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Riflessioni su un saggio di monsignor Vincenzo Bertolone

Non solo dalla Chiesa, ma anche dalla politica deve arrivare la ‘scomunica’ ai mafiosi


“Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio di cambiare, ma loro non vogliono cambiare, loro”.
E’ il 25 maggio del 1992 quando Rosaria Costa, moglie dell’agente Vito Schifani, uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone, lancia questo grido straziante nella Cattedrale di Palermo.
E’ la più forte e drammatica “scomunica” della mafia che mai si sia sentita in una chiesa, lo spartiacque netto tra la fede e il male come “scelta di vita”. Poco importa se a pronunciarla è una ragazza di ventidue anni, con un bambino di appena quattro mesi, a cui la mafia ha strappato nella maniera più violenta il suo uomo.
L’immagine di Rosaria Costa che sfida con il suo grido i mafiosi “non cristiani” mi è venuta in mente durante la lettura del saggio “Scomunica ai mafiosi ?” di monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace. Non è un saggio recentissimo, è uscito nel 2018 per “Rubbettino”, ma conserva intatta la sua forza e la sua attualità.
Bertolone è siciliano e conosce benissimo Palermo, la città dove è stato ordinato sacerdote, dove si è laureato e dove per lunghi anni ha insegnato religione nelle scuole medie. La sua esperienza al “Malaspina”, l’istituto di rieducazione per minorenni, gli ha fatto toccare con mano il disagio sociale che sfocia in crimine e spesso in “scelta di vita” di molti giovani.
Bertolone è anche calabrese, non solo perché è stato chiamato alla guida di diocesi importanti come Cassano allo Jonio e Catanzaro-Squillace, ma perché questa terra è diventata la “sua” terra, così simile alla sua Sicilia, per molti versi più difficile, complicata e misteriosa.
Il saggio è un testo allo stesso tempo “teologico” e “politico”. Monsignor Bertolone si muove con disinvoltura e competenza sul terreno scientifico del diritto civile, di quello penale e canonico. Ma è soprattutto sul terreno dell’etica e della politica che dà il meglio di sé, assegnando alla lotta alla mafia un ruolo centrale nell’impegno dei cattolici nella vita pubblica. E non soltanto dei cattolici.
Risente evidentemente della sua esperienza di postulatore della causa di beatificazione di don Pino Pugliese, il sacerdote barbaramente assassinato dalla mafia, che gli ha consentito di approfondire la conoscenza del fenomeno criminale, entrando nella cultura e nella mentalità degli uomini d’onore della sua Sicilia.
Si sente, a buona ragione, un continuatore ideale di quell’esperienza, anche se i suoi toni sono garbati e misurati, distanti da quelli di Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda che avevano accenni più “rivoluzionari”.
Bertolone parla della scomunica ai mafiosi come di una “medicina preventiva”, come una “pena religiosa terapeutica”, segnando l’assoluta inconciliabilità tra fede cattolica e “ateismo della mafia” o “religione dei mafiosi”.
Un bel libro, comprensibile anche a chi è digiuno di diritto, che scuote le coscienze e ci fa sentire un po’ tutti responsabili dello strapotere della ndrangheta in Calabria e della sua presenza malefica nelle istituzioni.
L’arcivescovo intuisce che questa è la madre di tutte le battaglie. Se non si debella la mafia, inutile parlare di programmi, di sviluppo, di turismo, di agricoltura, etc. Va ricostruita dalle fondamenta l’immagine di una terra devastata da corruzione e malaffare.
Un consiglio per gli aspiranti governatori di questa Regione. Tengano sul comodino questo testo, lo rileggano ogni tanto, sappiano che da loro – prima ancora che dalla Chiesa – deve arrivare la vera e più netta “scomunica” per la ndrangheta. Una “scomunica laica”, come quella di Rosaria Costa, che ancora dopo tanti anni rimbomba nelle orecchie di ognuno di noi.

Sergio Dragone