Quantcast

Valentina, infermiera catanzarese a Milano: “Il pensiero di quei pazienti, soprattutto giovani, ti accompagna anche a turno concluso”

Una testimonianza dal San Borromeo di Milano. "Lavoro senza orario. L'orologio si guardava solo per le terapie dei paziente, ma ora anche qui la situazione è in miglioramento"

Ultimamente più volte se n’è parlato, tuttavia si potrebbe dire non bastevole, infatti ancora una volta si vorrà sottolineare l’impegno profuso da parte di medici, infermieri e tutti coloro che sono ancora impegnati nella lotta al Coronavirus. Una lotta, che non si ferma e non trova tregua, sebbene i numeri dei casi si siano ridotti, soprattutto nelle “zone rosse” del nord dove l’epidemia si è maggiormente allargata. Ed è proprio da Milano che giunge una testimonianza, che rimarca quanto l’attenzione sia stata alta e come lo è tuttora. Valentina Spadea, nativa di Gasperina in provincia di Catanzaro, lavora come infermiera da quattro anni all’ospedale San Carlo Borromeo del “ ASST Santi Paolo e Carlo” di Milano e, descrive, il suo iter lavorativo nei giorni “clou” dell’epidemia, un’esperienza forte che le ha dato una importante crescita professionale, ma anche interiore.

Signora Spadea, lei lavora da quattro anni al San Borromeo di Milano, presumo sia la prima volta che viene a trovarsi difronte ad un’emergenza di tali dimensioni, com’è stato l’impatto con questa difficile realtà?

Si, ci siamo ritrovati in una situazione più grande di noi. L’impatto, in un primo momento, ci ha destabilizzato, soprattutto a livello emotivo poiché si doveva combattere contro qualcosa di “sconosciuto”. Io lavoro come infermiera in camera operatoria, ma, in emergenza epidemica le sale sono state chiuse e gli interventi sospesi, pertanto sono stata spostata in questi reparti allestiti ex novo, infatti ogni reparto ha “ceduto” parte del personale affinché ci si dedicasse in maniera totalitaria ai pazienti Covid. L’impegno da parte dell’intero organico è stato posto al massimo ed anche a livello gestionale ci si è subito attrezzati, infatti in una settimana la “terapia intensiva” da sedici posti letto è stata raddoppiata, abbiamo gestito la situazione nel migliore dei modi e, devo dire, anche con ottimi risultati.

Gli infermieri, come consuetudine, sono abituati a turni giornalieri, ma, in questo caso, come avete affrontato le emergenze con turni massacranti, come è stato più volte detto.

L’orario, non veniva per nulla considerato. Soprattutto nelle prime settimane, se la situazione lo richiedeva, si restava oltre l’orario stabilito. L’orologio veniva guardato solo per le terapie dei pazienti e una volta finito il turno, di certo il pensiero non era quello di “dover andare via”, anzi, restare più del dovuto era prioritario. Ciò che mi ha molto sostenuto, è stato confrontarsi e fare subito “gruppo” con colleghi che non conoscevo, con i quali sono entrata in sintonia, delle persone speciali e a vicenda ci siamo sostenuti per affrontare una situazione decisamente non facile.

Come è noto, i parenti dei pazienti, non hanno mai potuto vedere i propri cari, come del resto accade ancora. Umanamente non è facile seguire alcune regole, lei ha avuto modo di vivere queste situazioni?

Si, certo, con i parenti siamo noi infermieri a confrontarci, ma solo telefonicamente per dare notizie. Da parte dei pazienti non vi è la possibilità di parlare, poiché quasi tutti “intubati”. Solo a pochi si può riferire un “saluto” o  la conferma di aver parlato con un familiare, l’emozione c’è sempre, ma sovente la “ricezione” da parte loro é anche relativa per via delle profilassi curative.

L’impegno psicologico è pari, o forse anche più alto di quello fisico. Per lei cosa ha rappresentato il dover affrontare psicologicamente questa situazione?

Psicologicamente si è molto provati, come ho già detto, sussiste la paura di dover affrontare un qualcosa di sconosciuto, pertanto, c’è un impegno professionale molto importante. A ciò si aggiunge anche la parte “emotiva”, immedesimandosi nei pazienti, alcuni veramente giovani! Anche andando a casa è impossibile non portare il pensiero dei ricoverati che, nonostante l’impegno, sovente non rispondono alle cure. In ospedale, la priorità è la dedizione all’ammalato e ciò che devi fare per lui. L’attenzione deve essere posta al massimo su vari fronti, anche nella salvaguardia di sé stessi, visto che la contaminazione è resa facile da un comportamento sbagliato.

A fine turno, c’è dunque il “ritorno” a casa e dopo quello che si è vissuto in ospedale, come ci si rapporta con i propri familiari?

Io vivo sola, ma quotidianamente sento i miei parenti in Calabria. La mia telefonata è di “preoccupazione” ma anche fatta di “raccomandazioni”, soprattutto esortandoli a “restare a casa”! Vedendo la situazione qui, mi premeva raccomandarlo in maniera ferma. La sanità della Calabria ha le sue problematiche ed una “violenza” del virus come quella vissuta dal nord, sarebbe stata davvero molto preoccupante per il sud.

La sua, è una testimonianza importante, che riguarda proprio chi opera in “prima linea”, vuole dirci come si presenta l’attuale situazione?

Per quanto riguarda la realtà del San Carlo Borromeo, devo dire che c’è un netto miglioramento. Proprio l’altro ieri, abbiamo chiuso la sala dei nuovi sedici posti letti di terapia intensiva che avevamo approntato. Si sono ridotte anche le entrate al Pronto Soccorso e si sta procedendo verso buoni risultati, ma l’attenzione rimane sempre molto alta.

C’è qualche episodio che riguarda i pazienti con i quali si è rapportata, che l’ha particolarmente colpita?

Le storie potrebbero essere veramente tante, le emozioni crescono quando magari scopri che quell’ammalato era lo pneumologo o il tecnico radiologo dell’ospedale che purtroppo si sono infettati e non ce l’hanno fatta o ancora il giovane padre di famiglia con tre piccoli bambini a casa. Si cerca di fare il possibile per tutti e quando il paziente si riprende, è veramente una considerevole soddisfazione. Per me, questo lavoro è tutto, svolto con amore e grande passione.