“La mezzaluna di sabbia”, il romanzo di Gori Misticò ambientato in Calabria

La Calabria si scopre noir

Legge Topolino e beve la Brasilena. E’ il maresciallo dei carabinieri Gori Misticò protagonista de “La mezzaluna di sabbia – Le ultime indagini di Gori Misticò”, che dalla Lombardia rientra in Calabria per risolvere un caso di omicidio plurimo. L’autore del romanzo edito da Bompiani, uscito in questi giorni, è Fausto Vitaliano, originario di Olivadi, milanese di adozione, sceneggiatore per Disney e Bonelli, tra gli altri, ha tradotto e curato libri per Feltrinelli, autore anche di un testo teatrale e saggistica; La mezzaluna di sabbia è il suo quarto romanzo ed è un noir, manco a dirlo, ambientato nella nostra regione, una terra “divisa tra degrado e splendore” – così recita la quarta di copertina -, che riesce a raccontare con una vivace ironia in un romanzo divertente e godibile, ma anche un poco filosofico, dalla prima all’ultima pagina.

Cominciamo dall’inizio. Misticò è di San Telesforo Jonico, un paese che si divide pure tra Marina e Superiore, come ogni buon centro costiero calabrese che si rispetti. E poi ci sono Gàmbiase, Castrobello. A parte Catanzaro, Lamezia Terme e Milano, è uno spasso di nomi, di disneyana memoria. Si è divertito, dica la verità. E poi, da dove è uscito San Telesforo Jonico? Omaggio al Santo o a Gegè?

«Al santo, ovviamente. Telesforo da Terranova di Sibari è stato il primo papa calabrese della storia. La Calabria darà altri nove papi e perfino un antipapa, Giovanni XVI, nato a Rossano. Giovanni fu messo a governare la chiesa cattolica per contrastare l’elezione di Gregorio V, il primo papa tedesco. Venne detronizzato, scomunicato e fece una bruttissima fine. La storia dei papi calabresi è affascinante. Oltre a ciò, devo anche ammettere che il nome, Telesforo, mi sembrava molto musicale, se così posso dire. Si ricorda facilmente. La scelta dei nomi – sia quelli delle persone sia i toponimi – è molto importante in un romanzo. Specie quando è ambientato, come nel mio “La mezzaluna di sabbia”, in un luogo immaginario ma che deve allo stesso tempo risultare credibile».

Credibilissima. L’arrivo di Misticò all’aeroporto di Lamezia sembra il quadro di certi calabresi: indignati, pronti a tirare in ballo Tropea e i Bronzi per rivendicare la bellezza della propria terra, ma che lasciano ingiallire i manifesti promozionali e non sanno o fanno finta di non sapere che, se arrivi in aeroporto dopo cena, ti rimane solo il ciuccio. Ha seguito la questione in merito alla descrizione della Calabria di Lonely Planet e EasyJet? Cosa ne pensa, lei che ha uno sguardo anche “dall’esterno” di questa terra?

«Quella polemica – di cui tra un giorno o due nessuno più parlerà – è forse semplicemente il risultato di una cattiva comunicazione. Capita, di questi tempi. Si parla tanto, a volte troppo ed è normale che ogni tanto qualcuno dica o scriva sciocchezze. L’incuria a cui accennava, invece, è un problema reale e ben più serio. Fa anche questo parte del “carattere nazionale” di meridionali. È l’evoluzione – o, per meglio dire, l’involuzione – del nostro fatalismo, che diventa indolenza, inerzia, noncuranza. E, a volte, menefreghismo».

C’è ovviamente tantissima Calabria ne “La mezzaluna di sabbia”, a partire dalla copertina, in cui il titolo è in realtà l’etichetta di un barattolo di peperoncini manco a dirlo sott’olio, passando per il cibo – la Brasilena! -, e anche per quell’ossessione provinciale di chiamare sempre con nome e cognome le persone, qui i personaggi. Antonio D’Orrico sulle pagine del Corriere della Sera di ieri, nella bellissima presentazione che fa del suo libro, dice che ha dato finalmente alla nostra regione il “suo” detective: le fa piacere questo ruolo di ambasciatore attraverso le pagine?

«Ne sono onorato e spero di essere degno. Spero in particolare che Gori Misticò, il protagonista del mio romanzo, sia in grado di comunicare ai lettori le qualità più profonde di noi gente del sud. Io vivo a Milano praticamente da sempre, ma le mie radici sono e rimangono calabresi. Ho pertanto cercato di conservare intatte nella narrazione le caratteristiche della mia terra d’origine: ironia, fatalismo, leggerezza, come dicevo poc’anzi. E anche un senso della relatività delle cose, della loro, se posso usare un termine del buddismo, impermanenza. Ma anche quel senso di stupore davanti alla bellezza del mondo. In un passo del romanzo Gori Misticò osserva lo Jonio, il cui scintillio gli ricorda il cinguettare degli uccellini alla mattina presto che non smettono un istante di chiacchierare. Ogni bagliore del mare gli sembra una parola misteriosa, la parte di un grande discorso. Misticò lo guarda incantato, senza neppure capire il significato di quello splendore. Lo guarda per guardarlo».

Il romanzo, da un punto di vista stilistico, riflette in pieno la sua professione, o meglio le sue professioni: i personaggi hanno toni fumettistici e la divisione dei paragrafi è scandita dalle località in cui si svolge l’azione, un po’ come nelle sceneggiature. Non manca poi la musica, con Nada. Eppure La mezzaluna di sabbia si distacca dai suoi precedenti romanzi: ha trovato nel noir una forma più sua?

«Raccontare storie mi piace, e ho il privilegio di averlo fatto diventate il mio lavoro da più di vent’anni. Prima di scrivere “La mezzaluna di sabbia” avevo pubblicato altri tre romanzi che, benché ambientati in periodi diversi e con diversi personaggi, formavano un racconto abbastanza omogeneo e coerente. Dopo la pubblicazione di “La grammatica della corsa”, l’anno scorso, mi è sembrato che fosse arrivato il momento di voltare pagina e provare a raccontare una storia che avevo in mente da tempo. Ancora prima di pensare al noir avevo immaginato una commedia, il genere a cui mi sento più vicino e grazie al quale, credo, è possibile narrare ogni genere di vicenda. “La mezzaluna di sabbia” è indubbiamente un noir, ma attraversato dalla leggerezza e dall’ironia (almeno, lo spero) tipicamente meridionali. Calabresi, in particolare. Quindi, non poteva che essere ambientato in Calabria».

 Non posso non farle la “domanda penzàta” che il medico fa a Misticò, all’inizio del romanzo: la Calabria le manca?

«Come tutti quelli che sono stati costretti a lasciare la terra dove sono nati (io avevo sei anni quando la mia famiglia si trasferì a Milano) conservo un sentimento struggente per i luoghi della mia infanzia. Quella terra ci ha, in un certo senso, cacciati ma al tempo stesso non vede l’ora di vederci tornare. Ricordo quando, da bambino e poi da ragazzo, tornavo in Calabria per l’estate. Il treno impiegava non meno di venti ore e arrivava sempre al mattino presto, quando il sole sorgeva dietro l’Appennino. Era come ricongiungersi a qualcosa che solo in quel momento ti rendevi conto quanto ti fosse mancata. Provo quel sentimento ancora oggi, che i viaggi sono diventati assai più comodi e veloci».