I confini tra Belcastro e Petronà li stabilirà la Corte Costituzionale

A deciderlo il Tar Calabria su un'eccezione sollevata dal legale Pino Pitaro


I confini tra Belcastro e Petronà diventano una questione di cui dovrà occuparsi la Corte Costituzionale. Proprio così. A deciderlo è stato il Tar Calabria acogliendo il ricorso del Comune di Belcastro, rappresentato e difeso dall’avvocato Giuseppe Pitaro.

I FATTI DI CAUSA. La legge della Regione Calabria 7 novembre 2017, n. 39, approvata dal Consiglio Regionale nella seduta del 30 ottobre 2017, pubblicata sul BURC n. 109 dell’8 novembre 2017, avente ad oggetto “Modifica dei confini territoriali dei comuni di Petronà e Belcastro della Provincia di Catanzaro”, ha disposto il passaggio dal Comune di Belcastro al Comune di Petronà della frazione di Acquavona e di 23 ettari di terreno montano. Il Comune di Belcastro si è rivolto al Tar contestando la legittimità del procedimento che ha condotto all’approvazione della legge regionale e domandando di sollevare, già in sede cautelare, questione di legittimità costituzionale per violazione dell’art. 133, comma II Cost.

Con ordinanza del 31 gennaio 2018, n. 55, il Tribunale ha ritenuto che la questione di legittimità costituzionale proposta dovesse essere esaminata in sede di cognizione piena e non già in sede cautelare.

I MOTIVI DEL RICORSO. Il Comune di Belcastro ha articolato il ricorso partendo dal presupposto che  ci sia stata la violazione dell’art. 133 Cost. e dell’art. 39 della legge della Regione Calabria 5 aprile 1983, n. 13, che disciplina, nell’ambito dell’ordinamento regionale calabrese, il referendum consultivo.

Le due norme, costituzionale e ordinaria, sarebbero state violate secondo diversi profili. In primo luogo, né la Regione Calabria, né il Comune di Petronà, né il Comune di Belcastro avrebbero svolto attività istruttoria volta a individuare quale fosse la “popolazione interessata” alla modifica delle circoscrizioni comunali.

La deliberazione del Consiglio regionale dell’8 febbraio 2016, n. 92, con la quale è stata decisa l’indizione del referendum, ha, in effetti, individuato la “popolazione interessata” nei soli abitanti della località Acquavona, e cioè i cittadini residenti nel territorio individuato in catasto al foglio 1 e alle particelle enumerate nella medesima deliberazione. Ma non vi sarebbe alcun indicazione del criterio adoperato per individuare la frazione di Acquavona.

Allo stesso modo, la successiva delibera della Giunta regionale del 15 aprile 2016, n. 111, con cui è stata confermata l’indizione del referendum, non conterrebbe alcuna significativa specificazione dei criteri di individuazione della popolazione interessata. In secondo luogo, la scelta di restringere la popolazione interessata ai soli cittadini residenti nella località Acquavona si porrebbe in contrasto con la Costituzione (così come interpretata dalla Corte costituzionale con la sentenza del 15 settembre 1995, n. 433) e con la norma legislativa regionale già citata, posto che, al contrario, la variazione territoriale inciderebbe anche sugli altri residenti nel Comune di Belcastro.

In proposito, parte ricorrente ha sottolineato che la variazione territoriale, che ha riguardato 23 ettari di terreno, ha fatto perdere al Comune di Belcastro la qualifica di Comune montano, con rilevanti conseguenze di carattere economico e fiscale.

Senza alcuna attività istruttoria e senza partecipazione da parte dell’amministrazione comunale di Belcastro, vi sarebbe stata la sottrazione, a danno del comune di Belcastro, di 23 ettari di terreno adibiti alla coltivazione di frutteti, castagneti, pascolo.

Il Comune di Belcastro ha dedotto l’illegittimità costituzionale anche della legge della Regione Calabria 5 aprile 1983, n. 13, ed in particolare del suo art. 40, comma 3, il quale stabilisce che “al referendum consultivo sono chiamati: (…) c) nel caso di modificazione delle circoscrizioni comunali, tutti gli elettori residenti nei Comuni interessati dalla modificazione territoriale. Il Consiglio regionale, nella delibera di cui al comma 1, può, con decisione motivata, escludere dalla consultazione referendaria le popolazioni che non presentano un interesse qualificato alla variazione territoriale: per le caratteristiche dei gruppi residenti sul territorio dei Comuni interessati, della dotazione infrastrutturale e delle funzioni territoriali, nonché per i casi di eccentricità dei luoghi rispetto al capoluogo e, quindi, di caratterizzazione distintiva dei relativi gruppi”.

Tale legge, nella parte in cui attribuisce al Consiglio regionale il potere di ridurre il numero dei soggetti chiamati a partecipare al referendum rispetto all’intero numero dei residenti nei Comuni coinvolti, prevedrebbe una deroga ingiustificata e inammissibile al disposto dell’art. 133 Cost.

IL Tar ha dunque  ritenuto  di dover sottoporre al sindacato della Corte costituzionale la legge della Regione Calabria 7 novembre 2017, n. 39.

G.Z.