’autore. Lo ha fatto con Dostoevskij, di cui ha letto una bibliografia sterminata, ma non ha poi compiuto il passo finale, ovvero la realizzazione di una monografia. Devo dire che all’inizio sono stato leggermente turbato di vedere che Chiara Fera parlava di un libro invisibile. Come un libro invisibile? Citati ha scritto così tanti libri, tutti visibilissimi».

La scoperta di questo libro invisibile Chiara Fera l’ha raccontata così: «Nel corso di una delle interviste, gli feci una domanda la cui risposta mi rivelò Citati in tutta la sua umiltà, un’umiltà rinvenibile solo nei più grandi sapienti. Come tutti sanno, Citati non scrive solo articoli ma è anche autore di appassionate monografie su giganti della letteratura, come Kafka, Proust, Tolstoj, Fitzgerald, Leopardi. Ma non scrisse mai un libro su Dostoevskij, benché di lui abbia detto “non è uno scrittore ma un’intera regione della letteratura, in cui giace l’immenso corpo del romanzo”. Allora gli chiesi “perché non un libro su Dostoevskij?” Mi rispose: “Non ho mai osato scriverlo, è troppo difficile”. Per me fu la consacrazione di un mito. Feci delle ricerche negli archivi del “Corriere della Sera” e de “la Repubblica” e scoprii talmente tanti articoli di Citati sullo scrittore russo che ne veniva fuori un libro: tra la pagina economica e quella sportiva spuntava una dissertazione sulle idee napoleoniche di Raskolnikov o sul nichilismo di Stavrogin. Un’operazione culturale incredibile».

Sui rapporti umani che Citati ha intessuto nel corso degli anni con tanti scrittori del Novecento, alcuni dei quali emergono dall’opera della Fera, Montefoschi ha aggiunto: «Un altro elemento che mi interessa e che è stato messo in luce dal libro di Chiara è l’attualità del legame fra letteratura e mondo, quindi fra letteratura e vissuto». L’autrice in proposito: «Il più grande merito di Pietro Citati è quello di aver saputo dimostrare o, per usare un termine più esatto, ricordare che la letteratura è quanto di più vicino all’uomo possa esistere. La letteratura è imprescindibilmente umana, non può essere impolverata con tecnicismi accademici, non può rintanarsi nelle università. Conoscere le figure retoriche, i generi letterari, le correnti critiche è certamente importante ma non ha alcun senso se prima di tutto non si è curiosi del messaggio umano che ogni scrittore vuole trasmettere. Citati è stato il più abile nel riportare la letteratura lì dove è nata, ovvero tra la gente. Ha fatto capire agli uomini più disparati, di qualsiasi profilo professionale e qualsiasi ceto sociale, che la letteratura è un fatto loro, parla di loro, nasce da loro. Scrivendo sui quotidiani, con toni avvincenti, di vita, morte, destino, religione, passione, ha compiuto il più straordinario dei miracoli: avvicinare gli uomini alla bellezza delle parole che raccontano la loro stessa vita».