Il maestro artigiano: U Ciaciu. Seminario all’Umg un anno dopo la sua scomparsa

Organizzato con il sostegno dell'Accademia delle Belle Arti da Luigi Mariano Guzzo ha tratteggiato la figura del noto artista catanzarese

di Carmen Loiacono
Il diritto legato all’arte, nello specifico l’arte contemporanea, argomentato attraverso la bellezza di opere d’arte uniche. Il primo omaggio pubblico del 2020, ad un anno dalla sua scomparsa, al maestro Saverio Rotundo, noto a tutti come Ciaciu, è stato questo e tanto altro: organizzato dall’Umg, nell’ambito del corso di Beni ecclesiastici e beni culturali del professore Luigi Mariano Guzzo, che l’ha anche introdotto e moderato, in aula virtuale, online, si è svolto il seminario “Ma(e)stro Saverio outsider dell’arte – Beni comuni e sacralità dello spazio”.
A delineare la figura di Rotundo e la sua importanza sulla scena dell’arte contemporanea, riconosciuta con fortune alterne, Guzzo ha chiamato docenti dell’Accademia delle Belle Arti, dove mastro Saverio aveva insegnato e dove era stato studente per sempre.

Maria Saveria Ruga, professoressa di Storia dell’Arte moderna e Storia della critica d’arte, ha aperto gli interventi facendo una carrellata sulle sue opere più o meno conosciute, anche attraverso i materiali e tecniche utilizzati, riconoscendo nelle espressioni d’arte di Rotundo influenze e stili delle varie correnti, dalle quali comunque U Ciaciu sfuggiva: «Non è possibile seguire una cronologia precisa, è un vero outsider dell’arte», ha detto, riprendendo il titolo del seminario e sostenendo come con lui si possa parlare di «archeologia dell’abbandono». Sulle opere, Ruga ha sottolineato come fondamentale del percorso creativo fosse la loro stessa collocazione, nell’occupare lo spazio e offrirsi allo sguardo del cittadino, «Sono soggetti che diventano ambientali, per intervenire nella visione del contesto visivo in cui sono collocati».

In questo senso di «appropriazione dello spazio pubblico come appropriazione dello spazio spirituale», ha parlato poi lo storico dell’arte Stefano Morelli. «L’arte per lui è il momento più alto dell’essere umano, e di tutti i tempi perché non sceglie di vivere solo nell’oggi, pur vivendolo completamente, ma lo fa confrontandosi con tutto il mondo», ha detto Morelli. Il critico ha pure ribadito come fosse una sua peculiarità l’essere solitario: «Si rimprovera la società per non averlo accolto. Ma conoscendolo, non credo ci fosse una società capace di accoglierlo, perché si poneva su un livello altro, quando occupava spazi pubblici, parlava di nausee d’arte, era una sorta di rigurgito dall’alto. Non poteva trovare una società pronta ad accoglierlo».
Una testimonianza carica di affetto e riconoscenza nei confronti di un maestro, è stata quella di Andrea Grosso Ciponte, artista nonché professore di Tecniche grafiche speciali all’Accademia: «Era un po’ impenetrabile – ha raccontato -. Parlava solo di arte. Di qualsiasi fatto biografico, di qualsiasi leggenda di paese, lui ne parlava in chiave di arte».

Della magia della creazione, invece, ha parlato l’artista Luca Viapiana: «Con lui la lavorazione non è della materia prima, ma dello scarto. E’ un cambiare la destinazione d’uso dell’oggetto, che è quanto di più meravigliosamente infantile possa esserci. E appartiene un po’ a tutti».
Il seminario, che ha registrato anche gli interventi di alcuni partecipanti, a margine delle relazioni – come quelli prettamente giuridici di Teresa Cubello e Federica Nanci -, si è concluso con lo stesso professore Guzzo che ha ricordato come Saverio Rotundo si definisse «un artigiano più che un artista». Un mastro, che però era un maestro, appunto.