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Incarico Prociv, rigettata la richiesta di ricusazione del giudice

Ordinanza del Tar Calabria che non riconosce i presupposti della richiesta dei ricorrenti di cambiare il giudice naturale


Non hanno ottenuto la ricusazione del giudice del Tar i candidati al posto di dirigente della Prociv regionale, una ricusazione proposta con ricorso numero di registro generale 1468 del 2018, con il quale Pietro Cerchiara, Gianfranco Comito, Giuseppe Iiritano, Salvatore Siviglia, rappresentati e difesi dall’avvocato Giuseppe Pitaro, chiedevano, nel giudizio contro la Regione Calabria che il magistrato fosse diverso da quello assegnato alla causa.

LE MOTIVAZIONI DEI GIUDICI RILEVATO che, a norma dell’art. 18 c.p.a., “La ricusazione si propone, almeno tre giorni prima dell’udienza designata, con domanda diretta al presidente, quando sono noti i magistrati che devono prendere parte all’udienza; in caso contrario, può proporsi oralmente all’udienza medesima prima della discussione”; RITENUTO che la ratio di tale disposizione risieda nell’esigenza di impedire al giudice ricusato l’esercizio della funzione giurisdizionale, attesa l’allegazione di ragioni che, secondo la prospettazione dell’istante, ne renderebbero doverosa l’astensione sicché la domanda di ricusazione deve, necessariamente, essere depositata prima che il giudice in questione decida , sulla scorta di quanto sopra. Per cui secondo i giudici il ricorso di Pietro Cerchiara, Gianfranco Comito, Giuseppe Iiritano e Salvatore Siviliga ,deve ritenersi tardivo e, come tale, inammissibile.

RICHIESTA DI RICUSAZIONE INFONDATA In ogni caso, secondo i giudici, la ricusazione si appalesa, nel merito, infondata giacché l’art. 51 c.p.c. tipizza situazioni di incompatibilità con l’esercizio della funzione giurisdizionale tendenti a scongiurare ex ante il rischio di decisioni parziali ovvero l’insorgenza, nelle parti coinvolte nel giudizio, del sospetto che siffatte decisioni possano essere assunte; tra le situazioni di incompatibilità con l’esercizio della funzione giurisdizionale, viene in rilievo l’obbligo di astensione di cui al comma 1, n. 3 dell’art. 51 c.p.c. sussistente tutte le volte in cui il giudice “o la moglie ha […] rapporti di credito o di debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori”; – per come affermato da autorevole dottrina, la ratio della disposizione in questione risiede nell’evitare che il giudice possa essere influenzato dalla sussistenza di un rapporto obbligatorio con una delle parti, nel senso che egli possa essere portato ad avvantaggiare il proprio debitore ovvero a danneggiare il proprio creditore sicché tali evenienze non sono realizzabili né sono pensabili -tanto da ingenerare nelle parti coinvolte nel giudizio il sospetto- allorquando l’altro termine del rapporto sia lo Stato-amministrazione, cui il magistrato è legato dal rapporto di impiego, fonte di rapporti di credito-debito; la stessa giurisprudenza delle Sezioni Unite dalla Cassazione civile, in adesione a tale “opinione tradizionale più accreditata” ritiene che “la dipendenza del giudice dallo Stato non gli inibisce la trattazione di controversie in cui sia parte quest’ultimo, o altro ente pubblico cui egli sia collegato per ragioni di residenza (ad esempio comune) o di utenza (azienda erogatrice di servizi pubblici), non essendo credibile in queste fattispecie che il giudice sia portato ad avvantaggiare o danneggiare, a seconda dei casi, il proprio debitore o creditore” .

Il preteso obbligo di astensione, sempre secondo i magistrati che hanno emesso l’ordinanza, non può farsi discendere, per come dedotto dai ricorrenti, dall’incarico assegnato ed all’esito della procedura selettiva ivi indicata, in quanto, gli incarichi di funzioni dirigenziali rappresentano un’evenienza fisiologica del rapporto di pubblico impiego tipico del dirigente di ruolo di un ente pubblico; altresì, che, per come più volte chiarito dalla giurisprudenza, il tenore negativo, sgradito o anche erroneo delle pregresse decisioni del giudice –nella specie assunte in seno al medesimo procedimento- non può essere ritenuto sintomatico della “grave inimicizia” di cui all’art. 51 comma 1 n. 3 c.p.c. con una delle parti ovvero uno dei difensori e, quindi, espressione di motivi di ostilità personale che obbligano all’astensione, poiché, così opinando, si legittimerebbero prassi di abuso del diritto e del processo, tese a violare -così come sembra essere avvenuto nel caso in esame attesa l’intempestività dell’istanza di ricusazione- il principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge.

NON ESISTONO LE GRAVI RAGIONI DI CONVENIENZA Infine, le “gravi ragioni di convenienza” di cui all’art. 51 comma II c.p.c., pur facultando il magistrato a richiedere al capo dell’ufficio l’autorizzazione ad astenersi, non legittimano le parti ad avanzare la domanda di ricusazione, così come espressamente previsto dall’art. 52 c.p.c.

G.Z.