All’Umg un convegno dedicato al convento di Santa Chiara

Una delle domande: è da considerarsi un bene ecclesiastico?

L’ex caserma Triggiani è un bene culturale, ma come può essere messo, in quanto tale, a disposizione della cittadinanza che tanto si è battuta perché l’immobile venisse giustamente riconosciuto di importanza storica per Catanzaro?  E poi, è da considerarsi un bene ecclesiastico? Sono le domande che ci si è posti nel corso del convegno di studi virtuale dedicato al convento di Santa Chiara dall’Università Magna Graecia, nell’ambito del Corso in Beni ecclesiastici e beni culturali del professore Luigi Mariano Guzzo.

Introdotto dallo stesso docente, il convegno ha seguito le linee dei due interventi principali, quello di Nicola Fiorita, professore associato di Diritto e religione all’UniCal, e quello di Francesco Cuteri, archeologo, docente di Beni culturali all’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro. Alla presenza, online, di studenti e altri docenti non solo dell’Umg, pure intervenuti durante il dibattito, il convegno ha ripercorso le recenti vicende del convento delle Clarisse risalente alla fine del 13° secolo, poi “militarizzato” alla fine del 1800: secondo la Soprintendenza, nella sua ultima revisione, l’immobile è «di interesse storico particolarmente importante in quanto testimonianza materiale delle vicende religiose, sociali e militari che hanno interessato la città». Una definizione, quella della Soprintendenza, sollecitata da associazioni cittadine riunite anche in un Comitato spontaneo per la tutela del Centro storico e tra gli altri da Italia Nostra e Codacons, che è arrivata in questi giorni ribaltando una sua stessa valutazione del 2016 – dovuta alla mancanza di documentazione adeguata, hanno motivato -, e ponendo un punto interrogativo sulla vendita dell’immobile da parte della Provincia alla Invimit Sgr Spa, mettendo lo stesso sotto tutela.

Quindi gli interrogativi in merito all’ex caserma aumentano, a partire proprio dalla validità o meno della vendita, passando per lo «stabilire quali forme possono essere trovate per salvaguardarne il valore – ha detto Fiorita -. Di sicuro non si può pensare a una permuta con il Palazzo della Prefettura, come è stato detto, perché quest’ultimo non ha nulla da invidiare alla caserma Triggiani. E’ impensabile di risolvere una questione creandone un’altra». «Trovo fortemente preoccupante questa idea della permuta, che è una parola che si associa all’idea di sconfitta dei beni culturali – gli ha fatto eco Cuteri -. Sull’altro piatto della bilancia si mette un altro bene culturale, quindi significa che c’è qualcosa che non funziona». Ciò che invece ha dimostrato di funzionare, e  tanto, è la forza che parte dal basso, mossa da sconcerto e indignazione, certo: «La partecipazione direi che è un bene comune, da tutelare – ha affermato Fiorita -, parlo come cittadino. E’ nostro compito riconoscere che la partecipazione attiva può cambiare le nostre storie, può incidere. E’ un elemento da  valorizzare tantissimo, soprattutto adesso, nella vicenda della caserma Triggiani».

«Questa del convento di Santa Chiara è una sconfitta che nasce dal passato: Catanzaro ha rimosso sistematicamente la propria memoria – ha argomentato Cuteri, ripercorrendo le fasi storiche fino al piano urbanistico Manfredi -. Il suo era un ruolo di aggregazione, lì si svolgeva la principale fiera della città e non è un caso che poi sia sorta anche Villa Margherita o Trieste, come preferite chiamarla. Di tutto questo ci siamo dimenticati».  «Nell’800 Catanzaro ha un ruolo amministrativo molto importante – ha aggiunto – è normale che siano affluite in città una serie di presenze che dovevano stare qui. Sono stati smantellati i centri monastici, ma non è una cosa solo di Catanzaro, che però qui è stata più avvertita. I luoghi ideali per i militari sono i conventi, nessuno tra loro è sfuggito a questa regola. Ma questa militarizzazione non la vedo come una cosa negativa, in fondo ha reso questa città viva, evitandone la demolizione pur con delle trasformazioni, in alcuni casi meno pesanti, in altri, come al convento di San Domenico, sono stati più importanti».

Sull’interesse religioso dell’immobile, Fiorita e Cuteri hanno portato avanti opinioni differenti: «Pur  nascendo come monastero di Santa Chiara – ha detto il professore dell’UniCal -, è stato utilizzato a lungo come caserma, non ha mantenuto nei secoli quelle caratteristiche che lo possono mettere tra i beni culturali religiosi». Per Cuteri invece «è un bene religioso, inevitabilmente, poiché dei suoi 700 anni di storia, per 600 è stato un convento – ha detto -. E’ chiaro che al di sotto delle piastrelle, demoliti i bagni, salteranno fuori le murature medievali, potranno saltare fuori gli affreschi e gli elementi della Chiesa di Santa Maria degli Angeli. Scendendo nel pozzo, si entra nelle gallerie sotterranee. E’ una realtà che deve essere pensata in una prospettiva diversa». A detta dei partecipanti al convegno – sono intervenuti anche, a vario titolo, Sebastian Ciancio, Aldo Ventrici, Nicola Chiriano, Antonino Mantineo, Alessandro Tira -, ciò che manca è una visione d’insieme che parta dalla valorizzazione del centro storico, seguendo un progetto preciso, chiaro: «Bisogna rendere appetibile il centro storico – ha sintetizzato Cuteri -. E’ il momento opportuno affinché questa città si proietti in un futuro che guardi al centro storico che reclama la sua connotazione, che mantiene ancora tutta. Ogni oggetto ha il suo valore ma è l’insieme che rende il centro storico di valore. Arrestare lo spopolamento del centro storico: se non si fa questo a chi servono questi luoghi antichi?».