Liz e le altre storie. Il Viaggio nelle carceri della Corte costituzionale

Il docufilm di Fabio Cavalli, alla presenza della presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia intervistata dagli studenti

L’assistente Sandro Pepe è massiccio. Di più, una montagna d’uomo. È scuro di pelle, è nato ad Asmara, nel Corno d’Africa, quella che si dice sia la più bella città africana. È entrato in polizia penitenziaria 27 anni dal 2019, quest’anno saranno ventotto. L’anno scorso ha accompagnato in sette carceri italiane i giudici della Corte costituzionale.

Si può dire che nel docufilm del 2019 di Fabio Cavalli, “Viaggio in Italia: la Corte costituzionale nelle carceri” sia il ragno che cuce le sette carceri in cui si svolgono le storie: Rebibbia a Roma, San Vittore a Milano, il carcere minorile di Nisida, Sollicciano a Firenze, Marassi a Genova, Terni, Lecce sezione femminile.

Perché Giorgio Lattanzi, all’epoca presidente della Corte, e i suoi colleghi hanno visitato le carceri? Perché dell’esperienza hanno sentito il bisogno di ricavarne un film che parla con la spontaneità della parola e il nitore delle immagini? Che c’entra la Consulta con i luoghi di detenzione? Alla domanda aveva già risposto Pietro Calamandrei, padre costituente, quando consigliava di cercare nelle carceri le radici della Costituzione.

Non soltanto perché un terzo dei padri costituenti sono stati incarcerati, ma soprattutto perché la Costituzione certo serve a tutti, ma prima di tutto serve a garantire i più deboli. Chi ha potere, di solito riesce a difendersi da sé. Chi è ultimo, ha bisogno di una protezione tanto più utile quanto più è uguale per tutti. Non tutti i detenuti sanno cosa rappresenta un giudice costituzionale. Loro li hanno già conosciuti, i giudici, arbitri in terra del bene e del male.

Questi che si trovano davanti non sembrano essere venuti per giudicarli, non è il loro compito. Ne hanno un altro. Sono giudici delle leggi. Stabiliscono se una legge è conforme a quanto sta scritto in uno dei 139 articoli che compongono la Carta. Non si occupano del loro caso specifico, ma ne custodiscono uno o due che li riguardano uno per uno, e riguarda tutti gli altri, quelli che sono fuori. Il primo, l’articolo 27 stabilisce che: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il secondo, il 111, dice che: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”.
Caso ha voluto che l’Associazione nazionale magistrati, con il suo presidente nazionale Luca Poniz, abbia programmato all’Auditorium Casalinuovo la proiezione del film per gli studenti superiori e universitari invitando addirittura il presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia proprio due giorni dopo che Repubblica ne ha pubblicato una lunga intervista che ha avuto vasta eco per le parole che dice e per il tono con cui vengono dette e si presume vengano lette, in un momento in cui si fa un gran parlare di leggi, processi, durata, prescrizione. A un passo dell’intervista si parla anche dell’incontro di Catanzaro, quando alla domanda su cosa voglia trasmettere la Corte con quel film, Cartabia risponde: «Ci sono state ben 26 proiezioni in Italia e all’estero e già ne sono fissate altre 21, nei cinema, nei tribunali, negli auditori, nelle carceri, nei luoghi di cultura, nelle scuole, quindi si può dire che partendo dal luogo più remoto della società – qual è il carcere – la Corte sta parlando a tutti, ovunque, e sta portando la Costituzione a tutti, ovunque. Del resto, la Costituzione e i suoi valori vivono e muoiono nella società: il dovere, e la responsabilità della nostra Corte, è custodire e al tempo stesso promuovere quei valori, farli ritrovare a chi li ha smarriti, tenerne viva la coscienza, diffonderne la conoscenza tra le più giovani generazioni». Cartabia, quando il film è stato girato era “semplice” giudice costituzionale, essendo presidente pro tempore Giorgio Lattanzi, e nel film si riporta la sua visita al carcere milanese di San Vittore dove nel III raggio i detenuti fanno bella musica e intonano l’Inno di Mameli, così come a Sollicciano, Firenze, qualcuno impara a riparare biciclette, a Nisida i ragazzi fanno una pizza “più buona di quella di Posillipo”, Lattanzi nella sezione femminile di Rebibbia incontra un mamma con due bambini in carcere mentre ne ha altri otto fuori.

Ci sono molte storie in questo film vero, girato da un regista vero, per raccontare storie vere. Una di queste, che induce anche a rispondere con cauto ottimismo alla domanda che pone la presidente del tribunale di sorveglianza di Catanzaro su come le cose positive viste nel film possono trasferirsi nella realtà quotidiana e farsi sistema, è quella di Liz, una ragazza domenicana che si è lasciata invischiare in traffici di droga. Mentre è in detenzione a Nisida, Liz chiede a Giuliano Amato, giudice costituzionale, che senso abbia seguire con profitto il percorso di riabilitazione quando all’uscita del carcere la sarebbe toccata l’espulsione. La presidente Cartabia non ha ricette da trasferire al giudice di sorveglianza. Però, Cartabia trae un utile insegnamento dalla vicenda di Liz, che ha suscitato nel giudice Amato un moto di interesse trasferito per osmosi all’amico professore a Roma Tre Marco Ruotolo presente sul palco, il quale a sua volta contagia virtuosamente un suo allievo che lavora per Antigone, l’associazione che difende i diritti dei detenuti, un avvocato che trova il comma giusto esistente e misconosciuto che consente a Liz di permanere in Italia proprio in virtù del giusto percorso di riabilitazione intrapreso. Ecco, l’insegnamento che se ne può trarre è questo: non trascurare le storie individuali, non tralasciare i racconti di ciascuno, perché ogni storia, ogni racconto può essere l’anello di una catena di umanità che consente alla piccola palla di neve di trasformarsi in valanga.

Il discorso si è intrecciato, attraverso le domande degli studenti del liceo Galluppi, con i temi crudi del 41 bis, il carcere duro, e dell’ergastolo ostativo, che portano con loro le controfigure del volto umano della giustizia e del fine rieducativo della pena. Cartabia non può rispondere nel merito, perché rispettosa delle sue competenze. Anzi, in un certo senso, è lei stessa a riformulare le domande: «Sul volto umano della pena. Cosa avete visto nel film, c’è qualcosa, qualche persona, qualche agente penitenziario, qualche direttore di carcere che vi dicano che lì dentro c’è spazio per l’umanità? Ritornate per un attimo alle immagini. C’è qualcosa che vi parla dell’umanità della pena? Non lasciatelo scappare via. Date un nome a questi piccoli frammenti di umanità, perché da lì possiamo tutti contribuire, ciascuno nel suo ambito, a una pena che rispetti quanto sta scritto nella Costituzione, e che tutti siamo chiamati ad attuare».