‘Ndrangheta, ancora un colpo inflitto alla cosca Mancuso

La Dda ordina il fermo di 24 persone tutte accusate a vario titolo, di associazione mafiosa

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    di Raffaele Nisticò


    Una complessa attività investigativa, a cui hanno collaborato Guardia di finanza di Catanzaro e Trieste, Gico, Ros, Carabinieri e Squadra mobile di Catanzaro, ha portato al provvedimento di fermo per 24 persone ritenute affiliate o contigue al clan Mancuso di Limbadi, dominante in provincia di Vibo Valentia e con influenze decisive anche nel lametino e nel reggino, tutte accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, ad esclusione di Antonio Prestia. Si tratta di: Pantaleone Mancuso, 66 anni; Giovanni Mancuso, 72; Giuseppe Mancuso, 36; Antonio Maccarone, 34; Antonio Cuturello, 23; Giovanni D’Aloi, 47; Giuseppe Costantino, 47; Fabio Costantino, 36; Zbigniew Damian Fialek, 36; Antonio Pantano, 56; Francesco Tavella, 55; Orazio Cicerone, 40; Mario De Rito, 39; Antonino Castagna, 63; Giuseppe Raguseo, 35; Agostino Papaianni, 62; Leonardo Cuppari, 39; Bruno Marano, 32; Antonio Mamone, 45; Antonino Scrugli, 37; Gabriele Bombai, 43; Salvatore Accorinti, 39; Giovanni Antonio Paparatto, 40; Antonio Prestia, 45.Non mancano, tra le persone coinvolte, imprenditori e impiegati comunali. I fermi sono stati eseguiti su disposizione della Dda di Catanzaro, che ha tirato le somme di più filoni di inchiesta assegnati alle diverse forze di polizia giudiziaria e che hanno portato anche al sequestro di trentacinque milioni di beni nella disponibilità dei fermati. In particolare, dieci i fermi a opera della Squadra mobile di Catanzaro, due da parte del Ros dei carabinieri, dieci eseguiti dai finanzieri di Vibo Valentia e dal Gico di Trieste. Diverse le ipotesi di reato: associazione a delinquere di stampo mafioso, usura, estorsione, sequestro di persona, reati in materia di armi. Accertati diversi episodi di usura a carico di numerosi imprenditori delle province di Vibo Valentia e Catanzaro, ai quali venivano imposti tassi usurari del 120% annuo. I capitali utilizzati per l’attività di usura costituivano, secondo l’ipotesi contestata nell’ordinanza, reinvestimento di capitali riconducibili a diversi esponenti della famiglia Mancuso che risultano tra i fermati.

    Proprio la pericolosità e la pervasività della cosca Mancuso, la sua facilità di rapporti con le ‘ndrine dominanti del reggino, la disinvoltura nel condizionare amministratori dei comuni del Tirreno vibonese, la managerialità nell’investimento di capitali di provenienza illecita, sono stati oggetto della conferenza stampa tenuta alla Prefettura  di Catanzaro, presenti i responsabili delle forze dell’ordine, dal procuratore capo Vincenzo Antonio Lombardo, dall’aggiunto Giuseppe Borrelli e dal procuratore della Direzione nazionale antimafia Vittoria De Simone.

    Il procuratore capo Lombardo ne ha tracciato una succinta mappa, descrivendola come una “costellazione” composta da ben 11 fratelli, anche loro più volte genitori. Le dimensioni, anche numeriche, della famiglia, ne renderebbero in qualche modo problematica la “governance”, per cui spesso, secondo Lombardo, riesce difficile seguirne le evoluzioni nell’ambito delle relazioni interne ed esterne, tra i componenti e con le altre famiglie di ‘ndrangheta. Tanto che, nel corso della stessa conferenza, si è notata una diversa valutazione delle sfere di influenze e di relazioni della famiglia, non tali però, da disconoscerne la preminenza e la febbrile attività, documentata anche da diverse intercettazioni  a carico di Pantaleone Mancuso, che predica un modello di organizzazione interno ispirato al modello massonico.

    E’ stato l’aggiunto Giuseppe Borrelli a voler inquadrare l’operazione di fermo nell’ambito del più complessivo sforzo della Procura antimafia di contrasto alle diverse cosche localizzate nei punti cardine di Lamezia, Vibo, Cosenza e Crotone. Se talvolta viene fatto notare un relativo rallentamento della attività giudiziaria, essa deve essere  considerata funzionale allo svolgimento e allo sviluppo delle attività sempre in corso, nonostante vuoti di personale sia in magistratura che nelle forze dell’ordine. La strategia complessiva che muove l’azione della Procura è volta in prima istanza a esplorare l’ara di criminalità pura, la zona “nera”, per poi occuparsi della emersione dei rapporti con l’imprenditoria, la politica, talora le forze dell’ordine e la magistratura, insomma, la zona “grigia” tanto indistinta quanto diffusa. Le indagini che hanno interessato Vibo non si discostano da questa linea di condotta, per cui è predibile che nelle prossime settimane ci saranno sviluppi importanti.  

    L’operazione che si è conclusa all’alba nasce da una indagine affidata dapprima al Ros di Catanzaro e al Gico di Cz, per poi ampliarsi con l’intervento della Gdf e della Squadra mobile del capoluogo e della Gdf, sia di Catanzaro, che del nucleo di Vibo e di Trieste, che hanno fornito un contributo estremamente significativo, su diversi esponenti della famiglia Mancuso, caratterizzata oggi, secondo Borrelli, da una dialettica interna piuttosto accentuata, che viene composta dagli anziani,  essenzialmente Pantalone e Giovanni, anche in presenza di spinte autonomistiche di altre ‘ndrine che vorrebbero sottrarsi alla loro posizione egmone, che si traduce essenzialmente in una sorta di “tangente sulla tangente”. In questo quadro va inquadrata, per esempio, la faida Patania – piscopisani. E’ una cosca, quella di Mancuso, infiltrata nella politica locale, sia direttamente che indirettamente, che ha il monopolio della fornitura alle derrate alimentari ai villaggi turistici della costa. O ancora, nel mondo dello spettacolo, essendo indirettamente interessata anche alla organizzazione di concerti di musicisti di prima classe.

    Particolari operativi sono stati forniti dal capo della Squadra mobile Rodolfo Reperti, che ha fornito il particolare di un vero e proprio sequestro di persona a scopo estorsivo, dal questore Guido Marino, dal comandante provinciale dei carabinieri di Vibo, Daniele Scardecchia, dal comandante provinciale della Guardia di Finanza Antonio De Nisi e di Trieste, Pier Luigi Mancuso. Stesso cognome su due fronti contrapposti. 

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