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Emergenza Covid-19 e violenza domestica: quando la casa non è un luogo sicuro

In questi giorni di reclusione più o meno volontaria nelle nostre case ognuno di noi è stato accompagnato da una incrollabile e granitica certezza: stare a casa.

“Stare a casa”, infatti, non era solo un imperativo categorico ricordato come un mantra da telegiornali, slogan televisivi, campagne pubblicitarie, minacce più o meno velate perpetrate attraverso droni o altri strumenti “di controllo”; stare a casa era ed è un dovere civico, un atto di estremo sacrificio del bene supremo della libertà in nome del benessere proprio e altrui.

Ed ecco allora che “stare a casa” ha fatto sentire ognuno di noi un cittadino modello, un esempio virtuoso di correttezza, un eroe a buon mercato.

In fin dei conti, infatti, stare a casa non è un sacrificio poi così insopportabile, certo alla lunga può essere sfibrante ma comunque fattibile, tollerabile in nome di un bene più importante come il contenimento dell’epidemia da coronavirus.

Eppure non per tutti questo atto di estremo sacrificio ha avuto lo stesso valore: per alcuni questa reclusione ha preso non solo i connotati della noia e della snervante ripetitività, ma per alcuni la “sicura detenzione” dentro le mura domestiche ha assunto il connotato della violenza, della vessazione e in alcuni casi anche della vera e propria tragedia.

Ad una analisi criminologia dei comportamenti perpetrati dagli individui in questo “strano periodo sospeso” della vita della collettività, non è sfuggito, infatti, un preoccupante aumento degli episodi di violenza domestica o intrafamiliare.

Lungi dal credere che la paura di una morte imminente per una minaccia sconosciuta avesse determinato un calo della violenza di genere e magari un miglioramento “etico” dell’umanità, al contrario la realtà ha dimostrato come la frustrazione derivante dallo stress che lo stravolgimento della quotidianità ha determinato in molti soggetti, ha avuto come ineludibile conseguenza una impennata dei casi di violenza familiare, fenomeno, già molto frequente anche in condizioni c.d. normali.

Ad aggravare le cose, poi, ci si è messa la crisi economica, la paralisi delle attività produttive, la chiusura delle scuole, che ha portato i figli a stare perennemente a casa con i genitori, la perdita del lavoro, ecc.

A questo punto, quindi, viene da chiedersi quanto sicuro sia stare a casa, quanto lo sia per tutti almeno, quanto sia, al contrario terribile vivere 24h su 24 con il proprio carnefice come nel peggiore film dell’orrore.

Le pareti domestiche possono essere il teatro di indicibili violenze, “la famiglia si trasforma in un sistema di attribuzioni dei ruoli maschili e femminili in cui prevale da un lato il modello di dominanza e dall’altro quello di sottomissione”.

La violenza in famiglia, allora, non rappresenta soltanto l’esplosione di un conflitto, ma lo sfogo di insoddisfazioni, tensioni, rabbie, frustrazioni.

La violenza intesa come prevaricazione fisica, psicologica, sociale, economica e sessuale, esercitata da parte di un soggetto in posizione di forza nei confronti di soggetti più deboli, (quali donne, bambini, anziani e disabili) è un fenomeno che non ha conosciuto deroghe o attenuazioni al tempo del Covid-19 ma, al contrario, ha mostrato una preoccupante diffusione, e questo non solo nel nostro Paese.

Che la violenza domestica, infatti, stia diventando “una pandemia dentro la pandemia” lo dimostrano anche gli interventi del segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite”, il quale ha sollecitato in questi giorni affinché i governi di tutto il mondo adottassero concreti provvedimenti a favore delle donne.

In Spagna, ad esempio, viene utilizzato in farmacia un codice ad hoc ovvero “mascherina 19”, come parola in codice per chiedere aiuto in caso di violenza domestica, mentre in Francia la ministra per le pari opportunità ha previsto l’istituzione di un fondo speciale destinato al supporto, anche economico delle vittime di violenza, oltre che la destinazione di circa 20mila camere d’albero per accogliere le donne compagne di uomini o mariti maltrattanti con i loro figli.

La previsione di assistenza economica si connota senza dubbio, come una misura opportuna dato che nella maggior parte dei casi violenza domestica vuol dire anche violenza economica, ovvero dipendenza economica dal compagno maltrattante e conseguente impossibilità di immaginare una vita libera per se stesse e per i propri figli.

La libertà, infatti, passa anche e soprattutto dall’indipendenza economica, una indipendenza che molto spesso le donne vittime di un uomo violento non hanno.

Quando ci si occupa di violenza nell’ambito dei rapporti affettivi e sentimentali, infatti, la mente ricorre a casi in cui la distinzione tra la vittima e il carnefice è netta e ben definita: così accade per tipologie di illeciti penali, che non soltanto sono riconoscibili e delineati giuridicamente, ma sono altresì caratterizzati da una normazione specifica.

La violenza economica, al contrario, è una forma di violenza che si insinua in modo subdolo nei rapporti di coppia, e che può trovare la propria origine durante il periodo sereno e felice del rapporto affettivo, per poi manifestarsi quando la coppia va in crisi e si verifica la conflittualità, imprigionando definitivamente la parte economicamente sottomessa e limitandone di fatto il libero arbitrio.

A questo punto, quindi, viene da chiedersi come la situazione emergenziale sia stata affrontata in Italia dove, già prima dell’epidemia i dati di ricorrenza del fenomeno in esame erano tutt’altro che rassicuranti.

Ad oggi, secondo i dati diffusi dai centri antiviolenza, nel solo periodo che va dal 2 marzo al 5 aprile 2020, ad esempio, si sarebbero registrate 2.867 ovvero 1.224 richieste di aiuto in più,  rispetto al periodo precedente, e il dato sembra non conoscere freni o rallentamenti.

La coabitazione forzata, infatti, fa salire le tensioni e rende ancora più difficile denunciare i maltrattamenti, così come più difficile è fuggire, scelta, questa resa ancora più complicata dall’obbligo della quarantena, ovvero dei 14 giorni che devono necessariamente trascorrere prima di poter accedere a una struttura protetta cioè agli appartamenti dove la coabitazione metterebbe a rischio le donne già ospitate e i loro figli.

A ciò naturalmente si aggiunge la difficoltà di comunicare liberamente poiché di fatto non si è “mai” realmente sole e il carnefice potrebbe sentire, magari dalla stanza accanto, una ipotetica telefonata di aiuto.

Prima dell’emergenza Covid-19, infatti, una telefonata interrotta bruscamente comportava l’automatico richiamo da parte dell’operatore interessato al soccorso della vittima, ma oggi, fino a che punto si può essere sicuri che la chiamata non sia stata volontariamente interrotta, magari per paura di essere scoperte?

L’emergenza Covid-19, ha dunque comportato il collaterale effetto di isolare ancora di più la vittima di violenza domestica rendendola di fatto ancora più impaurita, fragile e vulnerabile poiché sola e afflitta dalla paura per il futuro, anche economico, che la aspetta, potrebbe non trovare la forza di andarsene per ricominciare una nuova vita per sé e per i figli, spesso impotenti spettatori del tetro spettacolo della sopraffazione quotidiana.

Lo spettro, infatti, dell’aumento dei casi di violenza assistita, ovvero della violenza a cui indirettamente o indirettamente assistono i figli delle coppie in cui si consuma violenza domestica, è solo l’ineludibile corollario all’aumento del fenomeno di cui si tratta.

Non si dimentichi, infatti, che fuggire da un compagno violento è un dovere che le vittime hanno non solo nei confronti di loro stesse ma anche e soprattutto dei figli, specie se minori.

È importante, pertanto, che in questo momento emergenziale le vittime di violenza intrafamiliare comprendano di non essere sole, anche se si percepiscono tali poiché le coatta permanenza domiciliare amplifica tale percezione.

Si ricordi che per tutta Italia è attivo un numero verde il 1522 preposto al primo aiuto e sostegno, inoltre i centri antiviolenza sono sempre operativi e molti di questi sono raggiungibili telefonicamente o tramite messaggistica istantanea 24 h su 24 anche se i colloqui di persona, per i motivi di sicurezza, sono garantiti solo per i casi più urgenti.

La tutela contro la violenza domestica è un dovere che grava su tutti i consociati, in quanto l’intervento del giudice, molto spesso, arriva troppo tardi ecco perché è fondamentale, anche un cambiamento culturale che veda le donne più valorizzate dal mondo del lavoro e soprattutto non costrette a rinunciare all’indipendenza economica, alla propria casa, alla propria libertà.

Solo così si potrà sperare di fermare una epidemia, anche più subdola di quella che sti sta vivendo in questo momento storico, ovvero l’epidemia di abusi che dura ormai da troppo tempo in Italia.

 

Claudia Ambrosio- Avvocato e Criminologa