Comune di Sorbo gestito dalla malavita, il CdS conferma scioglimento

L'ultimo grado della giustizia amministrativa conferma la sentenza del Tar Lazio nei confronti dell'amministrazione della Presila e nella sentenza ricostruisce il contesto in cui è maturato un omicidio e numerosi altri episodi legati al controllo delle cosche sul territorio


di GIULIA ZAMPINA

Il comune di Sorbo San Basile deve rimanere commissariato e fu giusto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose. A sostenere questa tesi è l’ultimo grado di giudizio della giustizia amministrativa. Il Consiglio di Stato ha infatti rigettato il ricorso presentato dai legali Mario Chieffallo e Frank Mario Santacroce contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

Lo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, ai sensi dell’art. 143 del d.lgs. 267/2000, non ha natura di provvedimento di tipo sanzionatorio, ma preventivo.  Questo quanto affermano neelle motivazioni  i giudici amministrativi che hanno confermato la sentenza di I grado pronunciata dal Tar Lazio.  “Con la conseguenza  – scrivono ancora – che, ai fini della sua adozione, è sufficiente la presenza di elementi che consentano di individuare la sussistenza di un rapporto tra l’organizzazione mafiosa e gli amministratori dell’ente considerato infiltrato . Gli elementi sintomatici del condizionamento criminale devono, quindi, caratterizzarsi per concretezza ed essere, anzitutto, assistiti da un obiettivo e documentato accertamento nella loro realtà storica; per univocità, intesa quale loro chiara direzione agli scopi che la misura di rigore è intesa a prevenire; per rilevanza, che si caratterizza per l’idoneità all’effetto di compromettere il regolare svolgimento delle funzioni dell’ente locale Le vicende, che costituiscono il presupposto del provvedimento di scioglimento di un Consiglio comunale, devono essere considerate nel loro insieme, e non atomisticamente, e risultare idonee a delineare, con una ragionevole ricostruzione, il quadro complessivo del condizionamento mafioso”

Ancora secondo i magistrati del Consiglio di Stato “assumono quindi rilievo situazioni non traducibili in episodici addebiti personali ma tali da rendere, nel loro insieme, plausibile, nella concreta realtà contingente e in base ai dati dell’esperienza, l’ipotesi di una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata (vincoli di parentela o affinità, rapporti di amicizia o di affari, frequentazioni), e ciò anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non è sufficiente per l’avvio dell’azione penale o per l’adozione di misure individuali di prevenzione” 

I giudici del Consiglio di Stato ripercorrono e rilanciano su ciò che avevano scritto i colleghi del Tar. “Facendo corretta applicazione di tali principi, il TAR ha dapprima ripercorso tutti i fatti indicati nella relazione del Ministro dell’Interno e del Prefetto di Catanzaro in cui venivano evidenziate le risultanze di indagini svolte a seguito di taluni esposti nei quali si rappresentava la contiguità tra la famiglia di un amministratore locale ed esponenti delle locali consorterie mafiose a seguito dell’omicidio di un imprenditore (padre dell’assessore), nel luglio 2016, gravato da condanne penali e segnalato come legato alla locale cosca criminale. Ha aggiunto il TAR che tale imprenditore ha “riportato una condanna a due anni di reclusione per il reato di favoreggiamento poiché aveva ospitato per un lungo periodo esponenti di vertice di uno dei due menzionati sodalizi (per l’esattezza della consorteria egemone) in una sua proprietà (proprietà nella quale, secondo risultanze investigative, si era svolta anche una riunione fra tutti gli esponenti di vertice del predetto sodalizio)”.

La candidatura della figlia del boss ucciso e le deleghe che interessavano alla criminalità organizzata. Nella sentenza si rappresenta inoltre che per la candidatura della figlia era stato chiesto l’assenso del padre, all’epoca sottoposto all’obbligo di firma; e la figlia, una volta eletta, era stata nominata Assessore e le erano state conferite varie deleghe in settori di particolare interesse per la locale criminalità organizzata.

La famiglia del boss in lutto e si rimanda la festa dell’Avis. Il primo giudice ha stigmatizzato i “rapporti di particolare deferenza dell’amministrazione verso l’imprenditore……testimoniati dalla circostanza del rinvio della locale festa dell’AVIS, in segno di rispetto per il lutto che aveva colpito la sua famiglia”.

La mancata adesione del Comune al Protocollo di Legalità. Ha sottolineato la mancata adesione del Comune di al protocollo di legalità, sottoscritto nel maggio 2015; ha richiamato la vicenda relativa all’affidamento della gestione di una struttura alberghiera di proprietà comunale, a seguito della risoluzione per inadempimento del contratto in essere, assegnata ad una ditta che annovera tra i propri soci una persona con segnalazioni per reati associativi.

Ha richiamato tutte le vicende relative alla gestione amministrativa dell’ente locale che forniscono un quadro tipico delle amministrazioni locali infiltrate dalla criminalità organizzata.

Tali elementi, puntualmente indicati nel provvedimento dissolutorio, contrariamente a quanto dedotto nell’atto di appello, si appalesano idonei a sostenere l’adozione della misura preventiva.

La mancanza di una White list delle imprese. Giustamente il TAR, dicono ancora i giudici del Consiglio di Stato,  ha ritenuto irrilevante “che all’atto dell’insediamento del nuovo consiglio fosse trascorso il periodo della sottoscrizione dei protocolli di legalità, atteso che gli affidamenti diretti senza gara o con pretermissione ingiustificata di domande di partecipazione è proseguita”; ha aggiunto il TAR che nel Comune non è stata introdotta “una “white list” delle ditte o un albo dei fornitori che fornissero garanzie di estraneità ad infiltrazioni mafiose”, né è stata garantita la turnazione delle ditte, al fine di evitare favoritismi.

Ha quindi rappresentato che esistevano nel Comune prassi clientelari tipiche del condizionamento da parte della criminalità organizzata.

Il boss ucciso, più volte inquisito per mafia, mai condannato ma indissolubilmente legato con la malavita.  Viene sottolineato che “i legami con la cosca del padre dell’Assessore, più volte inquisito per mafia, anche se mai condannato, trovano poi ulteriore riscontro nel legame affettivo della sorella dell’assessore con un esponente di spicco della suddetta cosca, oggi detenuto al 41 bis per il reato di associazione mafiosa”.A quanto affermato dal primo giudice può aggiungersi quanto rilevato dalla Corte di Appello di Catanzaro nella sentenza in ordine allo strettissimo legame fiduciario esistente tra il padre dell’Assessore  ed esponenti di spicco del clan  per averli nascosti durante la latitanza; tale legame si era poi ancor più irrobustito a seguito della relazione affettiva tra la figlia dell’imprenditore ucciso-(sorella dell’assessore) e un importante esponente dello stesso clan”

Le conclusioni dei giudici del Consiglio di Stato. Le statuizioni contenute nella sentenza appellata hanno poi trovato conferma anche nella sentenza della Corte di Appello di Catanzaro  che ha decretato l’incandidabilità del Sindaco (e dell’Assessore) il giudice ordinario ha rappresentato che a seguito degli accertamenti istruttori è emerso un quadro complessivo di cattiva amministrazione del Comune e di permeabilità agli interessi privati e, segnatamente, di esponenti contigui alla cosca con riferimento all’intera gestione della compagine comunale che è riferibile a carenze nell’esercizio dei poteri di indirizzo politico e programmazione nonché alla violazione dell’obbligo di vigilanza da parte degli organi politici sui risultati dell’attività di gestione.