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La professoressa Teti: ‘Catanzaro e la lezione del Covid. Il territorio, l’ambiente, la sostenibilità’

L'urbanista: ''Questa città un po’ 'sbrindellata' possiede aree verdi agricole incluse nell’ambito urbano. Città e campagna si completano in un assetto che, se controllato, potrebbe dare i suoi esiti in termini di vivibilità e sostenibilità. E i pazienti di Bergamo guariti dal Covid ci ricordano la nostra umanità di civiltà della Magna Grecia''

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    *Di Maria Adele Teti

    A guardare la cartina d’Italia, con le percentuali dei contagiati nelle varie regioni, non si può non osservare che il virus ripropone la geografia economica esistente: le regioni più sviluppate sono state maggiormente colpite mentre al sud il contagio si affievolisce. Non si può non pensare che ci sia una stretta correlazione tra l’inquinamento indotto dalla concentrazione di attività industriali, di allevamenti intensivi e di termovalorizzatori (sette in tutto a nord) che, con la presenza di diossina benzoapirene abbassano le riserve immunitarie. C’è un gran parlare sulle cause della contaminazione, sulle terapie da adottare: da molti ritenute la causa prima della propagazione del contagio.

    Il sud, in definitiva, ripropone una maggiore salubrità del territorio, dell’aria e del suolo. Tre elementi che potrebbero essere alla base di una nuova rinascita: una speranza mai realizzata. Possiamo vendere l‘aria? Evidentemente, malgrado l’assurdo, sì. Possiamo pensare ad un nuovo modello di sviluppo senza ripercorrere gli stessi difetti che si sono consolidati in alcune aree del Paese. Un’agricoltura biologica, un’industria che si serve di energia rinnovabile, una modalità di sviluppo delle città che valorizzi il paesaggio. In queste città non ci sarà bisogno di fare grattacieli pensati come ”boschi verticali” se evitassimo di annullare il rapporto con la campagna: una delle caratteristiche della città pre industriale.

    Prende corpo un dibattito sulle prospettive di cambiamento del modello di città contemporanea. Un interrogativo che sottintende un pericolo, ma anche una speranza. I centri storici rivivranno; la campagna invaderà la città; cambierà il modo di produrre e di lavorare?. Tutto sommato, dopo anni di convegni, analisi, scritti sulle dinamiche urbane forse iniziamo a renderci conto che il modello di sviluppo che si è consolidato dal secondo dopoguerra contiene dei pericoli che non avevamo valutato. Il covid-19 mette in forse certezze ormai acquisite: il potere attrattivo delle città che, come magnete, attira innovazione, economia, dinamicità e idee.

    Oggi lo spaziamento induce comportamenti anti-urbani che rende difficile comprendere quali esiti porterà, in termini di regolamenti e di nuove forme di abitare e lavorare. La città, come noi la conosciamo, si trasformerà? In fondo tutti anelano il ritorno immediato al passato, senza eccessivi cambiamenti.

    Città medio piccole meridionali, come Catanzaro, che, nel corso degli anni hanno perso il potere attrattivo verso il proprio territorio, proprio perché svuotate di funzioni terziarie elevate e dirigenziali, sempre più centralizzate nelle aree forti de Paese, riusciranno a trovare una propria funzione? Nel passato questo tipo i città avrebbero fatto tesoro dalla presenza dell’Università, dell’Ospedale regionale, della presenza di elevate strutture giudiziarie, mentre oggi queste stesse funzioni non riescono a risollevare l’economia e ad indurre una nuova dinamica di decoro urbano, insito nella città otto-novecentesca. Queste stesse funzioni sono svuotate, poiché le risorse esistenti, in termini di mezzi e di uomini, non reggono il confronto con una più attrezzata sanità, con università più blasonata, con la politica, nel sud, sempre più improntata alla mera sopravvivenza di se stessa.

    I giovani, quando possono, studiano fuori e, nella maggioranza dei casi, non ritornano. La città, pertanto, si spopola in termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi. La città meridionale, e in particolare Catanzaro, capoluogo regionale dimezzato, poiché il Consiglio regionale è a Reggio Calabria, con il covid-19, sembra perdere ancora terreno. Il centro storico, già semi abbandonato in favore del quartiere marinaro e per l’emigrazione, è deserto, ma di un vuoto che preannuncia ulteriori chiusure e abbandoni. Dietro la porta della Caritas una lunga coda aspetta di ritirare un pacco viveri; nel centro storico, i quartieri periferici, rispetto all’asse centrale del corso principale, sono abbandonati, degradati, anche se portatori di una bellezza intrinseca: sono ghost town, a similitudine dei molti comuni spopolati nelle aree interne della regione.

    D’altra parte, il centro storico è stato, negli ultimi anni, svuotato di funzioni, mentre la città è letteralmente “esplosa” nel territorio, attraverso nuclei urbani dispersi, privi di servizi, esito di una nuova geografia della speculazione edilizia che, dal secondo dopoguerra, ha invaso sempre nuove aree da edificare. Un modello disperso molto dispendioso in termini di mobilità. Eppure questa città un po’ “sbrindellata”.possiede aree verdi agricole incluse nell’ambito urbano: uliveti, aree semi abbandonate, colline deserte si insinuano e caratterizzano il paesaggio urbano. Città e campagna si completano in un assetto che, se controllato, potrebbe dare i suoi esiti in termini di vivibilità e sostenibilità.

    Relitti, sopravvissuti all’aggressione speculativa degli anni ’70/90; sopravvissuti alla inefficacia dei piani urbanistici. Intanto il territorio si è depauperato e si sviluppato secondo procedure e regole tipiche di molte città meridionali, dove pochi gruppi politico-imprenditoriali, mossi dalla ricerca del guadagno immediato, dettano le regole dello sviluppo. Il tessuto produttivo si è andato progressivamente assottigliando, soprattutto nel settore primario e turistico-balneare che aveva avuto un ruolo non secondario, nell’economia della città, in favore del settore terziario-amministrativo, legato alla spesa pubblica.

    Si ha l’impressione che il degrado di queste città medio piccole, soprattutto se poste nel Mezzogiorno, segua un cammino inverso di quello delle grandi città, dove la concentrazione delle funzioni dirigenziali e quaternarie, pongono problemi di gigantismo urbano, inquinamento e invivibilità. Tutti temi emersi nel dibattito storico-urbanistico, sociologico e sanitario, ma mai affrontato in termini progettuali. La popolazione mondiale nel 2050 sarà concentrata per l’80 % nelle città – si è sostenuto-senza pensare quanto questa affermazione possa essere deleteria per l’umanità. Salvatore Settis ha recentemente parlato di città-prigione e auspicato un ritorno alla campagna “come luogo per restare vivi”. Rem Khoolas in Delirious New York individua nel manhattinismo una “cultura della congestione” che costringe gli abitanti a vivere in un paesaggio completamente artificiale, senza fantasia. Un modello che ha omologato il linguaggio urbanistico della città contemporanea.

    Sarà sufficiente il monito, avanzato da molti scienziati, secondo il quale, nel futuro, si potranno sviluppare pandemie sempre più deleterie, ad invertire la rotta?. E’ una scommessa dagli esiti incerti, visto che lo sviluppo delle città attuali, imperniato sul consumo di energia fossile, causa prima di produzione di CO2, è proiettata verso una sempre maggiore concentrazione di funzioni: fattore che aumenta esponenzialmente l’attrattività, malgrado l’artificialità del paesaggio e la poca salubrità dell’aria e del suolo..

    Un maggiore equilibrio territoriale darebbe un nuovo sviluppo alle città medio piccole, anche poste nel Mezzogiorno che, mortificate dalla mancanza servizi e di attrezzature efficienti per la mobilità, sono poco competitive. Un’inversione di tendenza, viene poi avanzata da archistar note come Boeri e Fuksas, che auspicano un ritorno ai borghi, visti come “appendici” delle aree metropolitane: aree dove rigenerarsi, produrre cibi genuini, a servizio della città e anche per recuperare insediamenti umani a misura d’uomo e paesaggi di eccezionale bellezza. Un progetto auspicabile, ma certo non risolutivo degli squilibri esistenti nelle aree interne, fragili dal punto di vista idrogeologico, sismico, della mobilità e dei servizi. L’Italia dei “cento campanili” ha prodotto città e borghi di eccezionale bellezza, che oggi rischiano l’estinzione . Ci vuole un grande progetto nazionale per ridisegnare città, luoghi e paesaggi del Bel Paese!.

    Per tornare alla piccola città di Catanzaro, circa 89.000 abitanti, da dove siamo partiti, non possiamo non osservare che non è solo il centro storico e le periferie ad essere desertificate con il covvid-19, anche le aree più attrattive risentono della pandemia, qui quasi inesistente. Negozi, bar, pizzerie, chiusi, la piccola economia di prossimità, azzerata. Il quartiere Lido, con il lungomare, in genere popolato di studenti, turisti,oggi è deserto. Eppure questa città possiede ancora qualcosa che merita di essere salvato, brandelli di umanità che sopravvivono nel comportamento della gente, solidarietà e, in definitiva, antica civiltà. Lo hanno percepito e proclamato apertamente due malati di Covid-19, trasferiti nell’ospedale regionale di Catanzaro da Bergamo, dimessi dopo due mesi di terapia intensiva. Tutto l’ospedale era fuori a salutarli, primari, infermieri, mentre loro attestavano la competenza e l’umanità che avevano riscontrato nei sanitari, che avevano curato il corpo ma anche lo spirito: qualcuno ha detto” tornerò in questa regione….” . Un po’ della proverbiale ospitalità della Magna Grecia sembra essere sopravvissuta, assieme alla cultura e all’attaccamento al lavoro

    *Maria Adele Teti, già Prof. Ord. di Urbanistica Università Mediterranea di Reggio Calabria

     

     

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