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‘Acquamala’ e la sudditanza criminale dei Rom rispetto ai Gaglianesi

L'operazione condotta dal comando provinciale dei Carabinieri di Crotone conferma la rotta dello spaccio sulla Costa Jonica,  la gerarchia malavitosa e rappori di 'comparaggio' tra gli indagati


di Giulia Zampina

Crotone Catanzaro. Andata e ritorno. E’ questa una delle rotte della droga della costa Jonica calabrese. Una rotta che a volte si allunga e arriva fino a Rizziconi, comune dell’entroterra reggino.  

Laddove ce ne fosse ancora bisogno la conferma arriva dall’operazione di questa notte Acquamala, condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip distrettuale del capoluogo, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Nicola Gratteri, a carico di 13 persone accusate di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti e che ha portato all’iscrizione di 57 persone nel registro degli indagati.

“Tubo”, “Gambero”, “U Cavaliere”, “U Gigliotti” , “Gori”, gli alias ben conosciuti a Catanzaro e nelle piazze aperte dello spaccio del capoluogo e non solo. Cosimino Abbruzzese, Maurizio Abbruzzese, Maurizio Sabato e ancora Nicola Manetta, Carmelina Abbruzzese, Giovanni Passalacqua , Gregorio Scumaci . Sono questi i componenti  della costola catanzarese dello spaccio Crotonese. Una costola che ad un certo punto però arriva anche a ribellarsi ad alcuni schemi.

Come quando è necessario “onorare” un debito di  120.000 euro contratto da Cosimo Manetta nei confronti di altri due soggetti coinvolti per una fornitura di 2 kg di cocaina buona sottratta a Nicola Manetta e a Maruzio Abbruzzese all’insaputa di Cosimo Abbruzzese utile al mantenimento della “famiglia”.

Il coinvolgimento di Maurizio Sabato in qualità di intermediario al fine di recuperare i soldi del debito aggiunge un tassello importante alla geografia criminale catanzarese. Conferma che la malavita considera ancora una volta come predominante il clan dei Gaglianesi.

Una sudditanza da parte della criminalità rom verso coloro i quali per anni hanno gestito le attività malavitose del capoluogo e la cui malapianta continua a germogliare sui resti di ex capi deceduti o ora detenuti.

Un riconoscimento anche da parte delle altre organizzazioni criminali calabresi che chiamano i gaglianesi “gli italiani” per distinguerli appunto dalla delinquenza di matrice Rom.

Un sodalizio criminale che è cementificato da “U San Giovanni” che in gergo popolare è il classico comparaggio. Quello che ad esempio  lega Maurizio Sabato con Mimmo Luccisano e che viene riferito da Nicola Manetta ad Alessandro Perini.

Uno scenario che pare essere rimasto immutato a distanza di anni da quell’operazione Denominata Revenge datata 2006 partita dalla denuncia di un commercialista nel 2002. Oltre 13 anni per scrivere e raccontare oggi degli stessi personaggi, identificati con gli stessi alias che continuano ad insinuarsi come un liquido gelatinoso e pregnante nel tessuto sociale di un capoluogo di Regione che, lavoro delle forze dell’ordine a parte, dimostra di non avere gli anticorpi per arginare un fenomeno tutto sommato circoscritto per spazi occupati, ma dilagante per pervasività.

Ancora una volta. Sempre laddove ce ne fosse bisogno, la cocaina, quella buona, viene destinata ad un mercato di “privilegiati” disposti a pagare qualsiasi somma pur di averla bianca e pura. Al punto che tagliarla non è più neanche conveniente per la stessa malavita che da un quantitativo buono per “6 dosi” è disposta ad arrivare al massimo a 10, perché vederla pura a chi è disposto a comprarla rende certamente di più.