La Naca per le vie solitarie della città per rinnovare la fede e il patto con i Catanzaresi

"Per la seconda volta consecutiva, purtroppo, l’emergenza sanitaria non ci farà vivere questo momento magico. Eppure, tanto ne avremmo avuto bisogno oggi"

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di Franco Cimino

Non l’ho mai capito bene l’insegnamento della Chiesa sulla Pasqua e tutta la settimana santa che la rappresenta. Ho fatto lungamente il chierichetto da bambino avanzando verso l’adolescenza, ed ho vissuto tutti i riti ad essa dedicati con una particolare attenzione. La mia fede, più volte vacillante, si è sempre confermata, ed oggi, con l’avanzare del mio tempo, rafforzata. Il rito, anche quello laico, è una componente essenziale del legame tra il popolo, come somma di tutte le sue invidualità, e l’ideale. Tra l’uomo e il Trascendente. Sembrerà ancora strano alla ragione, ma l’emozione che si impossessa del cuore di un credente, anche civile, è, al di là di qualsiasi suggestione o “ fremito” psicologico, energia vitale tesa a rafforzare il proprio credo. Una forza aggiuntiva, che spinge al cambiamento di sé e alla rinnovazione di un patto prezioso con l’Ideale.

È su questo delicatissimo terreno che i fedeli alzano gli occhi al Cielo, pregano e sperano; i cittadini verso la bandiera, lottano e credono. E tutti insieme ritrovano lo spirito che li accomuna, la forza identitaria che gli fa vincere paure e avversità. E li fa combattere per la stessa causa e camminare lungo la stessa direzione. Si chiama Chiesa, Patria, religione, ideologia, tutto questo. E credo, passione, il sangue che li conduce. Il rito, come strumento di ogni credenza. Come accensione del battito del cuore. Come magia, che ti prende e non ti lascia fin quando il rito non sarà passato. Perché parliamo sempre di Venticinque Aprile o di Primo Maggio, e ne parliamo ancor prima che le ricorrenze siano arrivate? Perché diciamo “ la Settimana Santa” , quella dell’Avvento oppure “ le festività natalizie”?

E perché quando partecipiamo ai funerali, la cerimonia in presenza del defunto, ci commuoviamo, legami parentali o amicali a prescindere, a volte, quando sono molto giovani i trapassati, anche moltissimo e fino alla lacrime collettive? Perché in ognuna di queste “ funzioni” si rinnova in ciascuno il legame con l’irreale o il sovrumano. Quel legame che ci sovrasta e del quale abbiamo bisogno per sentirci vivi ed esorcizzare il pensiero che più ci turba, quello della morte. Della fine del nostro essere individuale. Proiettato in un sentimento collettivo, attraverso un simbolo ed i significati che esso emana, questo pensiero ci dà la forza del vivere, le risposte che non abbiamo il coraggio di cercare.

La sicurezza di appartenere a una storia. A un luogo, che sarà il nostro per sempre. Ci dà la sicurezza di essere parte di un cammino comune mentre una luce o una parola, lì in fondo, da quel punto lontano, ci guidano. Siamo nella Settimana Santa, e questa riflessione rimanda il mio pensiero alla tradizione del Venerdì della Passione. Da noi a Catanzaro( per me anche la processione di Marina, indimenticabile) questo giorno è sentito dal più profondo del cuore. Quello individuale che si fa cuore unico. Unitario. Cuore mio con cuore tuo, cuore mio con cuore, tuo, i nostri cuori con il suo e con l’altro. I nostri cuori con quelli di tutti. E lungo un percorso per le vie cittadine( da molti anni assai più breve che un un tempo) piano piano, passo dopo passo, nasce un grande cuore.

Quello di Catanzaro, al quale offrono la propria parte, piccola o grande, anche i cuori dei laici e dei non credenti. La Naca, il letto che trasporta Gesù morto, con la Madonna Addolorata che lo segue senza lasciarlo mai, fino al sepolcro virtuale( la chiesa a cui si consegnano le due immagini a fine cerimonia) è una processione molto sentita e partecipata. Migliaia sono le persone che la seguono o in cammino o nelle due file fitte che recingono senza interruzione le vie del solenne passaggio. Preghiera e canto, si fanno coro multilingue che sale in Alto, a chiedere protezione dai mali e guarigione dal male e dalle malattie. La tradizione colora questo cammino con le immagini delle diverse congreghe e tanti Gesù, a distanza breve l’uno dall’altro, scalzi e vestiti una semplice tunica anche nelle serate molte fredde, portano la propria Croce, mentre l’emozione sale. Soprattutto al passaggio della Madre vestita del nero che di nero, man mano che scenda la sera, tinge l’animo della Città.

Per trent’anni, questi finiti già da molto tempo con l’immatura scomparsa di Ettore Capicotto, anima musicale della nostra cultura popolare, l’emozione ha battuto in petto con il ritmo monocorde, fermo e triste, della tromba di questo straordinario musicista. Per la seconda volta consecutiva, purtroppo, l’emergenza sanitaria non ci farà vivere questo momento magico. Eppure, tanto ne avremmo avuto bisogno oggi. Il ricordo è l’immaginazione non bastano per farci sentire la Naca come il sostegno del cuore, dal quale il nostro trarrebbe notevole beneficio. È da giorni che mi viene in mente una richiesta, che non ho avanzato per una sorta di timidezza infantile o per non so che cosa . Ma stasera, la nostalgia mi prende forte e provo a quietarla nel modo seguente: mi piacerebbe che nelle strade deserte, domani, alla stessa ora di sempre, nello stesso breve percorso, la Naca, magari solo essa, attraversasse simbolicamente la Città. Al seguito solo il Vescovo e il Sindaco. I catanzaresi dai balconi a salutarla con la devozione e le speranze antiche. Non sconfiggerà di colpo il virus, ma le nostre paure e i piccoli egoismi che le accompagnano, sì.

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