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“N’Orzata e ‘Na brioche”, ‘U Barricceddu e i profumi di vico Mercanti

A ricordare lo storico locale su Facebook la figlia del gestore, la signora Nina Longo

Anche il web alle volte è portatore di una ventata di ricordi. E’ nei ricordi della “vecchia” Catanzaro che il gruppo Fb “Catanzaro Antica” fa immergere i suoi componenti, con foto, citazioni storiche e tutto ciò che riporta la Catanzaro di una volta, con la sua bella storia, le sue particolari architetture, ma soprattutto con quel vissuto cittadino fatto di vicoli, di botteghe e “personaggi”. Ed è seguendo il racconto del signor Mario Lamanna, amministratore del “gruppo”, che si vorrà fare un percorso immaginario fra i vicoli di Catanzaro seguendone quasi i profumi che tornano a farsi sentire come fossero realmente nell’aria. “Vico Mercanti” fa parte del “clou” del centro cittadino, posto in quel groviglio di piccole vie che s’intersecano le une nelle altre, fra quel vissuto “popolare” che rievoca lo stridore dei vecchi attrezzi, dei mercati all’aperto, della roba genuina che solo l’operato di una volta ne contraddistingueva la particolarità. Appena entrati nel vicolo l’odore delle mandorle e delle brioches appena sfornate, riconduceva ad un piccolo bar, popolarmente chiamato “’U barriceddhu”, gestito dal signor Rosario Longo conosciuto come “Rarà” (ancor prima gestito dal padre Giuseppe) e noto ai catanzaresi per una deliziosa “orzata” alle mandorle (granita alle mandorle) da gustare rigorosamente con la “brioche” o con dei morbidi panini.

“N’orzata e ‘na brioche” era il momento che contraddistingueva questa “fermata obbligatoria”, l’orzata era infatti prodotta con fasi manuali importanti, che andavano dalla scelta delle mandorle alla loro “pulitura” eseguita rigorosamente a mano. Non meno conosciuti i gelati che spaziavano nei diversi gusti di cioccolato, fragola, limone, panna e, nei periodi deputati, si poteva gustare anche il tradizionale “sanguinaccio” che veniva anch’esso prodotto artigianalmente. Alcuni menzionano anche una bibita chiamata “orzata bibita” dal particolare gusto frizzante.

A ricordare del locale la figlia del gestore, la signora Nina Longo:” Le sale del piccolo bar erano due e due erano gli ingressi – racconta infatti la signora – in una si poteva giocare al “totocalcio” (il padre era stato uno dei primi a darne la possibilità) dove era incluso anche il bar corredato delle varie attrezzature (i pozzetti con il ghiaccio, la macchina del caffè, la vetrina per i dolci), mentre nell’altra i clienti potevano accomodarsi ai tavolini dalle rotonde forme retrò”. “Le varie specialità – continua la signora – non si fermavano alla classica orzata alle mandorle, ma venivano servite le granite di limone, fragola e caffè. A proposito di caffè, mio padre ne preparava uno particolare, il “caffè bianco” che, dopo una lunga lavorazione di filtraggio, assumeva una colorazione quasi bianca”.

U barriceddhu era molto frequentato poiché i prezzi erano alla portata di tutti e, certamente, il costante lavoro era ampiamente ripagato dall’affluenza. Ogni singolo prodotto era lavorato personalmente dai gestori con la massima cura, anche i dolci, infatti le fragranti brioches servite con l’orzata o le tradizionali susumelle venivano preparate da loro stessi, infornandole poi nel vicino forno. Ma, “Vico Mercanti” e le sue “adiacenze”, si riempivano di altri singolari “odori” e “piccoli negozi” di cui se ne vorrà menzionare alcuni non seguendo l’ubicazione esatta.

Non meno conosciuto un particolare rivenditore di “spezie” le cui svariate profumazioni si mescolavano alle altre, nei pressi un altro locale, che al suo interno aveva a disposizione dei clienti le cose più disparate, ovvero lacci, pipe di terracotta, tappi in sughero, ventaglietti, corde di vario tipo, insomma una varietà di materiali che probabilmente era anche difficile reperire. Al profumo intenso delle mandorle non poteva mancare quello di una tradizionale “osteria” dove giornalmente si preparava il “Re” della tavola dei catanzaresi: ‘u morzeddhu. Il profumo dell’origano e del peperoncino si diffondeva per il vicolo soddisfacendo apriori il palato, infatti guardando al suo interno, immancabile era quella casseruola che si vedeva bollire già dal mattino.

In quella piccola strada pareva si aprisse un mondo e altri erano i punti vendita che la arricchivano, come quello del “pizzicagnolo” dove già dall’ingresso si poteva avvertire il forte odore del provolone e dei salumi o ancora di un’antica macelleria con quello delle carni fresche, con l’immancabile esposizione di parti di macellato sulla porta, all’epoca espressione del tutto usuale. A ciò si poteva aggiungere il forte odore di fumo di sigaretta e, purtroppo, anche quello del sudore proveniente da una “sala biliardo” che ivi era ubicata, ritrovo di adulti per il dopolavoro serale o di ragazzi nelle ore della mattina.

E dunque tanti i profumi di quel particolare vicolo, alcuni “dolci” come quelli della pasticceria “Starace” o della fragranza inconfondibile dei garofani proveniente dal negozio di fiori nell’adiacente vicoletto che in bellavista poneva la sua merce floreale in un tripudio di colori, la signora che lo gestiva curava i suoi fiori e le sue piante come fossero i propri “figli”. Per finire, quasi all’uscita del vicolo che dava poi sulla piazzetta delle “Cocole”, l’odore di lacca e dei phon accesi provenivano dalla parrucchieria del signor Lamanna, sempre all’opera per una piega o un taglio alle sue clienti. Ed è tramite gli odori che uno “spaccato” della nostra città farà rinverdire i ricordi di una “Catanzaro che fu”, con le sue particolarità e la sua vita quotidiana, certamente un contesto diverso da quello attuale, ma riposto nei ricordi di chi ne ha “respirato” i profumi e, soprattutto, vissuto le memorie.