Monica Guerritore: “Per me venti spettatori valgono più di 5mila follower”

“Dall’Inferno all’Infinito”, un percorso che parte dalla “selva oscura” fino a Leopardi. Un viaggio all’interno del Sé

di Carmen Loiacono

Dall’Inferno di Dante al New Pope di Sorrentino. Una chiacchierata con Monica Guerritore equivale a un viaggio attraverso i linguaggi, le drammaturgie, il teatro, il cinema e, soprattutto il contatto umano: «Per me venti spettatori valgono più di 5mila follower», ci dice, tanto per dare un’idea del tenore della conversazione. L’occasione è la performance “Dall’Inferno all’Infinito”, scritta dalla stessa Guerritore, diretta da Lucilla Mininno, che l’attrice terrà giovedì sera al teatro Comunale nell’ambito della stagione presentata da Ama Calabria a Catanzaro.

Sola in scena, quello che Monica Guerritore offrirà agli spettatori sarà un percorso che parte dalla “selva oscura” in cui Dante si ritrovò, in sogno, nella notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, per affrontare esplorazioni dell’animo umano, attraverso le parole di autori celebri, finendo all’Infinito, di Leopardi, che chiude il cerchio guardando oltre, chiaro richiamo all’ “uscimmo a riveder le stelle” che Alighieri usa come chiusura della Divina Commedia. «E’ un viaggio interstellare», lo definisce lei, che si pone e pone allo spettatore molte domande.

Nell’incipit, lei si immagina accanto a Dante «in un luogo sconosciuto, in cui decide di scrivere la propria esperienza – spiega -. E’ un viaggio all’interno del Sé, quello con la maiuscola, in cui i gironi sono in realtà il percorso per trovare l’anima, il piccolo popolo di cui parlava Jung». Non solo, Guerritore si affida allo psicanalista e filosofo James Hillman per comprendere e così far comprendere agli ascoltatori, gli incontri che Dante fa: «Già la parola paura è esemplare – argomenta -. Viene ripetuta più volte nella prima parte della Commedia, e Hillman spiega come le fiere in cui si imbatte altro non sono che i predatori della psiche». In questa ottica, anche Virgilio, mentore e guida, è facilmente identificabile con «il Super Io», di freudiana memoria.

Come passare da queste tematiche a Pasolini, Valduga, Morante, Pavese? Qual è il filo conduttore? «In realtà sono delle mere associazioni – ammette -. Si tratta di associazioni di sentimenti». E in questi accostamenti «c’è l’immensità, l’’infinito». Il percorso, non esita a definirlo come «nei sogni. Liberi da ogni logica. Del resto dov’è la logica nell’arte?».

Di sicuro non nelle produzioni per il grande pubblico, che non sembrano interessare molto, ultimamente, Monica Guerritore: reduce dalle repliche de “L’anima buona di Sezuan” di Brecht, «una grande opera», ha dimostrato di preferire sempre più frequentemente monologhi, testi introspettivi, e poco cinema, soprattutto: «Quando sei abituata a questi testi, come fai? Non puoi fare le commedie che vanno per la maggiore in questo periodo – afferma senza esitazione -. Il cinema del resto si fa a cena tra amici, e io sono sempre a teatro!».

E per quanto riguarda il ruolo delle donne, nel teatro e nel cinema? «Se n’è parlato, ma siamo al punto di partenza, non è cambiato assolutamente nulla – è la sua amara riflessione -. Le direzioni tecniche vengono sempre e solo affidate agli uomini. Probabilmente è una questione di tranquillità che persiste nell’affidarsi a un maschio. Forse gli uomini temono la potenza visionaria delle donne, quelle qualità femminili che non si sposano con la gestione pubblica». Come poter lavorare, allora liberamente? «Isolandosi, proponendosi come stranieri. Cercando di proporre qualcosa di nuovo, senza pretendere ciò che i tempi non sono ancora maturi a comprendere».

Quindi, tornando alle donne nel teatro e nel cinema… «Noi ci siamo. Quello che non c’è sono le storie, le trame, e non è una questione maschile o femminile – è chiara su questo -. All’estero esistono drammaturgie per interpreti di tutte le età, che sostengono e impongono le storie, è così che si spiega il grande successo delle serie TV americane che incollano gli spettatori. Noi abbiamo ottimi dialoghi, ma non bastano». E’ solo questo a limitare il cinema italiano? «Vedi, il neorealismo è stata la punta più alta per noi, ma allo stesso tempo il nostro disastro. Dimentichiamo che lo fecero Fellini, Rossellini, la Magnani, che non erano proprio alle prime armi. Eppure è passato il concetto che “via, so’ tutti capaci”, e non è affatto così».

Ci sono autori italiani che però la fanno ben sperare? «Sorrentino. Però dovrebbe scrivere per il teatro. Il che implicherebbe produzioni straordinarie, perché lo spazio metateatrale gli richiederebbe cose incredibili. Ho visto “The New Pope” recentemente e mi è piaciuto, è meglio di “The Young Pope”, proprio per la narrazione, la trama. C’è una scrittura solida, vivace. Se Sorrentino passasse al teatro, potrebbe essere il nuovo Strehler».