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Moro e Impastato, Amalia Bruni: “Due figure simbolo barbaramente assassinate: siano d’esempio”

"Il loro impegno e sacrificio hanno cambiato l’Italia"

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    “Oggi è un giorno dai ricordi tragici per l’Italia, uno spartiacque tra quello che eravamo a quello che saremmo diventati dopo. Il 9 maggio del 1978 due figure simbolo della storia dell’Italia, venivano meno. Il presidente della Democrazia Cristiana sequestrato 55 giorni prima e, poi, assassinato dalle Brigate Rosse, e un ragazzo di trent’anni, siciliano, esponente di Democrazia proletaria, che da Cinisi denunciava la mafia e i traffici illeciti del clan di Tano Badalamenti dalla cui casa lo separavano solo 100 passi. La vita e la morte di Aldo Moro e di Peppino Impastato si sono intrecciate tragicamente nello stesso giorno unendo l’Italia, dal Nord al Sud, dal centro alla periferia, dalla politica alla società civile, dal Paese formale a quello reale.

    Il nove maggio del 1978 le Brigate Rosse fecero ritrovare il cadavere di Aldo Moro in via Caetani, all’interno di una Renault rossa. I 55 giorni iniziati in via Fani il 16 marzo terminavano così nel peggiore dei modi. Solo qualche ora prima, a centinaia di chilometri di distanza, perdeva la vita il giornalista siciliano Giuseppe Impastato. Peppino viene ritrovato cadavere la mattina del 9 maggio nei pressi dei binari ferroviari della tratta Palermo-Trapani, morto per un’esplosione. Un tentativo di depistaggio da parte degli assassini, uomini agli ordini di Gaetano Badalamenti, che sarà presto smascherato dalla magistratura. Il processo si concluse 24 anni dopo, nel 2002, con la condanna all’ergastolo del boss mafioso, poi deceduto nel 2004. I funerali di Aldo Moro si svolgeranno il 13 maggio, quelli di Peppino Impastato il 10. Tanta gente a salutare Peppino ma di Cinisi e Terrasini c’erano pochissime persone.

    Non c’era una comunità che si appropriava del simbolo della lotta alla mafia, non c’erano nemmeno le scuole. Le istituzioni invece non mancano al funerale pubblico di Aldo Moro, alle esequie partecipano autorità istituzionali e uomini politici, ma manca la famiglia e, soprattutto, manca lo statista, quell’Aldo Moro che in una lettera a Benigno Zaccagnini scriveva il 24 aprile 1978: “per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.

    Parole strazianti ma dure che concludono una vicenda della quale forse mai scopriremo davvero tutto. Voglio ricordare, invece, le parole della madre dei Peppino, Felicia Bartolotto parlando del figlio brutalmente assassinato: “Questo non è mio figlio, questa bara piena di brandelli di carne non è Peppino: qui dentro ci sono tutti i figli non nati di un’altra Sicilia”. Due uomini simbolo che sono stati uccisi per paura che potessero cambiare il nostro Paese con le loro azioni e le loro parole. Non è servito ammazzarli, perché anche da morti ci hanno consegnato un’Italia diversa, migliore, più consapevole dei propri diritti e dei propri doveri. Con il loro estremo sacrificio si aprì una stagione di maggiore consapevolezza rispetto del baratro in cui stava sprofondando il nostro paese. Le brigate rosse furono sconfitte e la mafia, anche grazie alla stagione dei processi istruiti da Falcone e Borsellino, cominciò a subire colpi decisivi”. Il loro esempio sia sempre di guida a tutti. E’ nostro preciso dovere ricordare sempre queste due straordinarie figure”. Lo scrive in una nota Amalia Bruni, leader dell’opposizione in Consiglio Regionale.

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