Introcaso: ‘La gestione della giustizia non è un film di Bergman’

Le conclusioni del discorso del presidente della Corte d'Appello di Catanzaro

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    di DOMENICO INTROCASO*

    Il nostro compito, l’ufficio di tutti i giudici, nei rispettivi ordinamenti, è in coerenza con la premessa, l’affermazione del primato della giurisdizione. Le recentissime, gravissime vicende che hanno portato i n ostri uffici ad ingiusta gloria mediatica, hanno creato un clima diu riflesisone, dubbio, sfiducia nella società calabrese.

    Così come fonte di riflessione e dubbio è il fenomeno qualificato come populismo giudiziario, per cui i magistrati vengono individuati come Masaniello o Savanarola, in accezione e significato simmetricamente negativo di interpreti del popolo, in esposizione mediatica assertiva e senza riflessione sui fenomeni.

    Si dimentica che il processo è serie successiva e tipizzata di atti di bilanciamento e verifica dell’esercizio corretto della potestas del magistrato operante, si oblitera superficialmente il controllo, di merito e legittimità, che assiste ogni atto assunto nel processo.

    Donde lo sconcerto, per noi operatori, per le manifestazioni di esaltazione o di critica accesa soggettivante dell’opinione pubblica per un percorso, il processo, per sua natura, struttura,orientamento laico e rigidamente regolamentato nell’incrocio  dei controlli e delle verifiche.

    Il processo in quanto tale, è dialettica, approfondimento, affidato , sempre e comunque, per Costituzione al ragionamento del giudice. Questa esaltazione del processo non è un rifugiarsi nella ritualità, ma il richiamo al gioco democratico nel quale si esprimono le posizioni legittime delle parti: tutte assistite dalla motivazione e dal controllo democratico che essa comporta. Non è un rifugiarsi nel rito sacerdotale come fuga dalla realtà, come accadeva in quel bellissimo ed insuperato film di Bergman degli anni ’60, “Luci di inverno”, in cui il prete, persa la fede si rifugiava nel rito, nel processo liturgico, ma recupero della democrazia espresso nel principio “et altera pars”.

    Bisogna, infatti, ricordare il processo come espressione della giurisdizione alla quale ci affidiamo . Le analisi e le conclusioni affrettate espresse sai media nella logica del qui ed ora risiedono nella sconoscenza del sistema processo, dei ruoli, delle iniziative delle domande e dell’accoglimento o meno di esse, nella centralità della validazione del giudice, con tutti i controlli di democrazia attivati con e nel processo, controlli a forma tipica nella scala progressiva del rito: Gip riesame, Cassazione, in doppio scrutinio, di merito e di conformità di giudizio a logica di sistema.

    Il percorso è impegnativo perché il giudizio non è semplificazione, giustizia predittiva, ma ricostruzione rigorosa dei fatti e valutazione di essi attraverso le regole, con l’ausilio costante del dubbio che è in fondo la ricerca continua e critica della verità.

    Ricerca della verità e processi spesso affidati, in questo distretto, a magistrati in tirocinio in prima destinazione, investiti dalla valutazione di gravissimi fatti criminali. Dei magistrati giovani apprezziamo la forza, la qualità la dedizione e l’impegno che va supportato dai dirigenti ai quali è chiesto un impegno strenuo di essere maestri con l’esempio affinchè il paradogma magistrati giovani/ processi di criminalità costituisca felice e fecondo paradosso. E tanto nello spirito ed in continuità ideale e culturale con il nomos espresso dai giudici di questo distretto nel processo di piazza Fontana, giudici che hanno costituito baluardo di democrazia nei confronti dei rischi di quel tempo, giudici che hanno proceduto nei confronti di soggetti delle istituzioni e della politica fino ad allora intoccabili anche per cultura sociale, giudici che hanno onorato i principi che qui sono scritti di euguaglianza di tutti difronte la legge.

    *PRESIDENTE  CORTE D’APPELLO CATANZARO – CONCLUSIONI DEL DISCORSO APERTURA ANNO GIUDIZIARIO – CATANZARO 01 febbraio 2020

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