Un otto marzo in agro dolce…

Convegno alla Camera di commercio sulla condizione femminile  

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    di Raffaele Nisticò

    “8 marzo: femminile plurale”. Se fosse una sciarada sarebbe “femminili”.  Invece è stato un convegno organizzato dalla Camera di commercio di Catanzaro e dal suo Comitato di imprenditoria femminile, presieduto da Daniela Carrozza. C’era anche un sottotitolo: “storie di donne tra famiglia e lavoro”. Invitate a parlarne quattro donne che mettevano per la prima volta piede in città, pur essendo volti e nomi più o meno conosciuti: una giornalista televisiva che lavora per il Tg2 con la funzione di moderatrice, Marzia Roncacci; una scrittrice di buona lena, rimasta incagliata alla fama del suo primo remoto prodotto, Lara Cardella, cresciuta in Sicilia ma trasferita al Nord; una blogger e pittrice di ottime frequentazioni culturali, Chiara Rapaccini; una sociologa e criminologa della seconda Università di Napoli, e/o della Cattolica di Roma, Anna Costanza Baldry. Tutte donne che hanno conquistato il loro posto nel mondo. In qualche modo un modello. E poi a rappresentare il fenotipo della donna di successo di quaggiù, Wanda Ferro, presidente della provincia di Catanzaro. Al tavolo di conferenza c’erano anche, con funzioni ospitali, Maurizio Ferrara, il segretario generale e Paolo Abramo, il presidente della Camera, che ha ribadito la sua contrarietà alle “quote rosa” nelle istituzioni e nei board societari, e ha obbligato i “quattro maschietti” presenti in sala a omaggiare la preponderante rappresentanza femminile di un mazzetto di mimosa. Pensava di provocare un sussulto di disapprovazione nel pubblico per questa opinione, ma nessuno ha battuto ciglio, anche perché la stessa Ferro si è dichiarata d’accordo con l’assunto. Semmai, per la presidente, bisognerebbe accelerare con l’applicazione della seconda preferenza di genere: un voto a un uomo, un voto a una donna. Così si sarebbe evitato che Ferro, da venti anni nelle istituzioni rappresentative, Comune e Provincia, soffrisse di una pressoché assoluta sindrome  da solitudine dei numeri primi: mai, o quasi mai, un’altra donna con cui confrontarsi, fosse anche della opposizione, fosse anche Rosy Bindi.

     

    Il convegno si è sviluppato secondo registri molto diversi tra loro.

     

    Il vissuto sociologico di Baldry, che ha riportato la sua esperienza nei centri antiviolenza di Roma, inseriti nel circuito DiRe (Donne in Rete). Nella capitale ogni anno, ogni singolo centro ha a che fare con 400 nuovi casi di sopraffazione e violenza fisica e psicologica nei confronti di donne, il più del volte tra le mura domestiche, tanto che “il nemico ha le chiavi di casa” è, più che uno slogan o un verso di canzone, una triste realtà. I centri antiviolenza servono molto. Non solo come rifugio e base di assistenza nei casi di pericolo, ma anche come acquisizione di autocoscienza salvifica verso gli esiti estremi della violenza. Sono  Sono distribuiti a macchia di leopardo nel Paese, in alcune zone sono assenti. Ne è stato inaugurato proprio in questo 8 marzo uno a Catanzaro, ed è una buona notizia che fa onore, ha detto Baldry, non alla sensibilità, ma alla intelligenza degli amministratori che l’hanno realizzato. Perché una donna che subisce violenza domestica perde l’autostima, e la rende soggetto non più attivo nella comunità civile, e finanche un costo per la società. Per non parlar del fatto che la cosa più difficile è affrancarsi dalla persona, marito o fidanzato, con il qual la donna è anche riuscita a troncare la relazione abitativa o continuata, ma che incombe come spada di Damocle anche solo potenziale. I casi di femminicidio sono il culmine di queste situazioni. Sono più numerosi al Nord che al Sud (Lombardia, Veneto e Piemonte da sole fanno il 50% di questi assassini). I sociologi pensano ci sia una correlazione con la maggior occupazione femminile al Nord e quindi con una maggiore indipendenza economica, che facilita le separazioni nei rapporti ormai consunti ma non ripara dal diniego maschile alla perdita.

    Il vissuto letterario di Cardella, secondo quanto da lei trasposto, a diciannove anni,  nel romanzo autobiografico d’esordio Volevo i pantaloni, storia di una ragazza della Sicilia degli anni 80 che voleva gli stessi diritti dei ragazzi. Adesso, molti romanzi dopo, a 44 anni, poco è cambiato, e quello che è cambiato è volto al peggio. Le ragazze spesso emulano i ragazzi nelle cose peggiori. Come quando, sempre più spesso, si ubriacano. Cioè, imitano gli uomini nelle cose peggiori. Come quando le donne si riuniscono, in questi otto marzo più da “festa” che da “giornata”, per andare a vedere lo spogliarello del maschio. Cardella concede un sovrappiù di vissuto nel raccontare, fuor di romanzo, la sua esperienza di vittima di stalking, anche se non sapeva di esserlo, quando la sua esperienza di giovane madre separata la portava a dover subire continue irruzioni anche notturne di polizia e assistenti sociali perchè fosse verificata la sua attitudine di sapere accudire al figlio. Non sapeva nulla di stalking, anzi, pensava di essere in torto, perché in qualche modo aveva rotto un patto. I poliziotti, compassionati,  le avevano pure suggerito di denunciare a sua volta l’ex compagno per “procurato allarme”. Allora, il rato di stalking non sisteva, sarebbe stato introdotto solo nel 2007. Adesso a  44 anni, insegnante in una scuola del Nord, sa che la violenza tocca da vicino quasi tutte le donne. Anzi, è sicura nell’affermare che non ha mai incontrato una donna che non abbia subito in tutta la sua vita neanche una molestia, fisica o verbale. Solo in quanto donna.

    Il vissuto in page di Rapaccini, scrittrice di blog, pittrice, ultima compagna di vita di Mario Monicelli, di quaranta anni più avanzato in età, donna spiritosa e allegra, buona imprenditrice di sé stessa e delle sue intuizioni sulla irresistibile tendenza postmoderna agli “amori sfigati”. Sfigato è parola pressoché intraducibile in altra lingua. Perché assomma sfortuna continuata e inadeguatezza di luogo, di modo e di tempo. E, trasferita in ambito amoroso, o meglio nel rapporto uomo – donna, concede situazioni e  gag esilaranti. Sotto forma di dialoghi e di vignette, pubblicati su facebook alla voce “amori sfigati”, frasi dette e non spiegate, uomo che intende una cosa e donna che ne capisce altra, e viceversa, il rimando a una inesistente “paura” del partner pur di non guardare in faccia la realtà di un rapporto finito, la funzione consolatrice ad libitum delle amiche, anche di fronte a inequivocabili segni di opposto significato. Insomma, il leggero resoconto di dialoghi inesausti e allusivi ricamati intorno al rapporto di coppia, con ampio ricorso al nonsense e al doppio senso, all’incauto concedersi e al repentino ritrarsi. Insomma, eppur che sono donne, oseremmo parlare di amabile “cazzeggio”.  

     

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