“Grazioso Manno, amico mio, che dolore ci dai!”

Buono, leale, competente ed elegante. Piango mentre scrivo quello che non avrei mai voluto scrivere

No, non posso non scrivere di lui. E non posso non farlo subito. Adesso, nell’attimo in cui un messaggio mi ha comunicato la più triste delle notizie, quella che non mi sarei davvero aspettato mai. Grazioso Manno è morto. Poco fa, mi dicono. Improvvisamente. E sì che non può che essere stato che repentino il tragico fatto, se io tutti i giorni, e anche ieri a tarda sera, con lui comunicavo, scambiandoci le reciproche opinioni sugli articoli che entrambi con un comune foga scrivevamo sulla Calabria e le sue insistete sofferenze e su questa politica drammaticamente fragile. No, non posso non scrivere. Scrivo immediatamente.

Con il cuore straziato e con le lacrime che copiose scendono su questo stupito I Pad che le mie dite nervosamente violentano, come a dargli la colpa dell’accaduto o a volerlo distruggere per cancellare la notizia che esso contiene, e che sotto questo bianco foglio già circola velocemente in rete, scrivo. Mi viene da urlare, ma scrivo. Mi viene da correre per raggiungerlo, ma non so dove adesso si trovi, e scrivo. Sento di correre in chiesa per domandare a Dio perché e perché e perché e perché, e scrivo. Mannaia mannaia e mannaggia mannaggia a me e a questo vortice di vita che non comprendo, e non so che scrivere.

Del mio dolore che ha perso un amico straordinario, potrei scrivere, ma avverto il pudore di chi pensa al dolore di altri tanti suoi amici e familiari, al fratello e ai tanti fratelli quali erano per lui le persone con cui lavorava e le tante altre a cui offriva i suoi servigi con spirito oblativo. Potrei scrivere della grave perdita subita dai Consorzi di Bonifica della regione e del suo, con sede a Catanzaro, del quale è stato presidente per tredici anni ininterrotti. Ma sarebbe riduttivo, perché a piangerlo è tutto il vasto mondo dell’agricoltura regionale che ha perso molto più che un amico, essendo sempre stato Grazioso uno dei più arditi combattenti per la difesa di questo settore e la sua affermazione quale risorsa fondamentale per lo sviluppo della regione. Uno sviluppo che, proprio attraverso una nuova concezione del bene della terra, tenesse fermo in mente la salvaguardia del territorio e la salute dell’ambiente e ciò che resta dell’integrità del paesaggio.

Potrei scrivere della fine di quella grande coraggiosa solitaria battaglia che egli ha condotto contro un colosso delle imprese di costruzione grandi opere, la Castaldi, responsabile, secondo Grazioso e le sue denunce politiche e anche giudiziarie, dei gravi ritardi nei lavori e dell’eccessivo spreco di denari e risorse, che hanno bloccato per buona parte lo sviluppo della Calabria. Ma direi poco della sua alta tensione morale con la quale ha guidato la sua lunga azione politica e direi pochissimo del suo rigore nel tenersi lontano da ogni tentazione pericolosa e dai gruppi della corruzione e del malaffare. Potrei scrivere anche dell’amore enorme per la sua Vallefiorita, dove volle mantenere la sua residente, restando a vivere nell’antica casa di famiglia, come a voler trattenere in quella dimora e in quel paesino aperto al buon vento e alla bella vista sulla pianura che declina verso il mare, le sue radici e la sua identità ferma, e il suo cuore di figlio nel suo bisogno di sentirsi protetto rispetto alle insidie di questo mondo e alle fragilità interiori che lo fecero tanto soffrire. Ma anche qui gli farei un danno per la sua visione aperta di una Calabria unita e unitaria della quale amava e difendeva tutti i luoghi. Potrei dire della sua recente adesione al partito Fratelli d’Italia, e del suo sostegno appassionato e sincero a Wanda Ferro, che adorava, a Michele Traversa, la cui autorità fortemente riconosceva, e alla campagna elettorale di Filippo Pietropaolo, il quale gli è debitore molto più che dei voti determinanti a farlo eleggere consigliere regionale.

Ma, gli farei un grave torto, Grazioso amava la Politica tutta, quella con la maiuscola. La sua ultima scelta di campo era principalmente il bisogno di tener desta la passione senza trascurare la sua posizione di politico liberale e moderato, che coerentemente ha sempre mantenuto rifiutando spesso lusinghe di potere provenienti da ambienti opposti. Per questa passione e la la sua moralità è sempre stato un uomo contro. Opposizione al potere cinico e indifferente, e a quei gruppi di potere che intorno all’uomo creduto forte in quel momento tutelavano i loro interessi parassitari. Possiamo agevolmente affermare che lui, nell’ultimo quinquennio, sia stato la vera opposizione a quel centrosinistra e a quel suo leader, a cui non risparmiava, con il suo coraggio, alcuna ferma e documentata critica. Un condottiero, un combattente coriaceo e incorruttibile, però gentile. Anzi, Grazioso davvero, questo nome che in lui poteva essere coniugato come aggettivo. Infatti, non solo non è mai stato cattivo o aggressivo o offensivo o insultante, nei confronti di alcuno mai nella lotta politica. Al contrario, era gentile, educato, raffinato nei modi. Addirittura, generoso verso gli avversari e indulgente verso gli sbagli personali consumati in buona fede. Più che generoso, quando non intralciava il cammino di chi si era fatto spazio con la propria fatica, fosse stato anche un avversario tra i più duri. Generoso di più ancora, lo era quando si ritraeva dai suoi propri spazi e dalla strada che aveva, faticando duramente, già percorso quando per lasciarla ad altri. Così, senza patteggiamenti e condizioni, come spesso usa fare dalle nostre parti. Infatti, non hai mai ricevuto incarichi di sorta in nessuno dei tanti carrozzoni operanti in Calabria, quelli ricchi, diciamo, di denari e piccolo potere “clientelarizzato”.

LA STRADA DI ERNESTO PUCCI

Mannaggia, e che cavolo! Pensavo di non riuscire a scrivere per questo dolore che mi stringe il petto e, invece, ho già scritto tanto. E, però, se queste lacrime mi lasciano in pace un momento, vorrei dire la cosa per me più importante. Grazioso ha la mia stessa età. Nato e cresciuto in quel comprensorio che si muove intorno a Squillace, stava a due passi da Marina, casa mia. Venti minuti, anche di quelle maltrattate strade, e ci si incontrava. Ci si incontrava nei nostri “ primi vent’anni” per la felice colpa della Democrazia Cristiana, partito al quale adolescenti giungemmo per strade diverse e che mai abbandonammo. La sua strada fu l’amore mai interrotto per Ernesto Pucci, lo storico leader della DC calabrese a cui si legò come un figlio ricevendone in cambio l’amore di un padre. La mia fu la parrocchia e l’azione cattolica e altro che sentivo battermi in cuore come un tamburo che non sapevo decifrare ad appena quattordici anni. Siamo sempre stati insieme, iniziando a fare militanza attraverso il Movimento Giovanile, che lasciammo insieme quando la giovinezza incominciava a portarci verso altra età e altri impegni di partito. Sempre insieme anche quando io lo diressi, il partito, a livello provinciale e lui a ricoprire incarichi importanti, nei quali si distinse sempre per operatività, intelligenza. E competenza, le cose e le materie che non conosceva si metteva a studiarle e le imparava presto. Era molto intelligente. Lealtà e fedeltà, furono le altre due dominanti. Lealtà verso gli organi statutari e le autorità interne. La Politica è sempre stata accesa di rivalità, contrapposizioni, lotte interne per le postazioni e le carriere oltre che per le più pulite conflittualità tra le correnti.

Grazioso, mi fu sempre vicino, mai partecipò, dal Giovanile in poi, ad azioni contro la mia persona e la mia fatica politica. Leale e corretto,sempre. Di più amico ed estimatore, sempre largo di incoraggiamenti e consigli. Fedeltà. Un distintivo carnale in lui. Fedeltà alla DC, fedeltà al suo maestro, La DC passò o la fecero passare, come dicevano nelle nostre conversazioni. Grazioso rimase sempre democristiano, fino al suo ultimo respiro. Ci scrivevamo tanto, ci sentivamo spesso, specialmente in questo tempo di “ prigionia” , e reciprocamente ci confermavamo in questo sentirla dentro la DC. Fedeltà alla sua terra e alla terra, fedeltà alla famiglia, la più preziosa radice. Fedeltà alla sua fede religiosa ben mantenuta. Fedeltà all’onore di persona nobile e per bene, pulita e morigerata. Fedeltà all’amicizia. Non quanti amici avesse, era discreto e riservato. So di certo che nessuno di quelli del nostro tempo gli venne mai meno , anche se non tutti seppero ricambiare la sua intensità amicale. Si faceva in quattro per aiutarti gli altri. Ha fatto più bene lui che un esercito di monaci di religioni diverse.

L’ANIMA

Aveva un cuore oceanico. In lui le due parti in cui romanticamente lo si divide operavano alla perfezione. Con prima metà donava senza limiti e condizioni. Con la seconda metà sentiva. La prima metà quel cuore lo affaticava pesantemente. La seconda metà lo addolorava profondamente. Grazioso sentiva il dolore degli altri e lo faceva proprio. Sentiva anche la gioia di vivere in un mondo più bello. Sentiva amore altro più profondo e più alto di quello che sentiamo gli esseri comuni. Sentiva il dolore strettamente personale di vivere in una realtà troppo distante da quell’ideale di bellezza e da quell’Amore. La somma di questi dolori e di tante delusioni, a intervalli di brevi tratti di tempo, gli hanno sottratto serenità, trasformandosi in ricerca ansiosa del più rassicurante sentire e in fatica del camminare. Mai però che abbia perso la sua bellezza anche fisica e la sua voglia di volare alto, di combattere e di servire. La sua bellezza morale la vestiva di quel sorriso sempre aperto e sincero. Quella fisica, di un’eleganza originale e raffinata.

LO STILE

Stile personalissimo, nell’intreccio tra eleganza inglese e la classica italiana, indossava camice e cravatte che lui sceglieva con cura e che non trovavi in nessun negozio perché era lui stesso che le disegnava. Per non dire dei suoi abiti di artigiana fattura. Cuciti alla perfezione, anche questi su suoi modelli, vestivano bellamente il suo fisico sempre tenuto magro. I capelli folti, sempre ben pettinati e lasciati con vezzo ingrigire dal tempo facevano il resto, conservandogli quella giovinezza che si prendeva beffa degli anni sebbene dal dolore non lo riparasse. Adesso chiudo e corro a salutarlo. Ho domandato e dicono che anche con le nuove ordinanze non si possa raggiungere Vallefiorita. Peccato! Avrei voluto dargli un breve, protetto, rapido saluto. Ho già pianto tanto e lì avrei potuto soltanto sorridergli. Gli avrei detto grazie per tutto. E gli avrei chiesto scusa a nome di tutti. Per tutte quelle volte che ci siamo dimenticati di dargli quella carezza. E quegli sguardi sui suoi occhi velatamente tristi per la mancanza di ciò che solo lui sentiva. Dentro quel cuore immenso e delicato. Che di fatica e d’Amore si è spento.

Franco Cimino