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Coronavirus: “Mio figlio è positivo, io lavoro al Policlinico da 40 anni, e rischio ancora il contagio”

"Siamo stati abbandonati da tutti. Mi avevano garantito un secondo tampone prima del rientro al lavoro dopo la quarantena, ma nulla"

Covid-19 non è soltanto un nome sterile. Non rappresenta solo dei numeri senza storia che vengono elencati sempre alla stessa ora e non hanno nulla da raccontare se non l’andamento di una curva ascendente o discendente di un territorio. Il coronavirus ha letteralmente trasfigurato l’animo umano, vuoi psicologicamente, vuoi umanamente. In molti casi ha soltanto evidenziato quello che già sottotraccia era chiari a molti: il sistema sanitario calabrese non è minimamente paragonabile ad altri. Jole Santelli, il presidente della Regione, lo ha ripetuto allo sfinimento in numerose trasmissioni televisive nazionali. In questo sistema sanitario, però, da oltre 40 anni lavora in modo efficiente, Giovanni Ritrovato (65 ani) e con lui tanti membri della sua famiglia che hanno sbattuto a muso duro contro la maledetta emergenza sanitaria che sta colpendo migliaia di famiglie italiane: il figlio di Giovanni è positivo al Coronavirus. Si tratta di uno dei cinque infermieri della dialisi del Pugliese risultato positivo perché entrato in contatto con un paziente dializzato contagiato.

La storia di Giovanni, però, è prima di tutto quella di un uomo che per 41 anni ha dato tutto ad una Azienda, di un uomo che se chiama il suo vecchio direttore generale, oggi con ruolo ben più importante, magari si aspetta una parola di conforto rispetto alla situazione di timore che vive per la moglie immunodepressa e contagiata non di essere trattato con sufficienza. Del commesso della Direzione medica di presidio del Policlinico Mater domini, da 35 anni, che alle 6 del mattino con il turno che inizia alle 8, va a fare quello che ormai da 41 anni tutto si aspettano: il suo lavoro.

“Quando abbiamo saputo della positività di mio figlio che è asintomatico – racconta Giovanni – e per cui era stata disposta la quarantena a casa, anche se avrebbero potuto evitarla, nella mattinata di martedì 17 marzo, il giorno dopo il risultato del suo tampone, noi ci siamo autodenunciati e messi in isolamento, anche perché io intanto ero andato tranquillamente a lavorare e solo dopo ho smesso di recarmi sul posto di lavoro. Successivamente sono venuti a farci il tampone. La mia preoccupazione era proprio per l’ampliamento del Policlinico ad area Covid e per i miei colleghi che erano entrati in contatto con me. Il mio direttore medico di Presidio da quel momento ha iniziato a contattarmi in continuazione. Io gli spiego che a parte me anche mia moglie e mia figlia devono essere controllate”.

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Mercoledì 18 l’Asp ha effettuato i tamponi sul nucleo familiare di Giovanni. “Quando mi sono autodenunciato – prosegue il racconto Giovanni – ho chiesto alla Medicina preventiva, le procedure e mi hanno spiegato che ci sarebbero volute delle ore per i test, che i tamponi sarebbero stati portati a Catanzaro. Inizio, quindi, a chiamare tutti per cercare riscontri. Non mi risponde nessuno in nessun reparto e nemmeno ai numeri forniti dalla Regione. Il mio direttore medico di Presidio del Policlinico di Germaneto, allora, si è messa a disposizione. Il 19 pomeriggio mi telefona e mi comunica che il risultato del mio test era negativo nulla su mia figlia e mia moglie. Da quel momento non si è fatta più sentire per informarsi sulle mie condizioni di salute, mie o dei miei congiunti. Poi mi ha chiamato il 20 la dottoressa delle Medicina preventiva che mi ha comunicato i risultati di tutti. Le ho chiesto cosa avremmo dovuto fare e lei mi ha spiegato in cosa consiste la quarantena”.

A casa, dunque, senza poter uscire, con i vicini e i familiari che possono farlo che portano loro la spesa consegnata con una corda calata dal balcone. A Giovanni è stato garantito un secondo tampone anche perché finita la quarantena dei 14 giorni deve rientrare al lavoro giorno 31. “La dottoressa della Medicina preventiva mi ha assicurato che avrebbero fatto un secondo tampone, ma al momento non si è fatto sentire nessuno nonostante le mie ripetute telefonate. Io intanto continuo a stare con mia moglie e mio figlio nella stessa casa e il rischio di contagio rimane e rimarrà“.

Prossimo alla pensione, Giovanni, vive in un alloggio popolare che non gli consente spazi tali da affrontare una quarantena in pieno isolamento. “Non posso fare – spiega – quello che mi hanno detto e cioè dormire in letti separati con mia moglie, usare bagni separati e vivere in ambienti diversi con i contagiati. La casa questa è non ho una villa come Berlusconi”.

Il rischio del contagio asintomatico in altri dipendenti del Policlinico e la necessità delle quarantene in luoghi diversi dai propri domicili se condivisi

Sempre il 19 Giovanni Ritrovato, denuncia sempre un altro fatto grave all’Azienda: “Mia nuora lavora sempre al Policlinico, nel Centro prelievi. Anche lei, suo malgrado, potrebbe essere stata contagiata a causa dei contatti che mio figlio ha avuto con suo marito. Mi avevano assicurato che le avrebbero fatto il tampone, ma al momento non è stato così”. Parliamo del policlinico Universitario di Catanzaro, nuovo centro Covid-19, dove per il momento, se non si effettueranno questi tamponi rassicurando anche i pazienti, “ci potrebbero essere due dipendenti che potrebbero essere contagiati e non saperlo, io – aggiunge Giovanni – che nel frattempo posso essermi contagiato lo stesso tra mia moglie e mio figlio, e mia nuora che vive con l’altro mio figlio”.

La quarantena e l’isolamento, inoltre, iniziano a dare i loro primi effetti anche sullo stato d’animo e la psiche di chi fino a ieri era sano e viveva una vita spensierata. La figlia di Giovanni, infatti, ha avuto un malore ed è stato necessario richiedere l’intervento del 118. “Non potete immaginare – racconta – la trafila. Spiegare la situazione di emergenza con lei che piangeva e si sentiva soffocare, non respirava a 24 anni. L’intervento con l’ambulanza e il personale vestito di tutto punto, tipo marziani. L’arrivo in pronto soccorso, la visita e per fortuna sta bene. Dopo, la sua telefonata: dovete venire a riprendermi. Io? Ma se non posso muovermi di casa che mi arrestano! Telefono ai carabinieri che mi spiegano che non posso farlo. La riportano a casa grazie all’intervento di una terza persona, e la beffa è il versamento di circa 41 euro che dovrò versare entro 15 giorni…siamo al paradosso e ci hanno abbandonato”.

Forse è il caso che l’amministrazione e le istituzioni locali inizino a porsi il problema di un luogo dove i cittadini contagiati, non sintomatici, possano, insieme, affrontare la quarantena.

C.V.