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Di carta, alla moda e contro corrente: tutto quanto fa donna

Ricca di curiosità storiche con riferimenti attuali la rassegna dell’Archivio di Stato. In un documento anche un rapporto sulle prime manifestazioni di santità in Natuzza Evolo

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    Donne di ogni estrazione e di ogni sorte nella “Domenica di carta” all’Archivio di Stato di Catanzaro.

    archivio di stato

    Estrazione e sorte: due parole che dicono cose diverse ma anche unite dal filo che collega fortuna e destino individuale: di nascere in una certa casa piuttosto che in un’altra, di abitare realtà contigue eppure diverse, di vivere anticipatamente in un tempo che non è il proprio.

    Così, nei documenti esposti domenica 10 ottobre (perché solo domenica è una domanda che occorre girare al Ministero dei beni culturali) nella sala di Piazza Rosario a Catanzaro, passano velocemente in rassegna le storie minime di donne di cui, per volontà propria o per volere dell’autorità costituita, è rimasta traccia nei registri dei fondi prefettizi, nei faldoni amministrativi o nei lasciti privati confluiti nei depositi dell’Archivio catanzarese.

    Hanno avuto poco tempo i pochi addetti dell’Archivio catanzarese, guidati dal direttore Luigi Colacino, per predisporre il materiale della mostra: la circolare della direzione generale del Mibac che annunciava il tema della rassegna annuale è del 31 agosto, “in considerazione del rilievo nazionale della manifestazione che permette agli Istituti archivistici di valorizzare la ricchezza del patrimonio custodito, il suo valore per a conservazione della memoria e lo studio della storia ma anche la sua attualità per il presente, il tema proposto per quest’anno è ‘Le storie delle donne nelle carte d’archivio’, che ogni Istituto potrà sviluppare sulla base del patrimonio custodito o vigilato”.

    Così, di buzzo buono, Colacino e i suoi hanno compulsato memoria personale e registri di consultazione, aperto faldoni e ispezionato scaffali, alla ricerca di riferimenti significativi all’attività femminile in una sequela di eventi solitamente declinata al maschile.

    Ne è venuto fuori un quadro di indubbio interesse, che inizia cronologicamente dal lontano 1307, con una pergamena più che ingiallita quasi bruciata dall’incedere del tempo, che solo gli studiosi hanno saputo decifrare, e che riporta le volontà di tale donna Sicilia di donare “per rimedio all’anima mia” al monastero di S. Stefano del Bosco (Serra San Bruno attuale) alcuni beni da lei posseduti in un paio di castelli non ben individuati.

    Sul filo cronologico rimarchevole un’altra pergamena, del 1536, con firma autografa e bollo imperiale di Carlo V e della consorte regina Giovanna che rendono pubblico apprezzamento della corona d’Aragona alla città di Catanzaro, rinnovandone l’esenzione da ogni gravame fiscale nel riconoscere di come “riattò le proprie mura e i suoi edifici, incrementò i suoi mestieri, in particolare l’arte della seta”.

    I fondi notarili sono tradizionalmente grande fonte di documenti. Da uno dei più antichi gli archivisti di Catanzaro hanno estratto l’atto con il quale, nel 1663, tre nobildonne nubili intestavano tutti i loro averi al nipote Tommaso a patto che abitasse nella loro stessa casa, non facesse loro mancare nulla in fatto di abbigliamento e vitto giornaliero, insieme a una rendita per ciascuna di 50 ducati annui.
    Non mancano, anzi sono tra i più preponderanti in quantità, i rapporti di polizia e le decisioni prese da tribunali, soprattutto regi, sia del potere borbonico che di quello savoiardo.

    Per esempio contro donne accusate di brigantaggio. C’è un atto in cui viene riportata l’adunanza a Serra San Bruno di donne nel 1860 in cui forti si levano grida contro il governo piemontese e contro Garibaldi, e la stessa cosa viene sottoscritta dal sindaco di Argusto in relazione a donne finanche armate, mentre un’articolata corrispondenza tra “donne malfattrici” viene riportata da Albi nel 1861.

    Nel 1878, la pretura di Feroleto si occupa della condanna a donne del circondario per lo spargimento, di notizie allarmanti, e false, su individui che “circolano per uccidere bambini”.

    Molto ricche le cronache processuali che spesso si occupano di femminicidi. Ricche non solo di fatti, ma anche di disegni, schizzi e resoconti visive in epoche in cui le riprese filmate o solo le fotografie erano roba del divenire lontano.

    Un avvocato della difesa disegna nel 1875 una mappa per circostanziare lo stato dei luoghi teatro dell’assassinio a Guardavalle di una donna (Rosa) da parte del marito (Francesco).

    Lo stesso, con ancora più dovizia di particolari grafici in un prezioso e delicato grande disegno che illustra il susseguirsi di due omicidi non legati l’uno all’altro e quasi contemporanei lungo la strada che da Badolato porta a Serra Sn Bruno.

    Siamo nel 1902, e il reperto del fondo giudiziario è corredato della perizia redatta dal medico legale Giacinto Ciaccio, fondatore e dedicatario dell’ospedale cittadino. In rapida successione una donna è vittima della furia omicida del marito, e, dopo, una donna, in concorso con i fratelli, è autrice dell’omicidio dell’uomo che ne aveva diffamato l’onorabilità.
    Accanto alle efferatezze ci sono naturalmente documenti riferibili a fatti più frivoli e anche caritatevoli. In un carteggio del 1836, l’attrice, anzi, la prima attrice Margherita Conti Mazzaforte si trova a Catanzaro, abbandonata dalla sua compagnia di prosa, impossibilitata a varcare i confini per mancanza del passaporto, del quale chiede il rinnovo al prefetto della Real casa.

    Viene inaspettatamente in suo soccorso il vescovo pro tempore che testualmente, l’otto marzo, scrive al prefetto: “Io la prego assolutamente di farla partire perché porta sommo danno al mio gregge”.

    Il pastore d’anime, insomma, si preoccupava di chiudere i recinti per impedire la fuga delle sue pecorelle attratte da chissà quale bellezza.

    I fatti caritatevoli sono numerosi anche loro. Si va dalle richieste di ingresso delle giovani fanciulle nell’orfanotrofio della Stella di Catanzaro alle colonie estive, laiche e religiose, per bambine indigenti sulle spiagge della Calabria riportate con le fotografie scattate nell’immediato secondo dopoguerra.

    Così come una foto dei primi Sessanta ritrae l’onorevole Mario Casalinuovo insieme alla benefattrice Ninì Barbieri in occasione dell’inaugurazione del patronato della Fondazione da lei fondata.

    Infine, rimarchevole un documento del fondo del Gabinetto di prefettura anno 1948, che si fornisce informazioni Evolo Fortunata chiamata “Natuzza”.

    Un rapporto dei carabinieri del comando di Vibo Valentia indirizzato alla prefettura, al comando della Legione e della Compagnia, alla questura riferisce “a seguito delle ultime notizie pubblicate in questi ultimi giorni sui fenomeni fisiologici nella persona di una popolana di Paravati di Mileto di nome Evolo Fortunata che si vorrebbero far risalire a cause soprannaturali”.

    Che sono così descritti dal graduato estensore: “Ogni qual volta, in sintesi, si appresta all’altare per la Santa Comunione, ciò che avviene con molta frequenza, il viso della Natuzza, per un fenomeno soprannaturale, si copre di sudore sanguigno, anche nei giorni di freddo intenso, ma quello che maggiormente impressiona è il fatto che sui che vengono usati per l’asciugamento del sudore, rimangono impressi disegni di sangue, come immagini sacre e varie scritture di indole di indole morale e religiosa, in lingua latina e greca, ottenuti dalla trasudazione”.

    Il documento prosegue poi riferendo degli altri fenomeni, la catalessi, le voci assegnate a defunti, di ogni regione ultraterrena, paradiso, purgatorio e inferno, e così via.

    Termina, il rapporto, con l’evidenza che tra i visitatori si notino anche professionisti, mentre viene escluso che la “Natuzza faccia ciò a scopo di speculazione”.
    Al termine della giornata, il direttore Luigi Colacino è più che soddisfatto, sia per la riuscita in sé della manifestazione, sia per l’affluenza di pubblico ben superiore alle aspettative.

    Segni di un rinnovato interesse verso le fonti documentarie di cui l’Archivio di Stato è fedele custode: “Sono finanche orgoglioso – dice il direttore a Catanzaroinforma – di avere organizzato questa mostra che ci fa capire quale valore inestimabile abbiamo nei nostri archivi.

    Certo sarebbe stato meglio effettuarla in spazi adeguati alla messe di materiale di cui possiamo disporre.

    In ogni modo, devo ringraziare tutto il personale, pur insufficiente nel numero per lo svolgimento delle normali mansioni, senza il quale non saremmo riusciti a organizzare il tutto, compresi i volontari, tra i quali il ricercatore autorizzato Cristian Palmieri, e l’assegnato Enzo Iannì tirocinante dei Beni culturali a cui si deve un video documentario sulla mostra che immetteremo in rete nei prossimi giorni.

    La mostra in sé vuole dare idea al grande pubblico della ricchezza delle carte documentarie in possesso dell’Archivio, di cui è già consapevole una ristretta cerchia di studiosi.

    Voglio sperare che sia l’ultima mostra che teniamo in questi spazi angusti e che la prossima rinnovi e aumenti, se possibile, l’interesse della città di Catanzaro, magari su un argomento che trovi particolarmente attrattivo.

    Sono sicuro che l’Amministrazione troverà giusta soddisfazione nella realizzazione della nuova struttura che accoglierà a breve l’Archivio, per rendere fruibili e accessibili al pubblico le preziose carte che tuteliamo, anche nella protezione fisica e nel restauro del materiale deteriorabile.

    Custodire, tutelare, partecipare. Ecco le tre direttrici – conclude il direttore Colacino – nelle quali moviamo i nostri passi”.

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