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Verdone si racconta: dal set alla musica, 100 anni di Fellini e Sordi

Un Politeama pienissimo ha ascoltato il racconto di una vita trascorsa tra passioni e lavoro fin dal primo ciak (LE FOTO)


di Carmen Loiacono

«Carlo Verdone, l’attore quello giovane? Me cojoni!». Lo aveva apostrofato così Sora Lella quando lui le aveva chiesto di partecipare al suo secondo lungometraggio. Lo ha raccontato ieri sera, di fronte a un Teatro Politeama pienissimo, Carlo Verdone, regista, attore e autore tra i più osannati della commedia italiana.

Introdotto dal sovrintendente Gianvito Casadonte, e a fine serata omaggiato con il Fondazione il Caduceo consegnato dal presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Catanzaro Vitaliano Corapo– notoriamente ipocondriaco e acuto conoscitore di farmaci e similari, il regista ha pure una la laurea ad honorem in medicina dalla Federico II di Napoli ed è iscritto all’Albo ad Honorem dell’Ordine dei Farmacisti di Roma -, Carlo Verdone è stato il protagonista di un appuntamento in cartellone della rassegna “Musica & cinema”: l’incontro con il Furio dell’immaginario collettivo è stato in realtà una chiacchierata, più che un’intervista con il giornalista Fabrizio Corallo, che gli ha offerto spunti per una carrellata sui suoi personaggi maggiormente riusciti, e su qualche aneddoto sui film che hanno segnato la sua carriera e la sua vita.

I personaggi. Tutto cominciò con Daniele Formica, che faceva il mimo all’epoca: fu a cena, dopo un suo spettacolo all’Alberichino che diventava poi ristorante, che diede prova della sua viva attenzione a cogliere i particolari nelle persone che incontrava. Da lì, dietro proposta del direttore del teatro e con incoraggiamento da parte della madre, cominciò a tracciare i suoi primissimi personaggi. Don Alfio, il prete “antico” con gli occhi storti di “Un sacco bello” ha aperto la strada ai vari Leo – quello in coppia con Marisol nello stesso film -, Mimmo di “Bianco rosso e… Verdone”, tutti traevano spunto da personaggi realmente vissuti e conosciuti dal regista. Leo, per esempio, è “liberamente” ispirato a tale Stefano che rimase colpito quando vide il film, e «Sono quarant’anni – ha raccontato – che gli dicono che mi imita perfettamente, e lui a rispondere “è Verdone che imita me”». Coi personaggi, poi, ha capito di poter lavorare fino a un certo punto: «Con “Grande grosso e… Verdone” capii che quello sarebbe stato l’ultimo. Il rischio era di diventare patetici. Ho dato l’addio ai miei burattini con questo film. Oggi ho un altro tipo di maschera, ma non posso più fare queste cose qua».

La musica. Inframmezzato da alcune clip, con il mitico incomprensibile sfogo di Pasquale Ametrano in “Bianco rosso e Verdone”, da “Viaggi di nozze” passando per “L’amore è eterno finché dura” – con Laura Morante, «cerca sempre la perfezione, che ha già di suo» – , oltre che con lo stesso “Grande grosso e… Verdone”, l’incontro si è soffermato poi sulla musica, più di una colonna sonora per Carlo Verdone. «La musica ha reso felice la mia giovinezza – ha raccontato -. Erano gli anni ’60, c’erano il primo twist, i Beatles, i Rolling Stones, i Led Zeppelin, i Pink Floyd, i Cream, li ho amati talmente tanto che il destino ha fatto sì che li potessi anche conoscere. Solo Hendrix non feci in tempo a incontrare, ma conobbi la sua famiglia». Ha raccontato poi l’amicizia con Jimmy Page dei Led Zeppelin, l’incontro con lui e Robert Plant, quello con David Bowie a casa di Versace, e ancora Santana, Roger Waters. «Capisco benissimo i selfie che mi chiedono oggi – ha ammesso -. Ci sono passato pure io, ho foto con Jeff Beck, Bonamassa, Page, Plant, Bowie, Fellini, Sordi e oggi quelle foto rappresentano momenti della mia vita, sono veri ricordi», per poi aggiungere che quelli però, «erano anni di entusiasmo, ideali, creatività, ma soprattutto aggregazione e condivisione fra giovani». Lui, che ogni tanto suona pure la batteria per quei cantanti italiani che lo invitano sul palco, ha avuto difficoltà solo a incontrare Mina e Celentano, troppo sfuggenti, eppure con Geppi Cucciari aveva pure fatto un videoclip per loro.

Le donne. Il racconto più lungo e più affettuoso è stato quello della sorella di Aldo Fabrizi, da lui voluta fortemente in “Bianco rosso e Verdone”, nonostante le perplessità di Sergio Leone, che produceva la pellicola, dopo averla conosciuta in un bar in via Dei Pettinari a Roma. Da lì, Verdone e Corallo, hanno passato in rassegna alcune tra le partner sullo schermo, con cui il regista ha lavorato: ampio è stato il momento dedicato a Claudia Gerini, la sua «anima gemella», che non ha mai nascosto.  Ha raccontato di come la scelse per la Jessica di “Viaggi di nozze”: «Cominciai a improvvisare – ha detto -, e lei mi veniva dietro benissimo. Ha una grande personalità che emerse fin dal primo ciak. Siamo in perfetta sintonia».  Non sono mancati piccoli accenni alle altre attrici che hanno condiviso con lui lavori, compresa Anna Foglietta che vedremo in “Si vive una volta sola”, che uscirà il 27 febbraio. «Le donne sono più intelligenti degli uomini – è stata la sua conclusione -. Hanno tante sfaccettature, ma non ti annoiano mai, hanno una carica, un’ironia uniche. La donna ironica vince su tutto. E’ un mondo che adoro. Con l’avvento del femminismo abbiamo capito, io e Troisi, che il tempo per certe commedie era finito. Noi abbiamo scelto quindi di rappresentare quello che era diventato l’uomo, un pugile all’angolo, che le prendeva dalle donne. Noi uomini siamo smarriti, loro invece sono forti e hanno le idee chiare».

Sordi e Fellini. Un lungo capitolo, nel corso dell’incontro, è stato dedicato a due “mostri” del cinema italiano, Federico Fellini  e Alberto Sordi, dei quali nel 2020 si festeggiano i cento anni dalla nascita. «Ho avuto la fortuna di avere un padre amico di Fellini – ha raccontato -. Con lui parlavano sempre di clown, di circhi visti in tutta Europa, ma era molto eccitante ascoltare i suoi racconti quando veniva con la Masina a trovarci. Con noi era sempre sereno, si trovava bene. Era un grande uomo, un uomo assolutamente superiore in quanto a sensibilità. Non possiamo considerarlo solo un regista, era finanche psicologo, poiché ha colto la psicologia degli italiani. Ma anche dei suoi attori, lui li presentava a pubblico, non li giudicava, come Sorrentino. Fu un grandissimo uomo. Nell’ultimo periodo era malinconico, non riusciva a capire l’anima della società che stava cambiando. Ma rimane il più grande regista italiano di tutti i tempi». Per quanto riguarda Alberto Sordi, invece, «l’ho guardato da spettatore incantato – ha ammesso -. All’inizio della sua carriera è stato un vero rivoluzionario, un avanguardista, con quella velocità della battuta. L’ho ammirato soprattutto nei suoi film in bianco e nero, anche se a lui non piaceva quando glielo dicevo. Ci tengo a dire però che non ha e non avrà mai nessun erede. Era una grande maschera romana che apparteneva alle maschere italiane, ma aveva un’arte tutta sua. Per questo non avrà mai eredi».

Amazon. Nel futuro lavorativo di Carlo Verdone c’è Amazon, per cui realizzerà una serie sulla sua vita reale nel 2021. «Con Film Mauro di De Laurentiis faremo queste dieci puntate in cui racconterò quello che mi succede durante il giorno. Volevano una commedia da me, vediamo come andrà quest’avventura. Speravo di rallentare i ritmi, adesso, e andarmene in campagna, e invece ho raddoppiato il lavoro».